Le Liegi-Bastogne-Liegi del nostro scontento

La Doyenne è la classica più antica del Nord. Per vincerla non basta la classe, sono necessarie determinazione e fame. Merckx e Argentin la domarono, Impanis e Verbeeck ne subirono il fascino perdendola sistematicamente. Erano "Il fornaio di Berg" e "Il lattaio volante": difettavano in appetito, sono stati i due più grandi sconfitti della corsa.
Le Liegi-Bastogne-Liegi del nostro scontento

A Liegi si parte, a Liegi si arriva. In mezzo Bastogne, crocevia, fine dell’andata, inizio del ritorno. Bastogne è quasi confine con il Lussemburgo, è città di quattordicimila abitanti, è chiave di volta di battaglie: quella a pedali della Liegi-Bastogne-Liegi, quella a colpi di fucile e carrarmati della seconda guerra mondiale. Lì nel 1944 la 101esima Divisione Aviotrasportata americana fu accerchiata dai panzer tedeschi della Wehrmacht. Resistette. Poi l’arrivo della terza Divisione da sud sistemò le cose: tedeschi sconfitti e l’eco di quella vittoria servì, e non poco, ad abbattere le residue resistenze delle forze armate naziste.

 

Che la sorte sia bellica o ciclistica a Bastogne in ogni caso non si è mai deciso niente. E’ passaggio, cambiamento di stato. La Doyenne – decana in quanto classica più antica – qui svolta. Cento chilometri ad arrivarci, direzione nord-sud quasi verticale; oltre centocinquanta a risalire, direzione sud-nord, ma senza linearità. Bastogne è punto di non ritorno: da una parte l’avvio, dall’altra la lotta tra vittoria e oblio. L’andata è pendolare, il ritorno ricerca e scoperta, perché è da Bastogne a Liegi, anzi Ans, sobborgo, che la corsa inizia a entusiasmare gli spettatori e a far dannare i corridori. Al saliscendi continuo dei primi cento chilometri si aggiunge il sadismo degli organizzatori: pareti da scalare nel verde su e giù delle colline valloni. Sono côtes, in gergo, “sono lame di sospiri e di ingiurie”, almeno per il giornalista francese Antoine Blondin. “Roche-en-Ardenne, Saint-Roche, Stockeau, Sart-Tilman ora Redoute, Saint-Nicolas, non sono solo côtes, sono la differenza tra gloria e insuccesso”, parola di Walter Godefroot, uno che di Liegi ne avrebbe potute conquistare parecchie se non avesse avuto la sfortuna di trovarsi accanto uno come Eddy Merckx. Anticipò il Cannibale nel 1966, poi non ci fu più nulla da fare.

 

Godefroot alla Doyenne conobbe vittorie e insuccessi, fece da contorno suo malgrado a uno dei più grandi campioni della storia del ciclismo. Era corridore potente e raffinato, ma corse nell’epoca sbagliata. Perché qui più di altrove non basta la potenza, serve classe e colpo d’occhio, serve la crudeltà del vincente. La Liegi è infatti la corsa meno settaria del nord. Non è riservata a specialisti delle pietre, non ce ne sono – sebbene quest’anno gli organizzatori abbiano inserito a tre chilometri dall’arrivo una côte in pavé –, non è terreno di caccia per arrampicatori da muri, è piuttosto manuale di ciclismo, bignami di corse a tappe. Serve tutto per vincerla: scatto in salita, doti in discesa, passo, spunto veloce. Soprattutto però serve determinazione, cattiveria, fame. Moreno Argentin era un concentrato di queste caratteristiche: la Liegi la vinse quattro volte. Eddy Merckx la sublimazione: cinque successi per lui.

 

 

Raymond Impanis e Frans Verbeeck per capacità fisiche avrebbero potuto volare sulle côtes, fu l’appetito a fregarli.

 

Le Liegi-Bastogne-Liegi di Impanis e Verbeeck sono state battaglie perse, impossibilità di vittoria. Un lungo vorrei ma non posso che molte volte si trasformava in un più subdolo potrei ma non voglio. Il primo era il “fornaio di Berg”, il secondo il “lattaio volante”: facevano quello prima di diventare corridori, lavori umili certo, ma dove il cibo non manca. E in una corsa come la Doyenne, che si vince di cattiveria e di fame, due così, con due soprannomi così, non avrebbero mai potuto vincere.

 

“Impanis è stato un corridore fantastico, aveva la classe dei grandi campioni e la sbadataggine dei grandi artisti”, raccontò il drammaturgo Samuel Beckett negli anni Settanta al Times. “Avesse avuto più accortezza in quello che faceva sarebbe riuscito a vincere praticamente qualsiasi corsa. Ma quegli occhi sognanti, quel suo sguardo stranito e perso sono stati l’evidenza di un animo grande, di una generosità elegante, del più grande miracolo che il ciclismo possa offrire: il ribaltamento delle leggi di natura, il re che non regna, il cacciatore che non caccia, non per poca voglia, ma per impossibilità di comando”.

 


Raymond Impanis al Tour de France del 1947


 

Dal 1947 al 1961 Impanis è riuscito a perdere in qualsiasi modo la Liegi. Ad ogni corsa ha sperimentato qualcosa, a ogni gara ha improvvisato un metodo. Nel 1947 la perse allo sprint. L’anno successivo si fece scappare Richard Depoorter all’ultimo chilometro mentre si allacciava gli scarpini; lo inseguì per novecentocinquanta metri tirando da solo, non servì sprint per battere i suoi quattro compagni d’avventura, ma perse in ogni caso. Ma è nel 1954 che si palesa il capolavoro di Impanis. Il belga fa la corsa, è davanti praticamente sempre, attacca a novanta chilometri dall’arrivo. Stacca tutti. Fora, rientra nei ranghi, attacca ancora. Davanti rimangono in 11. Poi, il momento Impanis. A quaranta chilometri dall’arrivo il “fornaio di Berg” si fa sfilare per parlare con l’ammiraglia, si ferma per sistemare la sella, fora due volte. Intanto Marcel Ernzer evade, va da solo. Gli altri avanguardisti aspettano Impanis. Che però non arriva, fa con calma. Il lussemburghese accumula vantaggio, è sempre più solo. Quando Raymond rientra in gruppo e ne conta uno in meno si mette pancia a terra a malmenare i pedali. Stacca tutti, li lascia a oltre un minuto, offre agli spettatori forse la sua prova più bella. Ma non raggiunge Ernzer. L’anno successivo verrà battuto di un soffio allo sprint da Stan Ockers: quarta volta secondo. Solo nell’ultima occasione non avrebbe potuto fare meglio.

 



 

Impanis avrebbe potuto vincere tutto in quegli anni. Aveva scatto e classe non comuni, ma gli è sempre mancata la volontà di azzannare gli avversari. Nella sua carriera ha vinto una cinquantina di corse, non poche certo, “un numero risibile però per le sue qualità straordinarie”, scrisse Antoine Blondin. Anche Frans Verbeeck avrebbe potuto raccogliere di più alla Liegi. In nove partecipazioni non terminò mai la corsa al di là del decimo posto (se si esclude quella di debutto). Salì sul podio quattro volte, due secondi e due terzi posti. Ma quegli erano gli anni di Merckx, della sua cannibalizzazione delle Ardenne. Nelle rare occasioni nelle quali Eddy sbagliò però Verbeeck non si fece mai trovare pronto. Nel 1970 fu beffato da Roger De Vlaeminck, nel 1976 da Bruyere e Maertens. “Ho avuto la sfortuna di gareggiare contro il più forte. Per il resto c’ho messo del mio”.

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