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C'era un intruso di successo. Simon Gerrans si ritira dal ciclismo

L'australiano voleva diventare un pilota di motocross, si ritrovò su di una bici. Non era un campione, ma "ero tatticamente più astuto degli altri". Ha conquistato una Sanremo e una Liegi, ora riparte da Goldman Sachs

23 Novembre 2018 alle 15:05

Simon Gerrans si ritira dal ciclismo

Simon Gerrans sul traguardo della Sanremo 2012 (foto LaPresse)

Se a sedici anni gli avessero detto che TT per lui avrebbe potuto voler dire qualcos'altro rispetto a Tourist Trophy, la corsa in moto che ogni anno si corre sullo Snaefell Mountain Course nell'isola di Mann, probabilmente si sarebbe stupito, avrebbe riso, avrebbe mandato tutti a quel paese. Perché lui girava, e forte, per le campagne australiane su di una motocross, sognava di diventare un pilota e un giorno guidare un bolide nella corsa in moto più incredibile del mondo. Le passioni sono però territorio strano, i sogni una guerra aperta con la realtà, le ambizioni una tela da dipingere che si ricrea continuamente. E così quando si ritrovò con un ginocchio messo male per una caduta in moto, gli suggerirono che il miglior modo per recuperare in fretta era pedalare. Fu il suo vicino di casa a prestargli una bicicletta. Fu lui a raccontargli un po' di storie, le corse in Europa, l'epopea del Tour e del Giro, quelle strane avventure a pedali su strade lastricate di pietre, paesi interi che si prendono un giorno di pausa da tutto quando passano i ciclisti. "Come sai tutte queste cose?", gli chiese un giorno. "Le ho viste, le ho corse", rispose Phil Anderson, il primo australiano a vincere una tappa e a indossare la maglia gialla alla Grande Boucle. Lui stava ad ascoltare e mentre pedalava ci metteva volontà e cattiveria, agonismo e testa. Voleva abbreviare il tempo che lo separava dal riprendere la moto, ma più i suoi muscoli riprendevano il controllo della gamba, più metteva chilometri in saccoccia, più questa distanza anziché dimunuire aumentava, si faceva siderale. Ogni pedalata era un pezzo d'addio ai motori. La velocità che voleva, che aveva sempre desiderato la stava trovando muovendo i pedali. E gli piaceva. Senza quasi accorgersene la motocicletta stava diventando passato, la bici presente e pure futuro. Simon Gerrans si ritrovò con un numero sulla schiena senza accorgersene. Comprese che TT non è solo Tourist Trophy, ma può essere anche Time Trial, anzi era ormai diventato soltanto questo. E così si ritrovò prima al via di una corsa, poi campione nazionale under 23 nel 2002. E come ogni australiano sulle pedivelle iniziò a girovagare al di là del Pacifico e dell'Atlantico: in Italia, in Norvegia, in Portogallo, infine in Francia. Era diventato un ciclista, aveva abbandonato la moto.

 

Quando arrivò in Europa in molti credettero che quel ragazzo con la statura da scalatore, ma che scalatore non era, un po' tracagnotto e con la faccia perennemente stupita, non ce l'avrebbe mai fatta. E anche alla Union Cycliste Nantes Atlantique, squadra dilettantistica francese, quando si videro arrivare quel ragazzetto, spedito lì da Baden Cooke, all'epoca sprinter in ascesa alla Fdjeux.com, storsero il naso. Lo presero per stima di Baden, poteva essere utile. In pochi mesi stupì tutti. E continuò a stupire tutti per anni, per una carriera intera. Anche all'ultimo Giro di Lombardia. Perché Simon Gerrans aveva annunciato il suo ritiro dopo la due giorni di gare World Tour in Canada, la sua ultima corsa doveva essere il Grand Prix Cycliste de Montréal. "Anche se mi sento ancora bene a livello fisico, la mia passione per lo sport non è più quella di una volta. Il ciclismo è troppo difficile se non si è in grado di impegnarsi con tutto il cuore", aveva scritto in una lettera aperta. Poi un po' di infortuni e di malanni stagionali avevano dimezzato il suo team, la Bmc. Il manager gli aveva chiesto un'ulteriore sforzo, ancora pochi giorni di corse. Lui aveva accettato, si era rimesso in gioco come aveva fatto ogni volta.

 

Perché Simon Gerrans è uno che non si è mai tirato indietro, che ha sempre fatto di tutto e molte volte anche di più per essere un ciclista, per poter battagliare con i più forti. "Probabilmente non ero il corridore più dotato del gruppo, anzi moltissimi erano più forti di me. Ma ero tatticamente astuto. E ho sempre lavorato molto duramente per raggiungere i miei obbittivi e sono sicuro di aver fatto tutto il possibile per ottenere il meglio da me stesso", ha detto recentemente in un'intervista a Rouleur.

