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Mathew Hayman e quella favola chiamata Roubaix

Il corridore australiano ha annunciato l'addio alle corse. Storia di un'anima lunga come una montagna innamorata delle pietre del Nord

20 Settembre 2018 alle 15:49

Mathew Hayman e quella favola chiamata Roubaix

Foto tratta dal profilo Twitter di Mathew Hayman

Mathew Hayman è un’anima lunga, 190 centimetri, che lunga ha pure la faccia, ma mai il muso. Non che sia un burlone, è soltanto uno che non si lamenta, che sa che il ciclismo è fatica, e tanta, ma che “meglio così, c’è molto di peggio”. Mathew Hayman è un’anima così lunga che quando è in bicicletta sembra una montagna e alla sua ruota si sta talmente bene “che quasi non serve pedalare”, almeno per Simon Gerrans. Sarà per questo che ha fatto il gregario per una vita. Mathew Hayman è un’anima lunga australiana con un cognome che sembra un saluto tra amici e qualcosa come qualche centinaia di migliaia di chilometri passati a tirare il gruppo. Mathew Hayman è uno di quelli seri, che fanno il proprio lavoro in modo inappuntabile, che “a 20 anni sembrava ne avesse 40 per testa e professionalità”, ricorda Karsten Kroon che con lui corse nel suo primo anno da professionista: era il 2000, era alla Rabobank.

 

Anche le persone serie però tornano ogni tanto bambini e Mathew Hayman bambino ci torna ogni aprile, ogni volta che dai sobborghi di Parigi parte per Roubaix: “O la ami o la odi. Ho fatto Parigi-Roubaix quindici volte, ed è davvero l'unica gara che mi parla, che mi dice qualcosa. La sera prima è come la notte prima di Natale. E il giorno dopo, ti rendi conto che devi aspettare un altro anno per rifare tutto da capo”, ha detto a Rouleur. Sarà perché la Roubaix non è ciclismo, va oltre: un gioco di equilibrio, un sospiro lungo più di duecentocinquanta chilometri, un mondo che non cambia, ma dove di incantato non c’è nulla, tutto è infernale.

 

Mathew Hayman a Roubaix c’era arrivato per la prima volta nel 2000. Da quel giorno, da quel primo 9 aprile di un secolo nuovo, c’è ritornato diciassette volte in diciotto anni. Diciotto anni di professionismo, l’ultimo quest’anno. O almeno così ha annunciato in una lettera: “È giunto il momento per me di prendere una decisione molto difficile, con la quale ho lottato per mesi, principalmente per la paura di come potrà essere la mia vita senza essere un atleta professionista”. Questa decisione molto difficile è l’addio alle corse. Diciotto anni di professionismo e solo due Roubaix saltate, ma per necessità, non certo per scelta. Mai ne avrebbe persa una. “Mi sono innamorato della Roubaix all'inizio della mia carriera e a volte ho sentito che quella gara diventava per me un tormento”. Mai l’ha abbandonata. Neppure nel 2008 quando ruppe la ruota anteriore nelle Foresta di Aremberg e dovette aspettare dieci minuti prima di trovarne una. Si fece 70 chilometri da solo, superò diversi corridori, provò a recuperare prima di cadere sul Carrefour de l'Arbre a causa di qualche tifoso che camminava sul pavé convinto che la corsa fosse finita. Si rialzò, si tolse un po’ di polvere di dosso, ripartì, ché “avevo la gamba a palla e non mi andava di scendere la bici”. Arrivò al velodromo ventinove minuti e trentacinque secondi dopo Tom Boonen, centotredicesimo e ultimo. Ma arrivò. D’altra parte la Roubaix non è una corsa, è una missione, un sentimento, un gesto di autolesionismo, la cosa che si avvicina più all’amore.

 

A Mathew Hayman bastava essere lì, al via di Compiègne, per essere contento. Quando a fine febbraio del 2016, dopo una caduta alla Omloop Het Nieuwsblad, si ritrovò con un braccio rotto e gli dissero di stare tranquillo e prepararsi per il Tour de France che le Classiche erano già belle che andate, l’australiano strabuzzò gli occhi e disse: “Tra due giorni sono in bici, tra due settimane non così fuori forma, tra un mese avrò un gamba che vi pentirete a non portarmi alla Roubaix”.

  

  

Quella Roubaix la corse. Quella Roubaix la vinse. Quella Roubaix non se la scorda e mai lo farà: “Diciassette volte ho corso da Compiègne a Roubaix e ogni volta è stata una giornata fantastica, ma nel 2016 ho sollevato quel sasso (sorprendentemente pesante) sopra la mia testa. È stato il momento più bello della mia carriera sportiva”, ha scritto.

 

Quel giorno, quel 10 aprile del 2016, Mathew Hayman al via aveva detto che la gamba non se la sentiva bene, che quella volta avrebbe fatto fatica a finirla e che l’unico modo era salvare il salvabile, ossia la gamba. Quel giorno, quello della centoquattordicesima Parigi-Roubaix, decise che avrebbe fatto corsa al risparmio, ma dato che molte volte le cose non vanno mai come uno se le immagina si ritrovò in fuga. Lui e altri tredici uomini in cerca di avventura. Poi lui da solo. Ancora lui e altri undici, poi diventati ventisei con il rientro della banda Boonen in fuga dal gruppo. E ancora lui e altri dieci a pedalare per evitare il ritorno di Peter Sagan che era riuscito non si sa come a saltare un Fabian Cancellara distesosi davanti a lui sul pavé. Lui che soffre, che si stacca, che rientra su altri quattro, i migliori di giornata: Boonen e Vanmarcke, Stannard e Boasson Hagen. Tutti che scattano e tentano l’assolo e lui dietro a inseguire e a ripetersi salva la gamba, salva la gamba. Infine l’apparizione del velodromo, l’asfalto e il pavé che diventano cemento, le curve che si alzano. E lui che è in testa, la posizione peggiore al momento peggiore. Ma si alza lo stesso sui pedali, accelera comunque che non si sa mai, il traguardo che si fa vicino, molto vicino, anzi prossimo, anzi passato, veloce, primo. Magico.

 

 

Lui che alza le braccia, grida, non ci può credere, perché Mathew Hayman primo a Roubaix è cosa incredibile. Lui che scuote il capo, che si guarda attorno, fa cucù con le mani, chiede se è vero, e sì è tutto vero, e allora si sbraccia, abbraccia, gioisce, gode. Lui che ottiene un successo 1.648 giorni dopo la Parigi-Bourges conquistata nel 2011. Lui che ne avrebbe aspettati altrettanti, che basta una Roubaix, mica serve altro. Lui che dopo la Roubaix nient'altro. Lui che dirà che quel velodromo “è piuttosto fatiscente in una parte un po' fatiscente della città. Ma in quel giorno, diventa decisamente magico. Correre lì non smette mai di essere speciale”. Lui che "sarebbe stata una favola assistere a una vittoria di Tom Boonen, appena tornato dall'infortunio alla fine della sua carriera. Lo sapevo bene, vivo in Belgio e ho letto i giornali nelle settimane precedenti. Ma è stato meglio così: e Tom è stato molto gentile nella sconfitta, è stata la prima persona a congratularsi con me, mi ha detto che me lo meritavo”.

 

Mathew Hayman l’ultima Roubaix l’ha corsa l’otto aprile di quest’anno, ventiduesimo. Non ce ne sarà un’altra. “Kym, mia moglie, è sempre stata dietro le quinte, la longevità della mia carriera va attribuita al suo sostegno a me e alla nostra famiglia. Se mi ha insegnato qualcosa in tutti i nostri anni insieme, è che è meglio andarsene prima che la festa diventi un mortorio. Ed è quello che ho deciso di fare”.

 

Mathew Hayman si ritirerà davvero a gennaio, al Tour Down Under, nella sua Australia. Lo farà lì, non a Roubaix, perché Mathew Hayman è un duro e vedere piangere un duro non è mai bello. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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