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Strade Bianche è un complimento: Benoot vince nel giorno del ribaltamento del consueto

Pioggia e fango sul percorso della classica dello sterrato. I favoriti si guardano e si studiano, Bardet e Van Aert attaccano, il fiammingo conquista Siena

3 Marzo 2018 alle 17:06

Strade Bianche è un complimento: Benoot vince nel giorno del ribaltamento del consueto

Di strade bianche alla Strade Bianche non ce ne sono, oggi c'erano solo fiumiciattoli di acqua e terra, pennellate ocra tra le colline del senese. La Toscana è fradicia d'acqua, pioggia che ha cancellato la neve buriana, lasciando sugli sterrati uno strato di fango che è faticaccia dura da pedalare, ma che diventa racconto indimenticabile dopo aver visto la dodicesima edizione della neoClassica del ciclismo: e Strade Bianche che diventa un complimento, quasi una presa in giro. 

 

Il fango uniforma e cela, maschera le maglie, le bici, smussa i lineamenti, rende i visi tutti uguali. E poi rivela.

 

Rivela che gli azzardi nel ciclismo sono ancora possibili; rivela che non sempre i più forti sono imbattibili; rivela nuovi volti, o volti seminuovi, o in una nuova veste.

 

Rivela che finalmente Tiesj Benoot sembra aver ritrovato la gamba buona, quella che aveva fatto illudere i fiamminghi di avere in casa un campioncino buono per continuare la lunga tradizione di domatori di pietre, quella che sembrava essere scomparsa, offuscata dall'esuberanza del compagno di squadra Tim Wellens e dal rivale di sempre Jasper Stuyven. In tutto questo però ci si era dimenticati che Benoot aveva solo ventitré anni e ventiquattro ne compierà tra pochi giorni, con una Strade Bianche in più da non dimenticare mai. Il fiammingo ha giocato d'astuzia e di classe, ha aspettato il momento migliore per lanciarsi all'attacco, ha sfruttato il lavoro di Sky e Quick Step per i loro capitani, poi si è accompagnato con Serry, infine ha lasciato anche lui, capendo che se si vuole fare una cosa, la si deve far bene e da soli. E così si è messo a rosicchiare distanza e secondi a quel duo di avanguardisti del tutto mal assortito e proprio per questo perfetto, che erano Romain Bardet e Wout Van Aert. E anche questa è una rivelazione.

 

Dal fango emerge un francesino che tutti chissà perché etichettavano come un po' fighetto che invece sgomma, si sporca e non si placa, non molla e poi attacca e lo fa da lontano, che di chilometri all'arrivo ne mancano quaranta e di santi a cui appellarsi ancora tantissimi. Lo fa in mezzo alla melma, sostanza che al Tour non esiste e che anche se esiste profuma di sapone di Marsiglia, e lo fa talmente bene che sembra esserci nato. E allora viene in mente come Bardet, pur essendo uno scalatore da Tour de France, proprio alla Grande Boucle quando c'era da azzardare, lui non si tirava mai indietro, soprattutto all'ingiù e con la pioggia.

 

Un azzardo toscano da abituè del genere. Ma un azzardo anche fortunato. Perché trovarsi affianco un ragazzotto con la faccia da ragazzino e il pedigree da campione navigato non è da tutti i giorni trovarlo. La maschera di Wout Van Aert è la migliore da trovare. Quello che però ha finalmente reso lampante la Strade Bianche è che Van Aert non ha bisogno del suo grandissimo rivale nel ciclocross Mathieu van der Poel per scaldare lo sterrato fino quasi ad asciugarlo, che ha un talento incredibile che lo fa andare forte su quelle superfici dove è difficile stare in piedi. Van Aert era alla prima Strade Bianche, alla seconda gare stagionale tra i professionisti. Prima solo ciclocross e il terzo titolo mondiale di categoria. Il belga dell'inesperienza se ne è fregato ampiamente, si è messo a ruota dei più forti e ha studiato, poi quando si è sentito pronto ha provato la fuga: il tutto è durato più o meno un centinaio di chilometri. Sarà che duellare con van der Poel è una palestra eccellente, sarà che le condizioni di oggi in Toscana sono quelle di quasi tutti gli inverni in Belgio, sarà soprattutto che Van Aert non è uno sprovveduto e sa quello che può dare e quello che vale. E non è l'unico che lo sapeva. Se il belga è una novità nell'ordine d'arrivo, terzo alle spalle di Bardet, non lo è per molti. E questo, come spiega benissimo Filippo Cauz su quel progetto ciclogionalisticoletterario che è Bidon, perché il ciclocross ora non è più una passione per lo più belga: "Il ventennio di Sven Nys e alla copertura planetaria offerta dalle connessioni a banda larga (prima o poi sarà il caso di ammettere che la diffusione degli streaming pirata è ciò che ha salvato il ciclismo di questi anni) hanno stravolto questa disciplina, rimettendola al centro del cuore degli appassionati di ciclismo. Wout van Aert oggi non è un talento da scoprire ma un personaggio globale, sostenuto da sponsor di rilevanza internazionale, capace di muovere le folle per i suoi duelli con Mathieu van der Poel. Il mondiale di Valkenburg, colpevolmente snobbato dalla televisione italiana, ha fatto registrare oltre 38'000 spettatori sul circuito, il suo hashtag è stato trending topic per tutto il weekend in diversi paesi del mondo".

 

Benoot primo, Bardet secondo, Van Aert terzo è qualcosa di meravigliosamente irripetibile a queste latitudini, una sorpresa assoluta. Come una sorpresa è stato l'attendismo e l'esasperato studio dei grandi favoriti. Oggi per loro è stata corsa di retrovia, una partita a scacchi malriuscita e in differita. Se il gioco continuerà sarà la volta buona per dare una rinfrescata agli ordini d'arrivo delle classiche. E questa non è una sfortuna.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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