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Al Giro d'Italia 2019 niente è come sembra

Giovanni Battistuzzi

Poche tappe d'alta montagna, ma dure e spettacolari. Tre cronometro, ma complicate. E un su e giù continuo per il Belpaese che potrebbe essere fonte d'ispirazione per i coraggiosi

Nulla è davvero come sembra. E' tutto un camuffamento dove il reale si confonde con il miraggio, dove ciò che sembra chiaro chiaro non è. E' un giallo dove l'assassino non è il maggiordomo, o meglio non sembra il maggiordomo, ma forse lo è. E' uno, nessuno e centomila, ma in questo caso il titolo è campo forviante, che inganna, confonde, strabilia. Il Giro d'Italia ha svelato il suo prossimo tracciato, il centoduesimo della sua storia. Ed è un filo di seta che si muove per l'Italia, tanto leggero quanto resistente, tanto visibile quanto sfuggente, inafferrabile.

 

E' partenza a cronometro, ma con la strada che si impenna, diventa muro. Da Bologna sino al Santuario di San Luca, che è tetto felsineo, che è un "supplizio rapido e fetente", parola dell'Angelo della montagna, Charly Gaul. E c'è altra cronometro sul percorso, che sembra tanta per numero di tappe, ma che tanta non è. Perché sono 58,5 chilometri sì, ma in tre atti: inizio, inframezzo e conclusione. Che non sono pochi, ma per come sono vanno bene, passeranno senza pesare poi troppo anche sulle spalle leggere degli scalatori. Sarà una sonata per ruote miste, dove l'arte dell'andar da soli non sarà totalitaria, dovrà essere sommata a quella dell'andar leggeri, dell'andar all'insù. Perché il San Luca è fatica e tra Riccione e San Marino, nona tappa, è tutto un lungo falsopiano a salire che si innervosisce alla fine, che sale e non poco, che ci vuole gamba allenata alla sofferenza. Gli specialisti dovranno accontentarsi degli ultimi 15 chilometri del Giro, quelli della crono finale, quelli che bisogna soprattutto avere resistenza e capacità di non farsi sopraffare dalle fatiche, anche perché c'è anche lì una salita da superare, quella delle Torricelle.

 


La planimetria del Giro d'Italia 2019


  

E' un andare per colline e per monti, soprattutto per ricordi. E' un vagare per luoghi già visti e imprese passate. Ma sono ricordi ingannevoli, che celano sorprese, che strizzano l'occhio al passato ma non lo provano a imitare, solo a sfiorarlo. C'è la Cuneo-Pinerolo che è avvio e finale coppiano, ma di Coppi non ha niente, perché passa altrove, lontano dall'Airone: lascia le montagne sullo sfondo, si snoda per colli, si impenna sul Montoso (8,9 chilometri al 9,4 per cento), vaga per trenta chilometri per la pianura piemontese prima di trovare un muro su cui arrampicarsi prima dell'arrivo. 

 


L'altimetria della 12esima tappa del Giro 2019 


 

E poi c'è il Ghisallo, inchino alla Madonna patrona dei ciclisti. E ci sono la Colma di Sormano e il Civiglio, ma senza Muro e senza Lombardia, inteso come Giro di, ma con tutto il resto, compreso l'arrivo di Como dopo il San Fermo. Ed è fascino antico e terreno buono per fughe e per agguati, per tutto e per niente, per fantasia, soprattutto per volontà.

 

Tutti richiami a un ciclismo antico, la dimostrazione che questo sport ancora sa rinnovarsi.

 

Le montagne saranno altre e saranno alte, e saranno tante e saranno dure e saranno quasi sempre a due lati. Quattro arrivi in salita, tutti nelle ultime due settimane. Su verso il Nivolet, al Lago Serrù, alla tredicesima tappa. Su verso Anterselva, a lambire l'Austria, alla diciasettesima tappa. Su verso San Martino di Castrozza, sotto il Passo Rolle, alla diciannovesima. Su verso il Croce d'Aune, anzi fino in cima al Monte Avena, alla ventesima, penultimo giorno di sofferenze, ultima occasione per evitare di giocarsi tutto a cronometro. Quattro arrivi in salita diversi tra loro, il primo a conclusione di una tappa nella quale il Parco Nazionale del Gran Paradiso sarà l'assoluto protagonista; il secondo un teatro d'improvvisazione; il terzo un tributo alla prima esplorazione dolomitica di Gino Bartali, tanto fascinoso quanto ora non decisivo quindi perfetto per gente capace di dedicarsi all'arte nobile della fuga; il terzo una mazzata finale un su e giù tra salite lunghe ed arcigne: Cima Campo, Passo Manghen, Passo Rolle.

 

 

Il Croce d'Aune sarà l'ultimo atto di un girovagare montano che abbraccia tutto l'arco alpino. E sarà un viaggio non solo ascensionale, ma anche a planare, dove l'abilità nel discendere e la tenacia non saranno secondarie. Perché sia a Courmayeur che a Ponte di Legno, ossia le due tappe alpine più impegnative, si concluderanno alla fine di un salire dolce dopo ascese dure e cattive e picchiate tecniche e adatte a cuori impavidi. Sono avvicinamenti al traguardo buoni per rivoluzionari del pedale, gente che non ha paura di provarci, che per vincere mettere in conto anche di scoppiare. Sono gli ultimi chilometri di una miccia lunga per fuochi d'artificio spettacolari. Perché c'è il Colle San Carlo come ultima rampa di lancio prima della "terrazza sul Monte Bianco". Perché ci sono il Passo di Gavia e il Mortirolo prima della "porta sulla Valle Camonica". E sono tre salite dure, cattive, che chiamano allo scatto, pretendono l'assolo. E, nel caso della Cima Coppi e della Montagna Pantani, arrivano a 131 e a 198 chilometri di una tappa da 226: ossia, mica per tutti, a Ponte di Legno è cosa per duri.

 

 

Saranno 3.518 i chilometri del Giro 102. Saranno cinque occasioni per i velocisti, tre sicure o quasi, due da conquistare. Saranno nove occasioni per chi ha la volontà di inventarsi qualcosa, siano essi fuggitivi o uomini di classifica, ma servono gambe e ostinazione. Saranno tre cronometro. Saranno quattro tappe di alta montagna, terreno per anime leggere, spiriti ascensionali, ma coi piedi per terra, buoni anche a scendere, a volare verso il traguardo, a fare di tutto per creare cataclismi a pedali.

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