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Quella grande voglia di fango. Stybar e il ritorno al ciclocross

Il ceco della Quick Step a dicembre si attaccherà di nuovo, dopo anni, il numero sulla schiena in un circuito belga. Aveva vinto tutto, è tornato perché al grande amore non si può dire di no

29 Novembre 2018 alle 19:17

Quella grande voglia di fango. Stybar e il ritorno al ciclocross

Foto tratta dal profilo Facebook di Zdeněk Štybar

Aveva provato a metterlo in un angolino della memoria, come fosse un ricordo di un vecchio film, come fosse un bel pensiero di una storia andata, c'eravamo tanto amati. Aveva provato a rinchiuderlo in una dimensione privata, quasi fosse un divertimento segreto, qualcosa da non far vedere troppo in giro. L'aveva lasciato lì per anni, come fosse un buon vino, a prendere gusto, consapevole che prima o poi sarebbe tornato il tempo giusto, nemmeno fosse un vecchio paltò che aspetta il ritorno della moda giusta per uscire dall'armadio.

 

Il tempo giusto è arrivato. Zdeněk Štybar ritroverà davvero il suo amatissimo e odiatissimo fango, non dovrà più cercare succedanei, siano essi gli sterrati della Strade Bianche o il pavé del Giro delle Fiandre o della Parigi-Roubaix. Ha deciso che per i suoi trentatré anni (li compierà l'11 dicembre) è giusto regalarsi quello che in fondo è stato il suo primo amore e che ancora è ciò che lo diverte di più: il ciclocross. Si rimetterà il numero di gara dopo quattro anni di lontananza. Lo farà il 26 dicembre a Zolder, Belgio, giusto per digerire al meglio il Natale. Poi replicherà il 28 a Loenhout, il 30 a Diegem, il primo gennaio a Baal.

 

Lo farà perché era ora, soprattutto perché era il caso. Štybar aveva vinto Coppa del mondo, campionati del mondo e Superprestige, ma era il 2009 e il 2010, con giusto una parentesi nel 2014 (quando era tornato per conquistare un altro Mondiale). Che sono otto anni per tutti, sono una vita nel ciclocross. Perché nel frattempo Sven Nys, che gli fu grande rivale e poi campione immenso, è andato in pensione e sono arrivati Mathieu van der Poel e Wout Van Aert, ossia il meglio del meglio che il ciclocross poteva desiderare. Perché due campioni così era da un po' che non capitavano in questa disciplina, perché battaglie del genere sono diventate uno spettacolo incredibile, una lotta tra due campioni, una specie di riedizione delle migliori sfide del passato. Perché, e questo è il punto, la vera sfida, se quei due vogliono continuare a duellare nel ciclocross e puntare alle classiche del nord, lui vuole fare altrettanto solo che all'opposto, vuole vedere l'effetto che fa sfidare quei due tra il fango e rifarlo ancora sulle pietre del nord.

 

D'altra parte ci vogliono nuovi obbiettivi da raggiungere per non annoiarsi. E allora ecco una missione, una nuova missione.  Perché  le altre le aveva già vinte quasi tutte senza mai vincerle davvero. Gli avevano detto che la strada non era ciclocross, che non basta essere campioni nel secondo per andare forte sull'asfalto. Lui ha fatto spallucce e si è messo in saccoccia quindici vittorie e centinaia di migliaia di chilometri. Gli avevano detto che il ciclocross era un mondo a parte, una succursale povera del ciclismo. Lui non ci ha badato, ha trovato la Strade Bianche e si è sentito così a casa da vincerla alla prima occasione (2014) e non abbandonarla più (come non ha più abbandonato la top10). Gli avevano detto che andare forte sull'erba non voleva dire andare forte sulle pietre. Lui ha rifatto spallucce e si e per tre volte si è piazzato tra i primi dieci al Giro delle Fiandre, ogni volta lavorando prima per il proprio capitano. Gli avevano detto che era più portato per il pavé del Fiandre che per quello della Roubaix. Lui ci aveva creduto, l'aveva pure ripetuto ad alta voce davanti ai microfono, poi si è preso il lusso di salire due volte sul podio. Come fosse tutto normale, "tanto è come nel ciclocross, basta assecondare la bici e farle fare quello che lei vuole".

 

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D'altra parte sono le strade sperdute tra boschi e campagne la sua passione. "Perdersi lontano dalla città e godersi l'assenza di rumori sono le cosa migliori che si può volere", ha detto alla televisione fiamminga. Per questo ogni tanto, quando le gare sono distanti e ritorna a casa gli piace vagare lontano dal traffico, lontano dal caos. "Non vedere e sentire nessuno, pensare soltanto al piacere che ti dà il pedalare è la migliore medicina contro il malumore". 

 

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Štybar che apprezza la pace, ma anche il frastuono. Che "il Giro delle Fiandre è lo spettacolo più bello a cui puoi assistere. Che "è la gara per cui ho lasciato il ciclocross per la strada". Che "è qualcosa di speciale, un macello di voci, di musica, di gente", perché il Fiandre è le Fiandre una festa popolare: "Tutto l'anno ruota attorno al Fiandre. Le strade sono piene, le piazze sono piene, c'è tutta una regione che viene lì ad applaudire noi corridori. E poi vai al panificio e trovi quei dolcetti che fanno solo per il Giro delle Fiandre. Vai in birreria e ti bevi la birra speciale per il Giro delle Fiandre. Ti muovi in una festa", ha raccontato a VeloNews.

 

E questo "non lo trovi nel ciclocross. Sono sagre più piccole, quasi familiari, ma roboanti allo stesso modo. C'è una passione strana, gente estasiata a vedere volti e maglie irriconoscibili, coperte di fango. Una cosa bellissima". 

 

E sì che a Zdeněk Štybar nemmeno piace poi tanto il fango. Il ceco della Quick Step preferirebbe il caldo, le magliette aperte, l'acqua sulla testa per rinfrescarsi. "Al Tour corro meglio, mi sento meglio". Ma non sempre cuore e ragione vanno d'accordo: "Però vuoi mettere che differenza? Il pavé e gli sterrati sono una stretta allo stomaco, un innamoramento e vuoi mettere quanto è bello quando il cuore ti batte all'impazzata?".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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