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La Cuneo-Pinerolo del Giro 102 non è un oltraggio a Fausto Coppi

Il percorso domato dall'Airone nel 1949 oggi, con ogni probabilità, non farebbe più grande selezione tra gli uomini di classifica. La giusta scelta di non scimmiottare il passato 

2 Novembre 2018 alle 15:56

La Cuneo-Pinerolo del Giro 102 non è un oltraggio a Fausto Coppi

Cuneo è Granda, Pinerolo val Lamina. Cuneo è capoluogo, Pinerolo circondario. Cuneo è confluenza, il bacio tra Stura e Gesso sotto il suo pizzo. Pinerolo è scorrere parallelo, un amore che non s'ha da fare, quello tra il Lemina e il Chisone. Cuneo e Pinerolo sono poco più di una sessantina di chilometri di lontananza, sono la stessa cosa. Un nome unico, cuneopinerolo, nessuna pausa di fiato, perché è una storia sola: ricordo ed epopea. Cuneo e Pinerolo sono due facce di una stessa medaglia, quella che porta impresse le grandi ali dell'Airone, l'effige di Fausto Coppi. Cuneo e Pinerolo sono spalti opposti di uno stesso teatro, overture e atto conclusivo di un'unica opera lirica, un volo solitario divenuto leggendario.

 

 

La cuneopinerolo è un viaggio ad alta quota. Prima un lungo salire, infine un lungo discendere e cinque cime una dietro l'altra, una tempesta di ascese, che sono pugni in faccia, che sono mal di gambe, che sono esplorazione francese. Soprattutto terreno per temerari. Ma è un intermezzo, un vagare distante dallo striscione d'arrivo.

 


L'altimetria nella foto è quella del Giro del 1982, il percorso è lo stesso del 1949


  

La cuneopinerolo è mito e ogni tanto il mito va riproposto, quantomeno per riportare alla memoria fasti e fascini antichi. E proprio per questo è stato ancora teatro: opera buffa di Franco Bitossi, 1964, opera veloce di Beppe Saronni, 1982. In nessuno dei due casi qualcosa di simile al volo dell'Airone.

 

A maggio la cuneopinerolo ritorna, ma non sarà quella cuneopinerolo, non saranno quei cinque colli. Sarà altro, un viaggiare pianeggiante, un'arrampicata sul Montoso, un'altra verso San Maurizio. Sarà più pianura e meno salita. Sarà tutta un'altra storia.

 


L'altimetria della 12esima tappa del Giro d'Italia 2019


  

A maggio la cuneopinerolo ritorna ma non sarà quella cuneopinerolo perché quella cuneopinerolo è museo, ricordo, nostalgia. Soprattutto perché quella cuneopinerolo è fatica e sudore, è bellezza ed eccezionalità, ma bellezza ed eccezionalità d'antan, tanto incredibile quanto irripetibile. Perché il ciclismo è cambiato, il modo di correre pure. Perché Monginevro e Sestriere asfaltati sono parenti soltanto prossimi delle ascese di un tempo. Perché 55 chilometri di strada che scende amichevole verso il fondo valle sono qualcosa che oggi una corsa non può più permettersi, sono un progressivo spegnersi di idee bellicose, lo spazio perfetto per ricongiungimenti di solitudini montane.

 

La cuneopinerolo è cambiata. E forse è meglio così. Non c'è il rischio che possa impallidire al confronto di quella che fu, non c'è il rischio che qualcuno provi a rifare quello che fece Coppi. Soprattutto non ci sarà il rischio che si possa mettere a confronto due mondi diversi, che ci salga la nostalgia per quello che non abbiamo mai visto, ma che abbiamo comunque amato.

 

Al Giro d'Italia 2019 niente è come sembra

Poche tappe d'alta montagna, ma dure e spettacolari. Tre cronometro, ma complicate. E un su e giù continuo per il Belpaese che potrebbe essere fonte d'ispirazione per i coraggiosi

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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