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La voce dell'Eroica

Le mille storie della ciclostorica sugli sterrati toscani raccontate da chi l'ha inventata, Giancarlo Brocci: un sogno solitario che richiamo oltre ottomila persone a Gaiole in Chianti. E ora "si facciano Coppi e Bartali padri della Repubblica"

6 Ottobre 2019 alle 06:01

La voce dell'Eroica

foto LaPresse

Due occhi che piano si allargano mentre le pupille si restringono per abituarsi alla luce che sale dalle colline macchiate di verde e di giallo. L’alba rischiara il cielo mentre centinaia di ruote scorrono lungo una striscia bianca che divide lo spazio per unirlo, strade disabitate eppure non dimenticate, strade che prendono vita che si tingono di ombre veloci, scorrevoli, tremolanti. Biciclette che si muovono come se la fretta fosse una dimensione remota.

 

Quegli occhi ora sono enormi, tentano di abbracciare tutto ciò che sta loro davanti, vagano senza direzione sebbene una ce l’abbiano, o meglio una meta, un arrivo. Gaiole in Chianti, la stessa che hanno lasciato da poco, ma nell’oscurità della notte, un’altra dimensione. L’Eroica parte così, notturna, almeno per chi decide di farlo. Si trasforma in diurna, per tutti, per poi oltrepassare il tramonto e aspettare chi è rimasto indietro, nessuno escluso.

 

È una storia L’Eroica, una storia che vaga per le colline del Chianti e oltre, “una storia che dura da ventitré anni e continua e continuerà. Che è diventata maggiorenne e la maggiore età l’ha superata senza cambiare poi molto. Si è ingrandita certo, ma ha mantenuto le stesse caratteristiche di sempre: l’andare in bicicletta e il piacere di andare in bicicletta”, dice colui che L’Eroica l’ha pensata, creata, mandata avanti, Giancarlo Brocci.

 

È una storia L’Eroica che contiene molte storie. Quelle delle oltre ottomila anime che pedalano tra le colline del Chianti e delle Crete senesi. Quelle delle biciclette che riemergono da un passato di pedalate antiche e ritrovano nuove strade da percorrere. Quella, ostinata e contraria, di Giancarlo Brocci con la sua idea che sembrava folle, ma folle non era, quella “di riavvicinare il ciclismo alla gente riportando la gente in bicicletta e in questo modo tenere in vita queste terre”. Un’idea che era partita da un sogno, una dichiarazione d’amore al suo territorio, divenuta un progetto: “il Parco ciclistico del Chianti. Ossia la possibilità di trovare uno sviluppo diverso di queste zone, di allontanarle dall’idea che andava allora per la maggiore: quella di farle diventare una grande periferia diffusa, cementificare per trasformarle in un territorio di fabbrichette e seconde o terze case”.

 

 

Era il 1993 e l’idea che inseguiva allora Brocci era quella che ora mettono in programma diverse amministrazioni locali: “Creare qualcosa di diverso, un territorio capace di attrarre un turismo in bicicletta, diffuso, e anche il grande ciclismo. Il Chianti allora era tagliato fuori dalle grandi vie di comunicazione, ma quello che in molti pensavano fosse una sventura si è rivelato la sua fortuna: strade secondarie e con un traffico limitato, panorami magnifici e naturali. Tutto ciò, anche grazie alla bicicletta, si è trasformato in un’occasione, in una fonte di reddito per chi qui vive”.

 

