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L'Eroica ha fatto tornare la polvere nel ciclismo

Per anni era stata confinata al nord, sulle strade che portano a Roubaix. Poi è tornata in auge. Merito della mattata di 92 uomini in bicicletta

7 Ottobre 2018 alle 05:00

L'Eroica ha fatto tornare la polvere nel ciclismo

Foto LaPresse

La sparizione della polvere nel ciclismo non è avvenuta in un momento preciso. E’ capitata, come capitano altre cose: l’avvento delle fibre sintetiche per le magliette, delle borracce in plastica, delle radioline in gruppo. E’ il progresso, bellezza. L’asfalto ha reso le strade scorrevoli, veloci, più pratiche, più sicure. Le ruote delle biciclette hanno iniziato a scorrere e non a sobbalzare. La ghiaia e la terra sono diventate qualcosa di agreste, un retaggio del bel tempo andato, nulla più che un malinconico ricordo, che nessuno ha mai però rimpianto. La polvere è rimasta confinata nelle campagne, o in quel pezzetto di Francia che suona fiammingo dove le stradine sperdute tra i campi diventano, almeno per un giorno all’anno, il centro del mondo ciclistico. La Parigi-Roubaix è stata per anni l’unico esempio di cos’era, o almeno cosa poteva essere, il ciclismo del tempo che fu, quello che dagli anni dei pionieri (fine Ottocento) ha unito generazioni di ciclisti sino al pre-boom economico del secondo Dopoguerra.

 

Poi sono sono arrivati novantadue uomini in bicicletta, un’idea che sembrava una mattata, ma mattata non lo era, una scampagnata diventata prima appuntamento, poi avvenimento, infine istituzione. Doveva essere l’occasione buona per smaltire i resti dei ristori della Granfondo “Gino Bartali” che si era corsa la domenica precedente, si trasformò in altro. Perché quei novantadue che iniziarono a pedalare tra colline del Chianti e crete senesi la mattina del 5 ottobre del 1997, non solo hanno dato il via alla ciclostorica più conosciuta al mondo, L’Eroica – che domenica 7 ottobre arriverà alla ventiduesima edizione –, soprattutto hanno fatto riscoprire al ciclismo che non di solo asfalto sono fatte le strade.

 

 

Dopo quell’avventura la polvere è tornata. Certo nel percorso del Giro d’Italia era apparso il Gavia e i suoi chilometri di ghiaino che salivano sino ai 2.618 metri del passo, ma fu quasi un incidente di percorso. Venne inserito nel tracciato da Vincenzo Torriani nel 1960, venne riproposto nel 1988. Ci fu una tormenta di neve che lo rese leggendario, a tal punto da rinviarne un nuovo passaggio a strada asfaltata, dopo che nel 1989 la neve lo rese questa volta invalicabile. Riapparve nel 1996, ma già infiocchettato e ripulito.

 

Nel 2004 il patron del Giro d’Italia Carmine Castellano, incuriosito da quanto stava accadendo in Toscana, si fece un giro nel Chianti, capì che se a Gaiole ogni anno migliaia di persone arrivavano da tutta Europa non poteva essere solo per moda, ma che qualcosa doveva essere successo. Capì soprattutto che il Giro non poteva ignorare tutto questo. Si ricordò di una stradaccia che aveva fatto dieci anni prima, che si inerpicava a oltre duemila metri tra ciottoli e sassolini, la inserì nel percorso dell’anno successivo. L’Italia conobbe il Colle delle Finestre, il ciclismo scoprì che non solo lassù al nord ci potevano essere zigomi bianchi di fatica, facce incipriate di sudore terroso, di maglie sfumate da strade dimenticate dal muoversi quotidiano. L’azzardo riuscì così bene che si cercò di replicare subito.

 

 

Nel 2006 ecco Plan de Corones, ma la neve cancellò tutto. Nel 2007 poi decisero che i tempi erano maturi per dedicare un’intera corsa allo sterrato. Era la Strade Bianche, all’epoca si chiamava Monte Paschi Eroica. Nel 2010 su quelle strade raggiunsero il Giro. Era la settima tappa della corsa Rosa, si trasformarono in un inferno di fango, divennero leggenda. Verso Montalcino, mentre la pioggia trasformava in melma tra gli sterrati toscani, i volti di chi pedalava divennero maschere antiche, i corpi statue votive rappresentanti ricordi passati. Da quel momento in poi la polvere raggiunse tutto il mondo. Gli sterrati riapparvero a tutte le latitudini, pure in Australia, pure al Tour de France di quest’anno. E questo è un certificato di laurea, l’incoronazione definitiva. La polvere è tornata, il suo esilio è finito. La rivoluzione partita da Gaiole in Chianti completata.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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