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Bianca Liegi-Bastogne-Liegi. La neve, Hinault e la legge del Tasso

Nel 1980 La Doyenne coperta di neve sembrava la Coppa Cobram. Corridori coperti alla bell'e meglio, con sgargianti semi-impermeabili, con berrette in lana, passamontagna e guanti da sciatore

20 Aprile 2018 alle 12:17

Il tasso odia il freddo, si rintana e aspetta che il clima si faccia decente, che il sole ritorni a riscaldare e la terra si disgeli. Non è fatto per il letargo, si limita ad aspettare, a riposarsi il più possibile, a limitare i movimenti per evadere il senso di fame. Il tasso ha un aspetto simpatico, ma non è un animale socievole, quando le temperature si abbassano lo diventa ancor meno. Il tasso passeggia, evita di correre se può, ha olfatto e udito così sviluppati che gli permettono di evitare i problemi ancor prima che questi si presentino e se per caso qualcosa lo sorprende si affida a unghie forti come lame. Così funziona per tutti da sempre. Solo a un tasso piaceva correre, ma non era animale, era umano, francese, Bernard Hinault. Ma come le bestie a cui lo paragonarono, Monsieur Blaireau, odiava il freddo, non era socievole e quando le temperature si abbassavano lo diventava ancor meno.

 

In Belgio dicono che aprile è il mese dello spoglio, ché i giacconi si fanno meno pesanti, le sciarpe ogni tanto le si possono dimenticare a casa e una birra la si può bere anche all'aperto. Quel giorno, quel 20 aprile del 1980, aprile sembrava gennaio e Liegi Helsinki. Tra i 174 uomini che dovevano partire per raggiungere Bastogne e poi ritornare a Liegi qualcuno decise che tanto valeva rimanere fermi nella città vallona. Fioccava e tirava vento da est e c'era un clima più da sci di fondo che da bicicletta. Quando la bandierina del via fu abbassata una decina di uomini fecero tre chilometri in coda al gruppo, poi uscirono dal percorso per raggiungere l'albergo. A raccontarlo fu Gilbert Duclos-Lassalle all'Equipe. E alla domanda, perché? rispose, "avevo tre maglie, una giacca e due paia di guanti ed ero congelato. Non si fosse opposto il direttore sportivo l'avrei fatto anch'io. Bestemmiai e andai avanti".

 

Dopo settanta chilometri, con il termometro che segnava un grado, centodieci corridori avevano già preso la via di casa. Dopo cento chilometri Bernard Hinault si fermò, scese di bici e disse all'ammiraglia che si ritirava. Cyrille Guimard, il direttore sportivo della Renault-Gitane, arricciò il naso, strinse le labbra. Non era un buon segno, lo sapeva pure Hinault. "Dai una mano ai compagni, sei stato tu a dire che eri qui per loro. Che figura ci fai?". Il bretone fece spallucce, aprì la portiera, poi ci ripensò. Aveva detto a tutti che avrebbe fatto da gregario a Maurice Le Guilloux che l'anno prima si era dannato l'anima per lui al Tour de France. Si rimise in sella e recuperò.

 

Il gruppo sembrava quello della Coppa Cobram. Gente coperta alla bell'e meglio, con sgargianti semi-impermeabili, con berrette in lana, passamontagna e guanti da sciatore.

  

  

La neve copriva tutto il panorama, a volte pure la strada. Sullo Stockau non si vedeva niente, fioccava così tanto che proseguire sembrava insensato. Non però per Rudy Pevenage, che mentre tutti sbuffano picchia sui pedali in testa alla corsa, oltre due minuti avanti a tutti. C'è aria di resa nel gruppo. Nessuno che abbia veramente voglia di andarlo a prendere. Ma quando venti chilometri più tardi lo trovano zigzagare sulle prime pendici della Côte de la Haute-Levée in preda a un principio di assideramento, Maurice Le Guilloux sussurra al Tasso che non ne ha più: "Fai quello che credi, io mi ritiro".

 

L'impresa di Bernard Hinault

Hinault aveva freddo, decise di accelerare per cercare di levarselo di dosso. In poche centinaia di metri i suoi palmer iniziarono a sibilare nella neve e nel fango. Da soli. Alle spalle solo il rombo sordo della macchina della giuria. Mancano ottanta chilometri al traguardo. Diventeranno un monumento alla solitudine del campione, alla grandezza di Bernard Hinault. Scrisse Pierre Chany: "La Liegi-Bastogne-Liegi è stata una stupefacente prodezza che issa Hinault nel firmamento della storia del ciclismo. Il 20 aprile 1980 è una data da inserire nei manuali di storia, perché è successo qualcosa di unico, un evento che ha innalzato il prestigio di uno sport nel suo complesso. Una giornata che ha segnato l'incontro tra il maltempo e un campione di grandissima classe e ambizione".

 

Ottanta chilometri è una distanza enorme da coprire da soli, un passo indietro nella storia, un ritorno al ciclismo mitico in uno scenario eroico. Bernard Hinault divora le côte che lo separano da Liegi, con la solita faccia imbronciata, con i soliti artigli allungati verso l'arrivo. Quando giunge al traguardo trema, maledice, dice: "Non ho guardato nulla. Non ho visto niente. Ho pensato solo a me stesso e a questo dannato freddo". Poi si copre con una coperta. Aspetta gli avversari per il podio. Dovrà aspettare nove minuti e ventiquattro secondi per assistere allo sprint con il quale Hennie Kuiper riesce a superare Ronny Claes.

 

Quando i tre scesero dal podio, videro Jostein Wilmann arrivare. Erano passati ventisette minuti, era il ventunesimo e dietro a lui c'era la voiture-balai, il camioncino di fine corsa. L'Het Volk riportò il commento di Ronny Claes, professione gregario, mentre applaudiva il norvegese: "S'è fatto mezz'ora in più con questo freddo porco. Oggi ha vinto lui".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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