cerca

Agosto e la "fuga" in Riviera di Fausto Coppi

Settant'anni fa, dopo aver vinto il Giro e il Tour, il Campionissimo venne convinto dal fratello Serse a fare un giro verso Arenzano per allenarsi. Un racconto tratto da Alfabeto Fausto Coppi di sole, mare e biciclette

22 Agosto 2019 alle 17:08

Agosto e la "fuga" in Riviera di Fausto Coppi

Foto tratta da Wikipedia

Era l'agosto di settant'anni fa e Fausto Coppi aveva vinto da un mese circa il suo primo Tour de France dopo aver conquistato a maggio il Giro d'Italia: il primo uomo nella storia del ciclismo a riuscire a centrare la doppietta. Ritornato a casa per un periodo di riposo venne convinto dal fratello Serse a partire da Castellania per fare un allenamento in Riviera.

 

Questo racconto (Ustione) è tratto da "Alfabeto Fausto Coppi", il libro di Giovanni Battistuzzi e Gino Cervi (Ediciclo editore), che attraverso novantanove storie e una canzone racconta il Campionissimo. È liberamente tratto dalla testimonianza (raccolta dall'autore) di Sergio Portinati. Portinati, è nato nel 1924 ad Arenzano e vive dal 1960 a Roma. È stato amico e compagno di ‘galanterie’ di Serse Coppi.

 


  

Arenzano, agosto 1949

 

Serse aveva insistito a tal punto che dopo due giorni aveva deciso di assecondarlo. Non impazziva dalla voglia di andare a farsi un giro al mare. In estate preferiva girare per monti che pedalare per spiagge. Glielo aveva sempre detto anche il Biagio. “C’è un tempo per ogni cosa e solo l’inverno e la primavera presta sono quelli giusti per la Riviera”. Non aveva indagato sul perché. Con Cavanna non sempre si può indagare sul perché delle cose, molte volte ci si fida e basta.

 

Iniziarono a pedalare loro due da soli. Ettore Milano e Sandrino Carrea erano impegnati col Biasu. Si misero in viaggio che era da poco spuntato il sole e l’aria era ancora fresca, la strada bella sgombra con un venticello brioso che li sospingeva sulla schiena. Il cielo aveva il colore delle loro maglie, un bel celeste intenso a tal punto che nemmeno una nuvoletta osava macchiarlo.

 

Lo Stura scendeva fiacco accanto a loro, sonnecchiando tra le pietre del suo letto, snello di ricordi di piene invernali.

 

Si lasciarono alle spalle Ovada, Gnocchetto, Rossiglione, Campo Ligure, Masone e si buttarono giù dal Turchino mentre i ricordi di Sanremo passate si mescolavano alla visione del blu del mare striato dal giallo del sole.

 

Era da un po’ che non pedalava solo con suo fratello. Era felice di farlo per quelle strade che lo avevano visto faticare spesso e vincere più di una volta. Gli vennero in mente i successi degli ultimi mesi: l’assolo sul Capo Berta e la picchiata verso Sanremo, la maglia rosa conquistata in un giorno di montagna e solitudine al Giro d’Italia, la maglia gialla al Parco dei Principi a Parigi, i criterium, le kermesse, gli impegni, le riunioni continue. Che soddisfazioni, ma che felicità aveva provato nel vedere in primavera Serse primo a Roubaix. Non avrebbe mai trovato le parole per descriverla.

 

Ora che la strada si era fatta quasi pianeggiante affiancò suo fratello e gli sorrise senza dire niente. Si mise a tagliargli il vento come fosse lui il gregario. E così arrivarono al mare, così proseguirono verso Arenzano. Lì si fermarono al solito bar per il solito caffè nell’unico posto dove erano solo Fausto e Serse e non il campione e il fratello del campione.

 

“Ce lo facciamo un bagno?”, chiese Serse mentre appoggiava la tazzina sul piattino.

 

“E l’allenamento?”.

 

“Hai vinto il Tour, goditi un po’ la vita. Un bagno e via, facciamo un giretto e poi torniamo”.

 

Fausto Coppi, scosse la testa: “No, no, no. Non ho il costume e poi come la mettiamo coi tifosi”.

 

Serse rise e dalla tasca sventolò il costume del fratello. “C’ho già pensato io. Al costume e al posto. Conosco un posto nel quale non ci disturberà nessuno”.

 

Fausto lo guardò storto, aggrottò la fronte, si fece serio: “Te mi sa che c’hai i tuoi piani!”. Serse sorrise schietto: “Sì, e tu non me li rovinerai”. 

 

Dopo nemmeno una mezz’oretta avevano raggiunto un pezzetto di spiaggia privata sotto un’enorme villa a picco sul mare. Una ragazza dai lineamenti delicati e con una nuvola di capelli biondi stava già chiacchierando intensamente con Serse, mentre un paio di amici di lei ascoltava no rapiti i racconti vincenti di Fausto che rinfrescato dall’acqua sorseggiava una limonata fresca.

 

Serse e la ragazza scomparvero, le parole di Coppi si trasformarono pian piano in silenzi e i suoi occhi iniziarono a chiudersi.

 

Quando si svegliò iniziò a sentire il fuoco bruciargli la pelle bianca di maglie ciclistiche. Il suo corpo rosso gambero era provato da una violenta stanchezza e stava male alla sola idea di risalire il Turchino.

 

Intanto Serse era tornato al suo fianco e già vestiva i pantaloncini e le scarpe da corsa.

 

“Allora andiamo?”.

 

Boia d’un Serse, pensò.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi