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Quei 2 gennaio senza Fausto Coppi

Ogni anno, oggi, il mondo del ciclismo va in processione a Castellania, un borgo su una collina del Tortonese, da Coppi, Fausto Coppi, il Campionissimo

2 Gennaio 2019 alle 00:30

Quei 2 gennaio senza Fausto Coppi

Fausto Coppi sullo Stelvio durante il Giro d'Italia del 1953 (foto LaPresse)

E’ un appuntamento, un evento, un anniversario. E’ un rito, una cerimonia, una tradizione. E’ un appello, un censimento, un riconoscimento. E’ una messa religiosa eppure anche laica, una messa a preghiere eppure anche a pedali. E’ una corsa sul posto, una volata nel tempo, un gran premio della montagna nella memoria. E’ una festa nonostante si celebri un lutto (una festa luttuosa?, un lutto festoso e festivo?), quello che il 2 gennaio 1960 investì l’Italia e travolse il ciclismo. E così ogni 2 gennaio si va a Castellania, un borgo su una collina del Tortonese, da Coppi, Fausto Coppi, il Campionissimo. Nella sua casa, la prima, quella della famiglia, oggi trasformata in una sorta di museo, e nell’altra casa, l’ultima, un mausoleo, elevato anch’esso a museo, ma anche a sacrario, a santuario, uno dei luoghi di pellegrinaggio più conosciuti e frequentati.

 

Coppi morì alle 8.45 nell’ospedale di Tortona. Malaria, si disse, si scrisse, si ammise troppo tardi. Il ciclismo lo aveva scolpito, la febbre lo aveva prostrato. Dimostrava più anni di quelli che aveva, quaranta, era nato il 15 settembre 1919 (e il prossimo 15 settembre sarà il centenario della nascita: un’altra festa luttuosa infinita). Ma da quanto aveva sopportato – un uomo solo al comando, con la bici ma anche senza, in mille corse e in due matrimoni – Coppi era già alla sua seconda, forse addirittura alla soglia della sua terza vita. La notizia dell’ultima, definitiva fuga, quella mortale, in tempi in cui esistevano i quotidiani del pomeriggio ma non Internet, fu diffusa alla radio e alla televisione, echeggiò fra cascine e bar, risuonò in chiese e tinelli, ribollì in redazioni e tipografie. Coppi era il ciclismo, lo sport. Coppi era il mito, la leggenda. Coppi era, da vent’anni, l’Italia, la storia dell’Italia, prima e dopo la guerra, cioè la miseria, la rinascita, la ricostruzione. Coppi era sogni e rivincite. Coppi era la parola d’ordine come codice di un’appartenenza. Coppi era una colonna sonora muta, ma che ognuno aveva riempito di esclamativi, esortazioni, soddisfazioni. Coppi – come spiegavano, senza spiegare, corridori e giornalisti folgorati dalle sue imprese - era Coppi.

 

Alle 10 la messa. La chiesetta è così piccola da esaurirsi nell’attimo stesso in cui la porta viene aperta: e a stento riescono a trovare posto Marina e Fausto, i figli di Coppi. Dentro, nonostante la densità umana e l’intensità spirituale, si gela. Quando c’era ancora Sandrino Carrea, il gregario che fu angelo custode del Campionissino sulle salite del Giro d’Italia e del Tour de France, si rischiava di ridere al duetto che scattava inesorabilmente fra il sacerdote e Carrea, il sacerdote portato a tirarla per le lunghe e Carrea che gli faceva segno di tagliare, accorciare, asciugare. Neppure il tempo della benedizione, e si comincia con i riconoscimenti. Il primo è il “Welcome Castellania”, assegnato dall’Ascom di Tortona. Le chiavi della città vengono date a Roberto Gilardengo, ex direttore del “Piccolo” di Alessandria, e a Piero Bottino, caposervizio della “Stampa”; un riconoscimento anche ad Auro Bulbarelli, direttore di RaiSport, e un premio ad Alessandro Moscatello, terzo al Giro d’Italia handbike e campione italiano a squadre con l’Anmil.

 

Intanto fuori, nella piazza intitolata a Candido Cannavò, lo storico direttore della Gazzetta dello Sport, nell’attesa che le campane annuncino la fine della messa, sul sagrato e al mausoleo si stringono fedeli e appassionati, parenti e amici, concittadini (pochi: Castellania è scesa sotto i cento abitanti) e ciclisti, qualcuno perfino in tuta e bici. E ci sono anche antiche glorie a nobilitare la platea: da Vittorio Seghezzi, che nel 1948 partecipava al Tour vinto da Gino Bartali, a Imerio Massignan, il primo corridore sul Gavia, da Franco Balmamion, due volte vincitore del Giro d’Italia proprio negli anni in cui si cercava un nuovo Coppi, a Italo Zilioli, uno dei “Coppini”, da Pippo Fallarini, che con Coppi aveva corso ma guardandogli la schiena, a Pietro Nascimbene, che per due anni gli fece da gregario nella Carpano. Nelle salette del municipio si coglie l’occasione per presentare (e vendere) il calendario di Fausto Coppi, e per ammirare (e acquistare) libri e memorabilia di ciclismo da antiquariato.

 

Il pranzo – chi può - al Grande Airone. E’ una locanda aperta a Castellania e dedicata a Coppi, prendendo in prestito il soprannome che per lui coniò Orio Vergani, inviato del “Corriere della Sera”. Qui ci sono i profumi e i sapori della sua terra, compreso il Timorasso, vino bianco solitario e malinconico, e poi i racconti e i ricordi di chi aveva visto, di chi ha letto, di chi lotta perché tutto questo non evapori e non svanisca. Più di tutti, l’Associazione Fausto e Serse Coppi.

 

Alle 15, a Novi Ligure, viene inaugurata una targa in via Paolo da Novi 21, dove una volta si trovava la macelleria della famiglia Merlano, e dove Fausto trovò lavoro come garzone: il suo compito era portare la merce a casa dei clienti, e lo faceva su una bicicletta pesante, con i portapacchi davanti e dietro, i primi allenamenti furono andare e tornare da Castellania, e le consegne a domicilio. L’iniziativa è curata dalla Società ciclistica Pietro Fossati.

 

E alle 16, un altro appuntamento, ancora a Novi Ligure, al Museo dei Campionissimi, due, il primo, Costante Girardengo, il secondo, Fausto Coppi. E’ quello spazio riservato alle biciclette e alle maglie originali, ai filmati e alle fotografie, alle mostre e ai convegni. Stavolta in programma l’introduzione dell’undicesima tappa del Giro d’Italia 2019, quella del 22 maggio, la Carpi-Novi Ligure, 206 chilometri, con filmati e schede; la presentazione dei libri “Coppi per sempre” di Auro Bulbarelli (Gribaudo), “Fausto Coppi – il primo dei più grandi” di Beppe Conti (Graphot) e “Fausto Coppi. La grandezza del mito” (Minerva), a cura di Luciano Boccaccini, dall’archivio fotografico di Walter Breveglieri, con gli interventi di due degli autori, Marino Bartoletti e Claudio Gregori; infine l’Overall Cycling Team mostra la maglia dedicata al centenario della nascita di Coppi.

 

Così, il 2 gennaio, anche questo mercoledì 2 gennaio: Coppi. Non da spettatori della sua mortale vulnerabilità, ma testimoni della sua miracolosa eternità.

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