Missione pavé. Ode al fango, bellezza della Parigi-Roubaix

Si disputa la 114esima edizione della Regina delle Classiche. Una gara infida, difficile, unica. Si corre sulle pietre, nelle campagne del nord est della Francia. E' prevista pioggia: i corridori sperano di evitarla, i tifosi non aspettano altro per divertirsi.

10 Aprile 2016 alle 10:00

Missione pavé. Ode al fango, bellezza della Parigi-Roubaix

La Parigi-Roubaix maschera e nasconde. E’ teatro. Un palcoscenico agreste a risalire la Francia, dalle zone limitrofi alla capitale – Compiégne sessanta chilometri a nord est di Parigi –, all’estrema periferia d’Oltralpe, verso oriente, prima a seguire il corso del fiume Oise, poi il richiamo di Fiandra. E’ ricerca. Un vagare tra le campagne del nord del paese, lungo strade dimenticate dal grande traffico, su di un fondo dimenticato dalla storia del muoversi quotidiano: pavé. E’ colpo scenico. Un’attesa dell’inconsueto, perché altro non può essere se non inconsueto spingere i pedali su blocchi di granito, in un orizzonte che null’altro ha da offrire se non campi e fossi, pianura e alberi solitari, dove anche un casolare sembra un’apparizione. E’ un canovaccio senza scene prestabilite. Una trama generica sempre animata da eventi imprevedibili, dove una ruota può sgonfiarsi, una pietra muoversi al momento sbagliato, un copertone trovare il muschio e stendersi al suolo con chi ci pedala sopra. La Roubaix la si può vincere ovunque, con uno scatto sull’asfalto, un allungo sul pavé, una stoccata allo sprint, un assolo da lontano. La si può perdere dalla Foresta di Arenberg in poi: cento chilometri all’arrivo, un rettilineo di 2.300 metri in mezzo a un bosco fitto e cupo che per centinaia d’anni ha visto solo piccoli uomini neri di carbone trasportare carriole che avrebbero riscaldato la Francia.

 

In mezzo a tutto questo corrono i corridori. In mezzo a tutto questo i corridori perdono i loro tratti, le solite sembianze, si trasformano in generici uomini a cavalcioni delle loro biciclette: è una corsa di corpi, non di facce, quelle sono mascherate, nascoste. Si celano sotto la polvere quando il tempo risparmia loro la beffa di sofferenze inutili, sotto il fango quando la pioggia colpisce le loro schiene e le ruote colpiscono il loro viso con quello che raccolgono dal terreno.

 



 

Il ciclismo è sport di forza e resistenza, ma anche di sensazioni e di espressioni. Molte volte basta un’occhiata ai rivali per capire quando sono a tutta, la possibilità di staccare o essere staccato. Quando Fabian Cancellara si involò verso il suo primo Giro delle Fiandre nel 2010 fu un’occhiata al rivale Tom Boonen a fargli decidere che era il momento di attaccare: “Stringeva i denti, aveva i muscoli del viso contratti da diversi chilometri, sapevo di dover forzare”, disse a successo ottenuto. Scattò sul Muro di Grammont e infisse al belga oltre un minuto in nemmeno sedici chilometri.

 

