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Un sogno chiamato Roubaix. Filippo Ganna, il pavé e il paradigma Demol

Il due volte campione mondiale dell'inseguimento è alla prima partecipazione all'Inferno del Nord. Farà esperienza, come al Fiandre, magari provando la fuga. E chissà che non finisca come nel 1988

7 Aprile 2018 alle 12:52

Un sogno chiamato Roubaix. Filippo Ganna, il pavé e il paradigma Demol

Foto di Sportblog Janus Verlaeckt e tratta dal profilo Facebook di Filippo Ganna

Filippo Ganna ha un nome regale, un cognome pionieristico, almeno nel ciclismo, e un sogno di pietre francesi. L'Europa ha visto quindici re Filippo, il mondo della bicicletta due Ganna, Luigi e Agostino, il ragazzo di Verbania ancora nessuna Parigi-Roubaix: la scoprirà domenica. O almeno quella dei grandi, perché quell'altra, quella per gli under 23, l'ha già corsa e conquistata (nel 2016).

 

Filippo Ganna ha gambe potenti e intelligenza ciclistica, ha soprattutto quella dote rara di sapere come si sta in bicicletta e cosa ci vuole per starci. L'ha affinata in anni di velodromi, girando e girando in pista, in quei luoghi dove "si impara a correre sulle uova e si apprende l'arte dell'equilibrio", o almeno per Antonio Bevilacqua, due volte campione dell'inseguimento individuale (nel 1950 e nel 1951). Bevilacqua sognava la Sanremo, vinse la Roubaix. Lo fece nel 1951, alla sua seconda partecipazione. Lo fece scattando sulle pietre a trenta chilometri dal traguardo, resistendo a uno scatenato Luison Bobet. Lo fece seguendo la disperazione, quella di chi sapeva di non avere alcuna speranza di poter battere il ciclista più veloce di allora, Rik Van Steenbergen.

 

 

Come Bevilacqua, Filippo Ganna conosce il senso del tempo. L'ha imparato nell'inseguimento e l'ha imparato bene: due volte campione del mondo nell'individuale. E "se qualcuno sa inseguire, sa capire anche che sulla bicicletta bisogna dare tutto" (sempre Bevilacqua), ma fuori dai velodromi va imparata anche un'altra massima, ossia quella di uno che nei velodromi ha vinto tanto ma in strada anche di più, Jacques Anquetil: "Il ciclismo è come la caccia, a volte bisogna imparare il senso dell'attesa", la capacità di saper cogliere il momento giusto.

 

Una regola di difficile attuazione, almeno quando si è giovani e le strade le si vuole mangiare, così come il pavé. L'altro Ganna, Luigi, prima di vincere il primo Giro d'Italia della storia, tante gare aveva perso per eccesso di baldanza. "Di resistenza vinceva il Ganna", scriveva Eugenio Costamagna, "ma la resistenza è dote che se non si centellina si diparte facilmente e va imparata a essere messa a resa". E di resistenza potrà vincere il nuovo Ganna, Filippo.

 


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All'ultimo Giro delle Fiandre ha iniziato intanto a prendere confidenza con il pavé degli adulti, quello dei campioni. Pronti via e subito a cercar la fuga, subito a trovar la fuga, che non è cosa facile, che bisogna andar forte per cercarla, per trovarla e per farla crescere. Quasi duecento chilometri d'avanguardia, di pietre scoperte in testa, di presa di coscienza di cos'è la testa: della corsa e della bici. Dirà a Tuttobiciweb: "È stato incredibile. La gente sui muri urlava talmente tanto che quando il direttore sportivo parlava alla radio non riuscivo a sentirlo e gli chiedevo di ripetere. Non avevo neanche sentore dei miei pensieri. La verità è che mi piacerebbe fare bene fin da subito in queste corse, ma prima occorre imparare bene a muoversi in queste corse. Qua ogni metro risparmiato, è un metro che ti ritrovi nel finale".

  

 

La fuga è una palestra di ciclismo, accelera l'apprendimento. Se scappi dal gruppo comprendi cosa vuol dire essere braccato e impari più in fretta cosa non fare per finire ripreso. La vita dell'uomo della fuga del mattino è vita grama: chilometri e chilometri in testa a prendere vento, senza nemmeno la certezza di arrivare, anzi con la consapevolezza che qualcuno arriverà di sicuro. La fuga del mattino è una condanna: non arriva mai. Ma se arriva? Se arriva è festa grande è festa del paradosso e forse del ciclismo.

 

Roubaix festeggiò il 10 aprile 1988. Festeggiò in un giorno di sole e di pietre polverose, di aria tersa e vento fastidioso. Festeggiò un ragazzo con la faccia da duro del cinema americano e anni di gregariato sulle spalle, un ragazzo che veniva da Kuurne, Fiandre piene, che il pavé lo amava, ma che dal pavé non era così amato: erano altri i campioni, altri quelli eleganti sulle pietre. Dirk Demol però ogni anno faceva di tutto per essere al via delle classiche del Nord, ogni anno si preparava al meglio perché quelle settimane di blocchi di porfido erano il suo mondo.

 

"Non ero stato selezionato per il Giro delle Fiandre e così alle otto del mattino ero uscito in bici e ho fatto un giro di sette ore perché volevo andare alla Roubaix, Volevo essere pronto", racconta a Cyclingnews. "Quel giorno vinse un mio compagno (Eddy Planckaert). Il giorno dopo, i cellulari non esistevano, ho chiamato il mio direttore sportivo Jose De Cauwer e mi sono complimentato con lui e con Eddy. Poi gli ho detto di farmi un favore, di selezionarmi per la Roubaix, che mi ero allenato bene, avevo fatto secondo a Bellegem, avevo buone sensazioni e avrei qualsiasi cosa mi fosse stato chiesto. Era d'altra parte la mia corsa preferita". Un fiammingo che al Giro delle Fiandre preferisce la Roubaix è un fiammingo strano, almeno per gli altri fiamminghi.

 

Demol a quella Roubaix ci andò e fece quello che gli venne chiesto. "Vai in fuga!". E lui ci andò al chilometro 44. Iniziò a spingere per prendere più vantaggio possibile e per essere così un punto d'appoggio nei chilometri finali al suo capitano, Eddy Planckaert.

 

Tredici davanti, un gruppo intero dietro. Ma un gruppo che non aveva fretta, che prese i primi settori in pavé tranquillamente, che prese la Foresta di Aremberg, l'inizio dell'Inferno, forte, ma come forte l'aveva presa il gruppetto di testa e oltre cinque minuti indietro. Sul Carrefour de l’Arbre, a una ventina di chilometri dal traguardo, Demol era ancora avanti a tutti con altri quattro uomini. Provò l'affondo. Gli rimase a ruota solo lo svizzero Thomas Wegmüller. Ritornati sull'asfalto si girarono, videro che le nuvole di polvere erano ancora lontane, che tanto valeva mettersi pancia a terra a dare tutto e giocarsela allo sprint. Bastò un occhiata, bastò un cenno e via di comune accordo. La battaglia iniziò a trecento metri dall'arrivo, fu la sola e campale, fu Wegmüller a provare ad allungare, Demol che prende la testa e la tiene sino all'arrivo orfano del velodromo.

 

 

Demol che dopo 222 chilometri di fuga fa la storia, perché nessuno aveva mai trasformato il mattino in pomeriggio, la partenza in arrivo, l'avanguardia in successo, almeno a Roubaix, almeno sul pavé. "Forse è stato scritto nel libro della vita", "è stato meraviglioso".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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