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Le strade del Tour del France sono un racconto italiano

I volti, le fatiche e tutte le voci de "Gli italiani al Tour de France" di Giacomo Pellizzari. E domani verrà presentato il percorso della 106esima edizione della Grande Boucle

24 Ottobre 2018 alle 16:30

Le strade del Tour del France sono un racconto italiano

Un dettaglio della copertina del libro "Gli italiani al Tour de France". L'illustrazione è stata realizzata da Riccardo Guasco

Le strade del Tour de France erano un ricciolo, ora un groviglio. Sono una novità ogni anno, ma ogni anno un ritorno. Sono assolate e bollenti, frementi e frenetiche, sono affollate e affannate. Una striscia d'asfalto francese verso il giallo di un sogno, che poi altro non è che una maglia del colore del sole e dei girasoli che accompagnano i corridori. Una via verso Parigi, i campi elisi, l'Arco di Trionfo, un posto nella storia.

 

Le strade del Tour de France sono una scoperta. Appaiono un giorno su di un tabellone e bisogna essere pazienti per vederle davvero. Saranno una linea nera sull'exagon d'oltralpe domani, giovedì 25 ottobre, saranno un'idea sospesa per nove mesi, una culla per sogni, per speranze vincenti, per obbiettivi anche folli. Saranno il centro del mondo della bicicletta per tre settimane, che sembra un tempo enorme e poi ti accorgi che volano via così veloci che ne servirebbero altre tre. (Almeno per chi le osserva dal divano, se le si pedalano sono più che sufficienti).

 

Le strade del Tour de France sono un viaggio, un futuro atteso, un passato che non passa. Sono storie di un'infinità di battuti e di un centinaio di vincenti. Ma sono storie silenziose le prime, epica a pedali le seconde. Alcune sentite mille volte, altre appena raccontate. Ci sono imprese e trionfi, beffe e tonfi, cadute e saluti. Ci sono gioie e tragedie, un concerto di voci, di lingue diverse, dove il francese è ancora quella più parlata, ma è da un po' che non la si sente sul gradino più alto di Parigi.

 

Un storia lunga più di un secolo che ogni tanto ha parlato italiano. Ed è un concerto di voci, di dialetti, di cantori. Il veneto di Ottavio Bottecchia, il toscano di Gino Bartali e Gastone Nencini, il piemontese un po' ligure di Fausto Coppi, il bergamasco di Felice Gimondi, il romagnolo di Marco Pantani e il siciliano di Vincenzo Nibali.

 

Voci che Giacomo Pellizzari tiene tutte assieme in "Gli italiani al Tour de France" (Utet, 224 pagine, 15 euro). Alle quali aggiunge quella di Fiorenzo Magni, di Gianni Bugno, di Claudio Chiappucci, di Fabio Casartelli. Voci che sono storie, ma non quelle che siamo abituati a leggere, dove impera la terza persona, il distacco del passato, la narrazione un po' storiografica e un po' giornalistica. C'è altro, c'è di più. Ci sono quindici racconti che sono un racconto di strada e di strade, di imprese, gioie e disperazioni, vittorie e addii. Soprattutto fatica, tanta fatica, quella che è comune denomitatore di ogni esperienza in bicicletta, quella che l'autore conosce bene perché sui pedali ci va e spesso. Voci che partono da dentro il gruppo, che sono racconti da dentro il racconto, l'io pedalatore che diventa protagonista.

 

Pellizzari veste i panni di Bottecchia e di Nibali, di Bartali e di Coppi e di tutti gli altri, quindici completi che partono dalla lana e finiscono alle fibre sintetiche. Ci sono le imprese, le tragedie, i Pirenei, le Alpi. Ci sono le strade, tante strade, quelle polverose di un tempo ormai andato, quelle di pietre viscide e gialle di una Francia un po' fiamminga divenute nel 2014 il basamento della statua di roi Nibalì. Ci sono fughe infinite su e giù per monti, scatti fulminanti verso il cielo ciclistico francese. L'autore mette assieme uomini ed epoche diversi e le fa diventare un racconto composito, che copre quasi un secolo di ruote che scorrono, che parla di palmer e pedivelle, che si fa leggere d'un fiato – e anche vedere grazie all'illustrazione di Riccardo Guasco in copertina –, perché coinvolge e avvolge. Perché parla per loro, ma parla di tutti noi uomini e donne in bicicletta, avvicina i campioni a noi comuni pedalatori, ce li rende prossimi, quasi sfiorabili, sicuramente tattili.

 

Quindici racconti. Almeno per ora. Per il prossimo si dovrà attendere luglio, sperando sia una buona occasione per aggiungere una nuova storia, un nuovo capitolo per una seconda edizione.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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