Un’idea che però non seguiva una celeste nostalgia, che non faceva dello sguardo al passato il suo obbiettivo, ma che guardava al futuro, perché “impegnarsi per trasformare il futuro è ciò a cui bisogna ambire”, dice Brocci. “Chi ci confina alla nostalgia è chi ci vorrebbe relegare a una nicchia da cinema, come se questo mondo fosse la sagra mascherata del paese. E quello che vogliono far passare i sacerdoti del grande ciclismo che si ostinano a non capire che ci può essere un modo diverso di pedalare, lontano da ciò che si muove solo attorno ai grandissimi eventi. L’Eroica è solo una parte di un mondo che chiede altro, altri valori, altri principi, un ciclismo moderno fatto di passione autentica, di corridori che combattono per tutta la stagione, liberi da obblighi di piazzamenti, giochi di squadra e astruse classifiche che premiano più i piazzamenti che la voglia di vincere”.
Un ciclismo che riparte dalle bici in acciaio, dalle maglie in lana, dalle strade bianche per provare a contagiare quell’altro di mondo, quello delle andature forsennate, dei corridori ingabbiati da contratti e tattiche di squadra per molti inconcepibili, che si stava allontanando da quello che era sempre stato: uno sport popolare, prossimo alla gente perché unito da palcoscenici comuni, le strade. Un modo di andare in bici che ha già contagiato quello dei professionisti, facendo loro riscoprire lo sterrato, la polvere, riportando la polvere sotto i palmer dei corridori. Prima al Giro, poi con la Strade Bianche, che lo stesso Brocci ha reso possibile, infine al Tour de France e alla Vuelta.

 

E lì dove la polvere non copre ma rivela, dove la polvere non uniforma ma distingue. Lì dove non è evitata, ma sognata, ricercata, addirittura benedetta e dove le facce sembrano uscite da un quadro espressionista, si è rivelata di nuovo quell’anima antica del ciclismo. In quella realtà di volti e biciclette macchiate da un cerone d’antan, il ciclismo ha ritrovato la sua forma primigenia che altro non è che la sua dimensione postmoderna. E da quella polvere che ha unito intere generazioni di corridori, quella che L’Eroica ha riattraversato per la prima volta il 5 ottobre 1997, il Chianti è ripartito. Da allora, secondo le rilevazioni dell'ufficio turismo della regione Toscana, questo territorio, estesosi poi a tutto il senese ha visto un aumento dei cicloturisti di quasi il cinquecento per cento, l'incremento del turismo in generale di oltre il trecento per cento e l’economia in crescita anno dopo anno. “Nel 1997 a Gaiole non c’era un posto letto per i turisti, ora ce ne sono 1.240 e il turismo in bicicletta è diventato un lavoro per moltissime persone”, sottolinea Brocci. E non solo nei giorni della corsa, quando tra Siena e Greve le presenze superano le 350mila. “Le prime quattro o cinque Eroiche non uscivano dal Chianti. Fu la direttrice dell’Apt di Siena, Fiorenza Gurranti, che mi disse che le piaceva quello che m’ero inventato, che il turismo in bicicletta poteva essere il modo migliore per far conoscere il territorio. Da questo incontro nacque l’idea di allungare il percorso, allargarlo a tutta la provincia”, sottolinea Brocci.

 

La prima Eroica è stata un’avventura. Ora è qualcosa di più: un sentimento comune, una riscoperta della bici. Per qualcuno una moda. Una moda che va avanti però da ventitré anni. “E va benissimo che sia diventato anche una moda, anzi. Rendere Gaiole in Chianti un posto dove è figo esserci non mi dispiace affatto. Vuol dire che L’Eroica è viva, che il suo messaggio è passato”, dice Brocci. “Perché se il ciclismo eroico continua a essere praticato, se le nostre strade sono tornate a essere percorse dalle bici ecco che la moda ha un senso, ha una sua dimensione positiva”.

 

L’Eroica ha avvicinato alla bici anche chi pensava di non potersi entusiasmare al pedalare. Ha dato voce e spazio a chi non ne trovava. Ed è diventata voce. Una voce che chiede “di far diventare Coppi e Bartali padri della Repubblica”. Perché “sono stati due campioni che hanno contribuito a riportare in alto il decoro dell’Italia, la dignità dell’Italia, a ricostruire una coscienza comune negli italiani, qualcosa che andasse oltre la distruzione del ventennio fascista e la guerra di Liberazione. Sono stati un esempio che ha diviso l’Italia unendola in una passione comune”.

 

Tra gli sterrati toscani il ciclismo ha scoperto che non c’è niente di più moderno dell’antico, ha scoperto che fuori dall’asfalto c’è vita: una vita spettacolare.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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