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L'Ora di Fausto Coppi

Il 7 novembre del 1942 al velodromo Vigorelli l'Airone stabiliva il record dell'Ora

7 Novembre 2018 alle 17:54

L'Ora di Fausto Coppi

In quei giorni c'era un'aria, un'aria, ma un'aria che mancava l'aria. Era mezzo secolo prima delle parole di Giorgio Gaber, ben prima delle televisioni, ai tempi della radio che passava la spensieratezza di Ciribiribin del Trio Lescano e le buone notizie che non c'erano. C'era la guerra tutt'attorno, le bombe che piovevano dal cielo, che incendiavano Milano, che sconquassavano tutto. La settimana prima ne erano state buttate oltre trentamila. Avevano raso al suolo parte del centro. Ma non quell'ellisse di pino svedese che sorgeva tra via Arona e via Giovanni da Procida. E in quei giorni era salita la nebbia. E mai come in quei giorni fu santa e benedetta, fu amata e benvoluta. Col cielo grigio non ci si poteva alzare in volo e la morte non poteva arrivare dal cielo.

 

Erano da poco passate le otto del mattino del 7 novembre 1942, quando la gente iniziò ad arrivare fuori dalle tribune del velodromo Vigorelli. Erano da poco passate le nove quando la tribuna centrale era già colma e poco ci voleva perché non ci fosse neppure lo spazio per muoversi. L'aveva fatto sapere a tutti la Gazzetta il giorno prima. "Coppi proverà a battere il record dell'Ora". Ma chi Coppi? Quello che ha vinto il Giro due anni fa? Lui. Ma davvero prova a battere il francese Archambaud? Sì. Ma proprio ora che c'è la guerra? Esatto. L'idea era stata di Biagio Cavanna, che era suo massaggiatore, che era più di un massaggiatore, fu il suo demiurgo. Fai l'impresa così non ti mandano in Africa, gli disse. Fai il record così ti risparmi la guerra, ribadì. Coppi si limitò a muovere la testa, a dire va bene. Non si era allenato granché, d'altra parte come poteva allenarsi se le strade erano uno schifo e doveva far vita di caserma. Si era fatto però Castellania-Milano pedalando e aveva mangiato bene per una settimana intera: sempre le stesse cose, così da scongiurare i problemi di stomaco, sempre lauto ma non esagerato, così da avere energie buone per spingere sui pedali, sempre con un pizzico della magia (chimica) del Cavanna, che non guastava e abituava muscoli e testa allo sforzo.

 

Quel giorno in molti si erano alternati sulla pista del Vigo. Un po' di spettacolo per gli spettatori. Poi poco dopo le 14, Fausto era sceso in pista. Aveva una bicicletta della Legnano, un pezzo d'acciaio assemblato da Ugo Bianchi e Faliero Masi: sette chili e mezzo di telaio, ruote con cerchi in legno, tubolari in seta da 110 grammi (anteriore) e 120 grammi (posteriore). Una bella bici, ma niente di spettacolare. La guarnitura ha cinquantadue denti, il pignone quindici, messi assieme sviluppano 7,38 metri a pedalata, sette centimetri in più del francese.

 

Alle 14,12 aveva iniziato a girare in tondo. Andava veloce, molto veloce, troppo veloce Coppi. Dopo venti giri è in ampio vantaggio su Archambaud. Dopo trenta in ritardo. Arranca, sbuffa, impreca. Non è nemmeno vestito come dovrebbe. Ha una maglietta di lana come quelle che usa in corsa, nemmeno attillata, il caschetto di cuoio, i braghini di tutte le corse. Alla mezz'ora Coppi sembrava spacciato: aveva percorso ventidue chilometri e novecentoquarantasei metri contro i ventitré chilometri e sette metri del francese. Cavanna intanto gridava che tutto era ancora in gioco, di bere qualcosa di caldo che tutto sarebbe andato bene. Lui eseguì, si fidava del Biagio. Un sorso alla borraccetta e via. Alzare il ritmo delle pedalate. Aumentare la frequenza. Crederci.

 

Coppi inizia a volare. Le sue gambe diventano ali d'Airone. Il distacco cala, la velocità cresce. Al novantacinquesimo giro arriva il vantaggio: due secondi e 3 centesimi. Ma un'ora a rincorrere il tempo e il fantasma di Archambaud è cosa dura. Al centotresimo girò l'ectoplasma lo supera. Cavanna gli urla che non può farsi battere da una presenza. E Coppi insiste accelera un'altra volta, dà tutto e di più. L'ora scocca, Fausto passa a 45,871 metri, ossia trentun metri in più del francese. Ossia nuovo record dell'Ora. Coppi rallenta, sbuffa fuori tutta la fatica, inizia a zigzagare, lo devono sorreggere per non farlo cadere, stramazzare al suolo.

 

Dirà "mai più". Dirà "c'è meno fatica a fare un Giro d'Italia". Dirà "grazie", soltanto "grazie", quando Novaresi, un amico di Emilio Colombo della Gazzetta, tirò fuori il portafoglio e gli allungò mille lire. Dirà a Cavanna "ora non ci vado in Africa". Lo manderanno da lì a poco.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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