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Una bici per cappello

Le casquette erano sparite dal ciclismo, ora sono tornate per strada. Da Coppia ad Anquetil, dalla Papua Nuova Guinea al Tour de Trump l’incredibile passione di Luc Lemarchand per i cappellini

29 Dicembre 2018 alle 06:06

Una bici per cappello

Un tempo erano coppole, erano berretti da marinaio o baschi da scolaro, in lana o in cotone a seconda della stagione. Non c’era altro a coprir le teste dei corridori. I più prudenti usavano un casco con stringhe di cuoio, ma erano mosche bianche. Poi arrivarono le casquette, la risposta francese al berretto all’americana: una semisfera di cotone con un elastico nella parte inferiore e una mezza luna di cartone (o plastica) coperta da altro tessuto. Se la inventò un parigino nei primi anni del Novecento. Ne vendette talmente poche che nemmeno si prese la briga di brevettarne forma e progetto. Fu negli anni Quaranta che i corridori iniziarono a usarla. Dieci anni dopo non c’era ciclista che non si presentava alla partenza senza averne una in testa. D’altra parte erano belle e funzionali, proteggevano dal sole e dalla pioggia, la visiera era abbastanza corta da non occludere la vista e abbastanza lunga da schermare i raggi solari. E poi agli sponsor piacevano parecchio, davano ulteriore spazio al marchio.

 

Divennero vezzo e distintivo. La tappa iniziava con una processione di teste colorate, alcune resistevano sino all’arrivo, altre sparivano strada facendo. Così per decenni. Con l’arrivo del nuovo millennio sparirono.

 

Per anni sembrò che le casquette si fossero estinte. L’introduzione del casco obbligatorio nel 2003 aveva occupato il loro spazio, le aveva rese orpello inutile. Poi riapparvero. Sempre su di una bicicletta, ma lontano dal mondo del ciclismo. Le casquette erano tornate, avevano solo traslocato, coperto teste urbane, quelle dei ciclisti da città. Erano diventate sgargianti di colori, oggetti di moda e di costume.

 

“A vederne così tante in giro per la città sembra di tornare indietro nel tempo, a quando ero giovane e il ciclismo era lo sport più amato, quasi una ragione di vita”, racconta Luc Lemarchand, francese, settantuno anni, bretone di nascita da una vita a Parigi. “Tra i giovani le casquette sono diventate un marchio di riconoscimento. Anche perché ai tempi d’oggi se si usa la bici in città è necessario unire il bello al pratico, non puoi permetterti di avere vezzi scomodi. E se la casquette può sembrare ridicola a chi non è mai salito su di una bicicletta, quando sei in sella ti accorgi che è comodissima”.

 

Lemarchand ha diretto per anni un’azienda di abbigliamento per ciclismo, ha seguito in ammiraglia sei Tour, ha fatto da consulente all’amministrazione Delanoë per il miglioramento della ciclabilità cittadina. “La capitale francese fortunatamente è tornata a pedalare, certo ci sono ancora dei problemi, tante cose da migliorare, ma rispetto ad anni fa muoversi in bicicletta è più semplice. Anche per questo sono aumentati i ciclisti. E non sono solo giovani a pedalare. È una popolazione eterogenea di gente che ha capito che non sempre serve la macchina per muoversi”.

 

Ora che le biciclette sono tornate di moda Lemarchand sta ripensando a un vecchio progetto, buttato su carta per gioco anni fa a cena con il grande giornalista francese Pierre Chany e mai decollato. Un progetto che unisce due tra le sue grandi passioni: ciclismo e casquette. “Io e Pierre eravamo in una brasserie dalle parti di Porte Saint-Ouen a chiacchierare. Ero un po’ alticcio e gli dissi che un museo sul ciclismo a Parigi sarebbe stata una gran cosa. Lui era estasiato. Buttammo giù qualche idea, andammo a vedere un po’ di immobili. Non se ne fece niente. Ora sono tempi più adatti. Finalmente potrei trovare un posto alla mia collezione che al momento è chiusa in alcuni scatoloni, anche perché ogni volta che la tiro fuori mia moglie sbuffa come un treno a vapore”.

 

La soffitta di Lemarchand è un tuffo nella storia del ciclismo, tre scatoloni che sono un archivio di storie andate, di fughe e di rincorse, di imprese e di débâcle, di complementi per volti conosciuti e sconosciuti. Tre scatoloni che sono “circa dodicimila cappellini, una buona metà presi sulla strada, gli altri trovati per mercatini, donati da corridori o squadre, molti mi sono stati portati da amici da tutte le parti del mondo. Quello che ha fatto più strada è quello di una squadra dilettantistica della Papua Nuova Guinea. È nero con due strisce bianche al centro della testa e una specie di orsetto che va in bicicletta ai lati. È un po’ kitsch ma è stata una scoperta. Primo perché non sapevo che in Papua Nuova Guinea si corresse in bicicletta, secondo perché mi hanno spiegato che quello che credevo fosse un orso in realtà era un canguro arboricolo, terzo perché ho appreso che la squadra l’aveva fondata un francese che pur essendo dall’altra parte del mondo non aveva smesso di pedalare”.

 

Quasi dodicimila cappellini sono un viaggio iniziato per caso una mezz’ora prima della partenza della Parigi-Roubaix del 1958. “Ero un fan sfegatato di Jacques Anquetil, che l’anno prima aveva vinto il suo primo Tour de France. Mio padre mi portò a vedere il ritrovo dei corridori. Era stato nel ciclismo per anni anche se non aveva mai corso. Era un medico e da lui erano passati fior di campioni, conosceva l’ambiente, sapeva come muoversi. Si avvicinò a un signore coperto di grasso di bicicletta che gli indicò la direzione. Pensavo mi portasse alla partenza, mi trovai davanti al mio mito. Ero imbambolato, con la bocca aperta. Lui mi sorrise, mi chiese come mi chiamavo. Non risposi. Riuscii solo a dire ‘cappellino, autografo’. Mi firmò la casquette. Era bellissima, tutta bianca con dei rombi verdi sulla parte alta”.

 

Non c’è solo Anquetil, però, chiuso nel cartone. Ci sono ricordi. Come quello del primo Tour de Trump, la corsa ciclistica organizzata dall’attuale presidente americano nel 1989 e nel 1990. “Ero ad Atlantic City nei giorni in cui si correva la corsa. Mi imbattei in un gruppo di ferventi cattolici che mi volevano convincere a fare un viaggio nella loro comunità. Quando mi diedero in mano un cappellino con la bandiera americana con su scritto ‘Dio è una bicicletta’ li seguii estasiato”.

 

Ci sono percorsi strani. “La casquette che ha impiegato più tempo ad arrivare a me è una bianca e azzurra con scritto Bianchi nella parte inferiore del frontino. Era in un garage di un signore a Château-d’Olonne. Ci finii per caso e notai il cappellino. Gli chiesi se me lo vendeva. Volle dieci euro. Mi raccontò che l’aveva preso lo zio chissà dove, che l’aveva regalato al fratello, che poi l’aveva dato al cugino, prima di perdersi per anni. L’aveva ritrovato due anni prima nel sottosella di una moto. Nella parte posteriore del cappellino c’era la firma di Fausto Coppi, ma a nessuno in tutti questi anni è importato granché”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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