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Un camion investe due corridori della Quick Step. Il tempo, per i ciclisti, di pretendere rispetto

De Plus e Vakoc sono finiti all'ospedale in Sud Africa con escoriazioni e vertebre rotte. Il racconto di Jungels e una storia già sentita (questa volta finita bene)

26 Gennaio 2018 alle 17:43

Un camion investe due corridori della Quick Step. Il tempo, per i ciclisti, di pretendere rispetto

Foto tratta dal profilo Instagram di Bob Jungels

Quello che si sa per certo è che due ragazzi di 22 e 25 anni sono in ospedale in Sud Africa dopo essere stati investiti da un camion. Il primo con escoriazioni in gran parte del corpo, il secondo con diverse fratture a costole e vertebre. Si chiamano Laurens De Plus e Petr Vakoc, sono corridori professionisti e militano nella Quick Step - Floors.

 

Quello che si sa è che stavano "pedalando quando improvvisamente ho sentito un forte rumore e un attimo dopo ho visto i miei due compagni a terra. Non ho visto il camion arrivare da dietro, ma deve averli colpiti con lo specchio anteriore sinistro o addirittura con la parte anteriore sinistra". E' il racconto di chi era con loro, o meglio davanti. Le parole sono di Bob Jungels, compagno di allenamento, capitano nelle grandi corse a tappe.

 

Quello che non si sa è la dinamica esatta dell'incidente, le conseguenze che questo avrà.

 

Il resto è cosa nota e racconta qualcosa di già visto, di già sentito, di già sperimentato da chiunque abbia mai pedalato su di una bicicletta. E' una storia di macchine veloci e pesanti che passano accanto a mezzi leggeri e lenti, che possono anche correre, ma lo fanno a una velocità umana, che, male che vada, può provocare solo qualche strisciata sull'asfalto, qualche sbucciatura da caduta.

 

Questa volta forse è andata bene. Questa volta forse è stato solo uno spavento. Per altri, per molti altri non è stato così. E questo è un destino comune per chiunque pedala. Professionisti e dilettanti, amatori e ciclisti urbani. Muscoli e polmoni possono anche cambiare, ma le ruote sono le stesse, la strada anche, la fragilità pure. C'è bisogno di unione, c'è bisogno di un'unione comune perché il destino è lo stesso. C'è bisogno di un grido solo, che chieda rispetto, che spieghi come l'asfalto sia territorio condiviso, non luogo d'elezione per automobili; che ricordi a chi si mette in macchina che sui pedali ci sono uomini, con un passato e un futuro, non birilli da evitare quando capita.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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