 


Simon Gerrans al Giro d'Italia 2015 (foto LaPresse)


 

Gerrans è uno che ha studiato per tutta la carriera, che ha cercato di capire per quattordici anni quali fossero i migliori metodi di allenamento, il miglior modo per arrivare preparato a una corsa, l'alimentazione più adeguata. Guardava correre i suoi avversari e ne appuntava i difetti, i punti deboli, cercava soprattutto di conoscere al meglio se stesso, smussare il più possibile gli errori. Il resto lo improvvisava al momento. Perché uno come lui che viveva per le fughe, che cercava la testa della corsa come una missione, altro non poteva fare che farsi trovare pronto quando le dinamiche della corsa gli permettevano di avere un po' di libertà e cercare di sfruttarle al meglio. Anche perché essere veloce e resistente non sempre basta per vincere e "se non hai la classe del campione, ti devi arrangiare con quello che hai. E se hai volontà e furbizia, molte volte bastano", raccontò nel 1980 Willy Bocklant, uno che di furbizia e volontà ne aveva a pacchi e che pur non essendo un fenomeno è riuscito a portarsi a casa vittorie importanti, su tutte la Liegi-Bastone-Liegi del 1980.

 

Gerrans non era un vincente, ma era uno che non ci stava a perdere. Uno che poteva fare anche il gregario per una stagione intera, ma che se gli si lasciava una giornata di libertà difficilmente sbagliava. Soprattutto in una corsa importante. Delle 33 vittorie ottenute in carriera 21 sono arrivate in gare World Tour, il circuito più importante del ciclismo mondiale. Ha vinto tappe al Giro d'Italia, alla Vuelta España e al Tour de France (due volte), alla Volta Ciclista a Catalunya e al Tour Down Under, ha vinto in Australia e in Canada, ha conquistato corse prestigiose come il Grand Prix Ouest-France di Plouay e il Grand Prix de Plumelec-Morbihan. Poi ha sublimato tutto questo vincendo due corse monumento: la Milano-Sanremo e la Liegi-Bastogne-Liegi.

 

Ogni volta che Gerrans vinceva era una bocca aperta, un ohhh stupito, come se la sua fosse un'intrusione in un mondo che non gli apparteneva, un'apparizione.

 

Come quando il 17 marzo 2012 si presentò sull'Aurelia alle spalle di Fabian Cancellara e davanti a Vincenzo Nibali, dopo aver seguito lo Squalo all'arrembaggio del Poggio, l'ultima salita della Classicissima. In quel terzetto sembrava un pesce fuor d'acqua. Perché lo svizzero era all'apice della sua magnificenza e il siciliano pronto per spiccare il volo verso il gotha del ciclismo. Finì che Gerrans si mise a ruota di Cancellara, si fece piccolo alle sue spalle, divenne gigante allo sprint: primo, centotreesimo nome della lista dei trionfatori della Milano-Sanremo.

 

 

Come quando il 27 aprile 2014 si attaccò a denti stretti alla ruota di Alejandro Valverde sulla strada che sale verso Ans. E, mentre si esauriva la matta idea di Domenico Pozzovivo e Giampaolo Caruso di inseguire la gloria fuggendo sulla Roche-aux-faucons, mentre Daniel Martin si asfaltava a poche centinaia di metri dal traguardo della Doyenne, Gerrans si guardava attorno, calcolava le variabili e partiva al momento giusto: il migliore per impossessarsi della Liegi-Bastogne-Liegi, per conquistare un'altra di quelle corse che da sole fanno una carriera.

 

 

Gerrans, quando la corsa diventava dimensione per grandi corridori, è sempre sembrato un'intruso. Uno che lì sembrava non doverci stare, che non lo si aspettava mai ma lo si trovava sempre. Uno che lo potevi prendere a cannonate sulle gambe e lui neppure ci faceva caso: resisteva, si intestardiva, non mollava. Uno che a Ponferrada nel 2014 avrebbe potuto anche diventare campione del mondo se non fosse stato Michal Kwiatkowski, uno che per ostinazione e voglia di non mollare può benissimo tenere testa all'australiano. Dopo il traguardo, Gerrans sorrise: "Peccato, fossimo tornati sotto a Kwiato avrei potuto giocarmi la maglia iridata. Peccato, davvero. Ma forse Gerrans campione del mondo sarebbe stato un po' troppo".

 

Gerrans abbandona i numeri di gara e pure il mondo del ciclismo. Ma non la bicicletta: "A quella non rinuncio". La vecchia vita la archivierà subito, ritornerà stagista, un salto all'indietro di quattordici anni: "stagista" per la Securities Division di Goldman Sachs. Non un salto nel vuoto però, semplicemente un'evoluzione: "D'altra parte quello che farò non è altro che quello che ho fatto per la maggior parte della mia carriera professionistica. In questi anni quando non correvo ho svolto attività varie che vanno in questa direzione: ho organizzato e contribuito a creare eventi aziendali, giri in bici di beneficenza e mi sono occupato di una grande rete di persone anche lontano dal ciclismo".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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