La Liegi-Bastogne-Liegi e il senso delle promesse per Bob Jungels

Il lussemburghese della Quick-Step da piccolo voleva diventare una leggenda. Ha iniziato a costruirsela alla Doyenne. Dopo aver rischiato di vedere due amici morire sotto un camion

22 Aprile 2018 alle 18:20

La Liegi-Bastogne-Liegi e il senso delle promesse per Bob Jungels

C'era un bambino e una domanda, una delle tante che si fanno a scuola, quella che non cambia mai, che si fa ovunque e a chiunque. La domanda delle domande: cosa vuoi fare da grande? Il professore l'aveva fatta a tutti. Aveva trovato i realisti: ingegnere, scienziato, architetto; aveva trovato gli altruisti: pompiere, dottore, poliziotto; aveva trovato i sognatori: regista, astronauta, mago; e poi aveva trovato Bob Jungels: "Voglio diventare una leggenda". E nonostante il professore gli avesse fatto notare che diventare una leggenda non è un lavoro, Bob Jungles aveva controbattuto: "Lo so, io comunque voglio diventare una leggenda".

 

Per diventare una leggenda ci vuole talento, la fortuna e la bravura di riuscirlo a esprimere, fare qualcosa di straordinario e continuare a farlo a lungo. Bob Jungels il talento ce l'ha, l'ha sempre espresso con costanza, oggi ha iniziato a fare qualcosa di non ordinario. Perché vincere la Liegi-Bastogne-Liegi attaccando sulla Roche-aux-Faucons, con una ventina di chilometri da percorrere e una ventina di rivali affamati di vittoria all'inseguimento, non è cosa comune, soprattutto in un ciclismo che, molto spesso, alla sparata da lontano preferisce l'attesa, la resa dei conti sull'ultima ascesa.

 

  

I risultati di questa non ordinarietà si sono visti sul traguardo: oltre mezzo minuto di vantaggio su Michael Woods e Romain Bardet, una quarantina sul gruppo, regolato in velocità da Julian Alaphilippe, che mercoledì aveva trionfato in cima al Muro di Huy, in quella Freccia Vallone diventata ormai una volata ascendente sul Chemin des chapelles. E che sul traguardo della Liegi è arrivato anche lui a braccia alzate per celebrare la vittoria del compagno di squadra.

 

Alaphilippe sognava la Doyenne, per sé e forse anche un po' per la Francia che non la vince dal 1980, da quando Berard Hinault si travestì da sciatore per domare le côte e tutta quella neve che aveva imbiancato le Ardenne. La Quick-Step, la squadra di Alaphilippe, sognava la doppietta vallona, un po' per gloria, un po' perché aver perso la Parigi-Roubaix non era ancora andata giù, soprattutto per il nome del vincitore, quel Peter Sagan che ai blu non piace proprio. In ammiraglia avevano pensato a un piano preciso: gregari a fendere veloce il vento sulla Redoute, un attacco da lontano di Philippe Gilbert, uno da un po' più vicino di Bob Jungels, infine puntare sulla velocità ascensionale del francese. E così Mas ha iniziato a far ritmo sulla côte più famosa, Gilbert è scattato all'inizio della Roche-aux-Faucons, prima di farsi riprendere dal colombiano Henao, Jungels è partito in contropiede. L'ultima parte del piano non è servita perché Jungels non ha mai rallentato, non si è mai girato, ha applicato al meglio la massima di Learco Guerra: "Te mena sulle pedivelle che se vogliono raggiungerti devono menare anche gli altri". Gli altri hanno menato un po' meno e un po' in ritardo, ché era in tanti, ché erano forti, ché un po' di paura di perdere toglie la possibilità di vincere.

 

Bob Jungels non ha fatto tanti ragionamenti, non aveva paura perché non poteva permettersi il lusso di averla. Perché lui si era promesso di diventare leggenda, soprattutto perché aveva una promessa da rispettare. Ed è sempre più facile provare a rispettare un patto fatto con qualcuno che uno fatto con se stesso. Aveva dato la sua parola: vincere. E lo fatto dall'altra parte del mondo, in Sud Africa, in una camera d'ospedale. Era l'inizio di febbraio e qualche giorno prima, il 26 gennaio, un camion aveva investito Laurens De Plus e Petr Vakoc, che si stavano allenando assieme a lui. Jungels era davanti ai due di qualche decina di metri, sentì il rombo del motore, rumore di sferragliamento, grida e poi un'ombra che accelerava e lo superava. Vide i suoi amici a terra che si lamentavano. Si sentì piccolo e inutile. Ebbe paura. De Plus si ruppe parecchie cose, Vakoc quasi niente, ma le conseguenze delle botte si fanno ancora sentire su un rene e su un polmone. E mentre i due recuperavano Jungels si allenava e prometteva: vedrete che cose combinerò.

 

Bob Jungels ha promesso, poi ha messo in pratica. Oggi tutti hanno visto che cosa è riuscito a combinare.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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