La faccia ci rappresenta, esterna le nostre sensazioni. Ci sono atleti che sono un manuale di espressioni, altri che non fanno trasparire alcuna emozione. Miguel Indurain era impassibile, aveva una faccia per qualsiasi sforzo. Così Nairo Quintana, Rick Van Looy, Fausto Coppi. Roger de Vlaeminck non apparteneva ai secondi. Non era prodigo di gestualità, ma era uno che la fatica gliela si poteva vedere in volto, gli segnava zigomi e fronte. Sempre. Anche in quel 13 aprile del 1975. Settantatreesima Parigi-Roubaix, settima per lui: in due occasioni aveva vinto, in una era arrivato secondo, mai era sceso più giù del settimo posto. La corsa era stata battezzata dalla pioggia durante la notte, poi il sole era comparso e aveva iniziato ad asciugare un po’ il terreno. Le strade rimanevano ancora umide, il volto dei corridori chilometro dopo chilometro si scuriva di schizzi. Roger non sente la gamba dei giorni buoni, sa di non avere la possibilità di involarsi solo, attende. Eddy Merckx che gli ha pedalato affianco per tutto il giorno con la maglia di campione del mondo, ha più volte provato a lasciarlo indietro: prima è stato rimontato dai compagni di squadra del Gitano di Eelko, poi una foratura ha vanificato l’allungo. Ha timore di lui, sa della sua abilità sul pavé, conosce bene il suo cambio di ritmo. Davanti rimangono in quattro, quattro belgi: con i due André Dierickx e Marc Demeyer. Nell’ultimo settore di pavé de Vlaminck sobbalza, fatica, pensa di mollare la ruota del Cannibale. Merckx si gira scorge il fango secco che copre la faccia al suo rivale, non forza, non scatta, non vuole prestare il fianco a un contrattacco. Continuano compatti verso Roubaix, verso il velodromo. Lì Merckx prova l’affondo, prova a scavare sui rivali quel solco che gli permetterebbe la vittoria. Anticipa lo sprint, ma de Vlaeminck non si fa sorprendere, lo affianca, lo supera, vince a braccia alzate. E’ incredulo. Dirà: “Ad un certo punto pensavo di mollare, non ce la facevo più a pedalare al ritmo di Eddy. Ho resistito per miracolo solo perché non ha accelerato a suo modo”. Graziato. Dirà: “Eddy si è girato spesso, mi guardava, cercava di capire la mia condizione. Sapevo di non poter mentire ai suoi occhi. Per questo ho cercato di coprirmi il volto con quel fango che avevo in faccia. Ha funzionato. Non ci fosse stato probabilmente Eddy mi avrebbe stanato e staccato”. Salvato dal fango.

 


Le fasi finali della Parigi-Roubaix del 1975


 

De Vlaeminck nel 1975 ringraziò il fango che aveva in faccia. Quello sotto le ruote invece non lo ha mai ringraziato nessuno. Quando piove sulla Roubaix è un insulto alla fatica, un dito in una piaga, uno scherzo diabolico. E’ quanto di più perfido poteva uscire dalla penna di Dante, è “un girone dantesco riservato ai corridori. Un luogo di espiazione e tormento. Ed è proprio questo che rende grande chi ci entra”, scrisse Claudio Gregori nel 2005.

 

I corridori prima di partire guardano il cielo, lo scrutano, si trasformano in austromanti. Quando butta al brutto lo insultano. Gli appassionati fanno lo stesso, ma alla prima goccia esultano. C’è un rapporto maligno tra tifosi e la Roubaix. E’ la Schadenfreude tedesca, è il piacere provocato dalla sfortuna altrui. E’ la consapevolezza di uno spettacolo incredibile. Quando piove sui corridori la Roubaix diventa un azzardo, equilibrismo, sensibilità. E’ perfidia: il pavé diventa sapone, le vie di fuga spariscono coperte da fiumiciattoli d’acqua e melma. Si corre in qualche metro di blocchi di pietra, sotto un cielo che sembra bruma, attaccati alla speranza che nessuno davanti scivoli. La Roubaix diventa pellegrinaggio solitario, tutto si sparge e si dirada, i contorni e le immagini si scompongono per le vibrazioni della bici, per la fatica che cresce, per i chilometri che si accumulano sulle gambe. Galleggiare è duro, emergere è martirio. Davanti ci sono gli acrobati, gente di follia non comune, non semplici amanti del rischio, estremisti. Dietro i romantici. Perché concludere questa corsa sapendo di non poter raccogliere niente è già un atto caritatevole, farlo in condizioni al limite del buon senso non è altro che un atto d’amore.

 



 

La Roubaix nasconde e maschera. Sono gli occhi a colpire quando piove. Sono punti bianchi in un grigio generico. Sono immagini affaticate, allungate, strizzate. Immagini che al traguardo si aprono, riprendono forma e vita. Quelli di Franco Ballerini verso il velodrono della sua ultima corsa.

 

Gli occhi della Roubaix si apriranno e si chiuderanno domenica, come sempre a dimostrare che l’Inferno del Nord è arrivato, che le follie ancora esistono, che pedalare è fatica, certo, ma soprattutto incoscienza. Perché “nella Roubaix, è risaputo – scrisse Mario Fossati –, pochi sono gli eletti e molti i dannati. L'aristocrazia è riconoscibile dai superstiti, dalle rare persone che si salvano. Il fuoco centrale dell'aprile, non vi è dubbio, era e rimane la Parigi-Roubaix. Gli altri traguardi, al cospetto, impallidiscono”.

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