cerca

Petr Vakoč e i cento giorni alla fine dell'inferno

Il corridore della Quick-Step era stato investito da un tir a gennaio, ha passato un anno lontano dalle corse, ora è pronto a ripartire. E vuole combattere per una battaglia di civiltà: la sicurezza nelle strade

7 Novembre 2018 alle 13:55

Petr Vakoč e i cento giorni alla fine dell'inferno

Foto LaPresse

Un anno è trecentosessantacinque giorni, ottomila e settecentosessanta ore più spicci (tranne negli anni bisestili che, ogni quattro anni, ci regalano un giorno in più). Questo per tutti. Poi c'è il resto, cioè il modo in cui si riempie questo tempo. E allora è sonno e veglia, lavoro e divertimento. Se fai il corridore è bici e ancora bici. Chilometri e massaggi, gare e allenamenti, soprattutto corse e rincorse. Sono fughe, se va bene vincenti, se va male vento in faccia e basta. Sono inseguimenti, velocità che affatica i muscoli, sprint e salite, scatti e discese. Sono curve e controcurve, rettilinei e scie da sfruttare, altrimenti bisogna trasformarsi in frangivento, testa bassa e via a pedalare. Un anno può essere sogno, può trasformarsi in un incubo. A volte si spera possa durare per sempre, altre che finisca subito. Ci sono anni che la gamba gira che è una meraviglia e sui pedali si vola, altri che si fatica come mai si è faticato, che sembra di avere la colla al posto degli pneumatici, che nemmeno col motorino si può staccare gli altri. Ogni anno “è un mondo a sé, cambia tutto”, diceva ai suoi uomini l'avucatt Eberardo Pavesi. Ricordava loro che anche i campioni possono avere un momento di appannamento, ma un vero campione è colui al quale “l'appannamento dura qualche mese, non certo un anno intero”. Questo “purché la salute v'assista”.

 

Sta tutto lì, nella fortuna che tutto vada bene, altrimenti è tempo perso.

 

E allora un anno può diventare 52 giorni di ospedale, 110 di busto. Può trasformarsi in 17 libri letti e 4.641 pagine sfogliate, in centotrentaquattro uscite in bicicletta, centotrentaduemila metri di dislivello, quindici volte l'Everest, e nessun giorno di corsa. Un'attesa infinita. Un anno da buttare. Ma anche no. Perché poteva essere peggio, molto peggio. E allora ci vuole ottimismo, vedere le cose buone. Soprattutto c'è bisogno di ripartire.

 

Petr Vakoč ha detto che ripartirà tra cento giorni: “Tra cento giorni voglio essere al via di una corsa”.

 

Petr Vakoč era stato buttato a terra da un tir a gennaio. Era in Sud Africa con i compagni della Quick-Step Floors Laurens De Plus e Bob Jungels ad allenarsi, per preparare una stagione che l'avrebbe potuto lanciare definitivamente tra i grandi. “Stavamo pedalando quando improvvisamente ho sentito un forte rumore e un attimo dopo ho visto i miei due compagni a terra. Non ho visto il camion arrivare da dietro, ma deve averli colpiti con lo specchio anteriore sinistro o addirittura con la parte anteriore sinistra”, raccontò il lussemburghese. Lo stesso che tre mesi dopo con un colpo a effetto conquistò la Liegi-Bastogne-Liegi dedicandola all'amico ancora alle prese con operazioni alla schiena e riabilitazione.

 

“Sono fortunato a essere vivo”, ha detto ieri il ceco della Quick-Step. “Dopo tre interventi chirurgici e mesi di riabilitazione ho aumentato gradualmente il carico di allenamenti”. Vakoč ha passato mesi di incertezza. Poteva non tornare a camminare, ora cammina. Poteva non tornare più in sella a una bicicletta, ora pedala. Poteva non tornare più quello di prima, “ora finalmente posso essere in grado di tornare: non solo di tornare alla vita normale, ma di tornare a correre”, ha detto. Cento giorni ancora, cento giorni e poi si vedrà.

 

Vakoč è uno che ha sempre combattuto, uno che non ha mai disdegnato il lavoro sporco, uno che per gli altri si è sempre dannato, che se c'era da tirare tirava, che se c'era da andare in fuga ci andava, che se c'era la possibilità di vincere questa possibilità se la giocava al meglio.

 

Vakoč è uno che sa quali sono i suoi limiti, ma che sa anche che “i propri limiti si possono limare, ci si può sempre migliorare, basta avere buona volontà”, disse all'Het Nieuwsblad.

 

Vakoč è uno che la bicicletta è tanto, a volte tutto, ma “c'è dell'altro, perché non ci si può focalizzare solo su una cosa nella vita”. Che quando smetterà di essere un ciclista professionista, “non smetterò certo con la bici”. Che intanto si è preso una laurea in Economia, che ha rinunciato a far carriera universitaria per fare chilometri in gruppo, ma che non si sa mai, che “magari decido avviare un'impresa mia, ovviamente legata al ciclismo”. Ma più avanti. Per ora c'è un nuovo contratto con la Quick-Step Floors, che il prossimo anno sarà Deceuninck - Quick-Step, ma nulla cambierà. Per ora c'è un battaglia da vincere, una battaglia di civiltà: la sicurezza nelle strade.

  

“Certamente non è possibile evitare tutti gli incidenti, ma sono convinto che almeno il loro numero può e deve essere ridotto. C'è inutile ostilità tra automobilisti e ciclisti. Chi guida spesso non si rende conto quanto può mettere in pericolo chi pedala, quanto sia pericoloso far passare i ciclisti a pochi centimetri. Per me questo è stato un argomento di grande interesse durante gli ultimi mesi. Il mio obiettivo è quello di contribuire per cambiare la situazione, per cercare di migliorare le cose”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi