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Il Tour de France 2019 è un pellegrinaggio ad alta quota

Cinque arrivi in salita e tante vette sopra i duemila metri. Gli organizzatori hanno presentato la prossima veste della Grande Boucle. Ed è un vestito buono, di quelli che affascinano

25 Ottobre 2018 alle 16:48

Il Tour de France 2019 è un pellegrinaggio ad alta quota

Era un grande ricciolo è diventata una virgola. Era un'esplorazione del perimetro francese, sarà un vagare per il centro del paese prima di virare lì dove la periferia di Francia diventa centro del mondo a pedali, lì a sud-ovest e a sud-est dell'Exagon, in quei luoghi d'elezione del ciclismo verticale: Pirenei e Alpi, in rigoroso ordine d'esplorazione. Mancano più di otto mesi al suo avvio, il 6 luglio 2019, e il Tour de France ha presentato la sua prossima veste. Ed è un vestito buono, di quelli che affascinano.

 


 

Il percorso del Tour de France 2019 (immagine tratta dal profilo Instagram del Tdf)


  

Perché è mescolarsi continuo di storia e di novità, perché ha indossato una maschera di rughe di quelle che piacciono agli appassionati, di quelle che necessitano attenzione, furbizia e che richiamano a un minino di follia. Soprattutto perché riporta in corsa ciò che più è mancato negli ultimi anni, ossia l'altitudine, le salite infinite. Quelle che ti prosciugano per tempo ascensionale e rarefazione d'ossigeno. Quelle che il ciclismo moderno ha troppe volte sacrificato, attratto come una gazza ladra dal luccichio delle pendenze, in favore da stradine sperdute e senza fascino, buone solo a togliere il fiato e infliggere coltellate ai polpacci dei corridori.

 

 

Il percorso del Tour de France 2019

Si parte dal Belgio, da Bruxelles, piccolo tributo a Eddy Merckx, ai cinquant'anni del suo primo successo alla Grande Boucle. Si passa per le Fiandre del pavé, per il muro per eccellenza, per la chiesetta in cima all'inferno del Muur, il muro, perché per il Grammont basta il temine generico, non ha bisogno di altro. Poi la cronosquadre, corta, esercizio di stile di gruppo, pura velocità.

 

Due giorni al di là del confine, poi Épernay, il ritorno in Francia. Un su e giù continuo, nervoso, antipasto di quello che sarà il filo rosso di questo Tour. Perché si salirà e si scenderà a lungo, perché si salirà e si scenderà per giorni, perché quest'anno per arrivare alle volate si dovrà fare attenzione, lavorare parecchio, stringere i denti e dannarsi un po'. C'è tutto il Massiccio centrale da esplorare dopo aver accarezzato il confine orientale, sperando di evitare quelle trappole che gli organizzatori hanno piazzato qua e là per evitare il fastidioso effetto noia.

 

Verso Colmar, quinta tappa, i corridori la pianura la incontreranno solo negli ultimi chilometri, quelli buoni per capire chi è rimasto indietro. Verso La Planche des Belles Filles, sesta tappa, invece sarà solo una parentesi iniziale di nemmeno venti chilometri. I 157 che porteranno in cima alla montagna dei Vosgi sono un mescolarsi di salite, discese e falsopiani prima degli ultimi dieci chilometri tutti a naso all'insù. Ma quella dell'11 luglio non sarà la stessa ascesa che è stata inaugurata da Chris Froome nel 2012 e poi esaltata da Vincenzo Nibali e Fabio Aru. Sarà di più e quel di più sarà un chilometro sterrato e verticale, puro sadismo.

 


La vittoria di Vincenzo Nibali in cima a La Planche des Belles Filles nel Tour del 2014 (foto LaPresse)


 

"Il Tour? La novità più eccitante è sapere se ci sono prima i Pirenei o le Alpi. Il resto è la stessa bellissima solfa". Charly Gaul preferiva il Giro d'Italia alla corsa francese, non ne ha mai fatto mistero, d'altra parte le salite più dure, quelle a lui più congeniali, erano al di qua delle Alpi.

 

Al Tour nel 2019 toccherà ai Pirenei anticipare le Alpi. Due tappe, con tanto di doppio antipasto. Perché prima dell'arrivo in salita ai 2.115 metri del Col du Tourmalet e ai tre passi che anticiperanno l'ascesa verso Foix, ci saranno il Col de Peyresourde e l'Hourquette d'Ancizan che apriranno la via montana verso il fondovalle di Bagnères-de-Bigorre e i 27 chilometri a cronometro di Pau.

 

Ma è sulle Alpi che il Tour de France concederà il suo meglio. E il meglio è un lungo vagare tra cime che rasentano le nuvole, su salite che sono un cumulo di storie fantastiche, di faticacce antiche, di ribaltoni che hanno reso eccezionale il passato della corsa francese. Il 25 luglio sarà un'esplorazione ad alta quota, un pellegrinaggio sopra i duemila metri: ci sono i 2.109 metri del Col de Vars, i 2.360 del Col d'Izoard, i 2.642 del Col du Galibier prima della discesa verso Valloire a dare onore all'altra parte della salita, la discesa. Non basta.

   


La strada che porta in cima al Col du Galibier (foto Wikipedia)


  

Il 26 luglio c'è il tetto del Tour, i 2.770 metri del Col d'Iseran, il valico aperto al traffico più alto di Francia, che sono 13 chilometri sulla carta, che sono però oltre trenta da quando la strada lascia il fondovalle. E i duemila metri li si supera anche all'arrivo di Tignes, al termine di 123 chilometri che sono un continuo salire intervallato da un picchiata di poco più di mezz'ora.

  


Il passo del Col d'Iseran (foto Wikipedia)


 

Il gran finale è ancora una volta ad altissima quota. Il 27 luglio dopo i 36 chilometri che portano ai 2.365 metri di Val Thorens, ultima ascesa del Tour, ultima fatica dopo altri 4.000 metri di dislivello, si conoscerà il nome del vincitore della corsa. L'indomani infatti sarà Parigi, saranno Campi elisi e Arco di Trionfo, sarà champagne sulla maglia gialla che compie un secolo di vita.

 


La strada che porta a Val Thorens (foto Wikipedia)


 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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