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Il ciclismo non è utopia (o forse sì). Corse e rincorse di Bidon

Giovanni Battistuzzi

Un anno di biciclette da leggere. Chissà che l'utopia non vinca è un libro, un insieme di storie, nient'altro che il senso ultimo di cosa riesce ancora a essere il ciclismo, nonostante tutto

Non è ideale, è reale. Non è pensiero, è sostanza. Non è aspirazione, è azione. La bicicletta non ha nulla a che fare con l'utopia. Eppure ci sono poche cose che si adattano così bene alla bicicletta come l'utopia. Perché pedalare è immergersi in un mondo concreto che si trasforma pedalata dopo pedalata, che diventa altro, che assume nuove forme, nuovi confini, che somma colori e chilometri, si deforma in pensieri e assenze di pensieri, in trance ed estasi. 

 

E pure la sua dinamica più veloce e competitiva, il ciclismo, ha poco a che fare con l'utopia. Perché è tempio della forza, della resistenza, ora dell'agilità. Al massimo è luogo d'elezione del coraggio, del pelo sullo stomaco, a volte, fortunatamente, della follia. C'è poca utopia nel ciclismo, eppure, come per la bicicletta, poche cose si adattano così bene al ciclismo come l'utopia. Perché di speranze e aspirazioni che non possono avere attuazione è piena la storia delle due ruote a pedali. Gregari che non hanno mai vinto, ma che hanno pensato un giorno di vincere; buoni corridori che si sono immaginati di giallo o di rosa vestiti; storie viste mille volte, che si ripetono costantemente, che si ripropongono ogni stagione, che attendono la fine di un dominio per piazzare il colpo grosso, quello che vale una carriera, in attesa dell'inevitabile nuova tirannia. Non accade quasi mai, ma quando accade è stupore, gioia, chapeau. Perché, alla faccia dell'orribile calcolo delle probabilità, ogni tanto questo accade, non sempre va a finire come tutti si attendono, ogni tanto una fuga arriva, a volte la mattata va in porto, a volte vince l'utopia.

 

Chissà che l'utopia non vinca non è altro che un libro, non è altro che un insieme di storie, non è altro che tutto questo: il senso ultimo di cosa riesce ancora a essere il ciclismo, nonostante tutto. La prova, ancora esistente, che il ciclismo non è solo un albo d'oro, ma un mondo di storie e di racconti, di esperienze e di transumanze, di ricerche e, perché no, di utopie che quasi mai si realizzano, ma ancora esistono e resistono.

 

Chissà che l'utopia non vinca è Bidon, che altro non è che un manipolo di uomini cresciuti a pane e ciclismo, che il ciclismo lo sanno raccontare tralasciando molto spesso (e fortunatamente) la cronaca per farlo diventare altro: un po' storia, un po' fiaba, sicuramente un momento di buone letture.

 

Chissà che l'utopia non vinca è un anno intero di corse e rincorse, un contenitore buono per non dimenticarsi di quanto di bello abbiamo visto passare su strade più o meno vicine, rese però prossime dalle immagini televisive, da pomeriggi passati su un divano, su di una sedia o uno sgabello da bar. Immagini che scorrono su televisori casalinghi, schermi da osteria, o soltanto finestre ridotte in monitor lavorativi. Quelle che abbiamo visto tutti, quelle che qui sono diventate una cascata di istantanee. Che si sono trasformate in un viaggio che parte da lontano, dalla Teogonia di Esiodo, che plana sul Patenberg dell'ultimo Giro delle Fiandre (che belli i nomi dei muri fiamminghi, capaci in una parola, di descrivere gli stadi della fatica), passando per il Giro d'Italia secondo Eugert Zhupa, si sono fermate tra le colline marchigiane a ricordare quanto amore ancora abbiamo per Michele Scarponi, per infilarsi in volata tra le ventuno tappe del Tour de France.

 

E poi c'è altro, perché la bicicletta non è altro che un mezzo che porta ovunque permettendoti di osservare qualsiasi cosa. Due ruote che si muovono grazie a una catena che senza le nostre gambe non sarebbe nulla, nient'altro che un ammasso di acciaio (o qualche altra lega) senza movimento. Ma quando si sale in sella e si spinge sui pedali si entra in un mondo dove tutto è prossimo, tutto è raggiungibile. Anche Ernest Hemingway e le sue scorribande friulane al tempo della Prima guerra mondiale e poi quelle al Vel d'Hiv, il grande velodromo di Parigi dove poteva osservare la sua grande passione, quando "cominciai molti racconti sulle corse in bicicletta ma non ne scrissi mai uno bello come le corse sulle piste all’aperto o al chiuso e per strada".

 

La bici può zigzagare, allungare o accorciare una strada, fregarsene dell'asfalto e pascolare per prati o per campi. Per questo motivo non c'è salto e non c'è stranezza se dopo Hem si incontra Graeme Obree, il visionario e incredibile pistard che dal nulla si inventò un Record dell'Ora diventato più epopea che storia. Filippo Cauz parla a lungo con lo scozzese e ne viene fuori un ritratto vivo di uno dei più folli sperimentatori del ciclismo contemporaneo.

 

La bici avvicina mondi diversi, è un'oceano di racconti.

 

D'altra parte non poteva andare altrimenti. Perché Bidon non è nient'altro che la borraccia in francese, non è nient'altro che ciclismo allo stato liquido, o almeno è così nel loro "manifesto". Forse per questo, per prossimità di stato di aggregazione molecolare della materia, Chissà che l'utopia non vinca fila via liscio come una birra fresca. Sarà perché "se è vero che la bicicletta sta allo sport come la mitologia sta alla letteratura classica", scrive Gino Cervi nella prefazione, "mi posso allora prendere la sfacciata libertà di parafrasare così: 'Nel ciclismo, in principio era la sete'". Sarà perché il ciclismo è composto da borracce di acqua da bere e da versarsi in testa, da birra nelle gambe, da un fiume di biciclette, da fughe fiume che si trasformano in fughe bidone, da galleggiamenti tra avanguardisti e inseguitori.

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