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Sky lascia il ciclismo a fine 2019, ma la rivoluzione del Team Sky continuerà

Piaccia o meno in questi dieci anni la squadra guidata da Dave Brailsford ha cambiato il ciclismo. Il manager inglese è alla ricerca di un nuovo sponsor

12 Dicembre 2018 alle 13:16

Sky lascia il ciclismo a fine 2019, ma la rivoluzione del Team Sky continuerà

Era il novembre del 2008 quando il Performance director della British Cycling Federation, Dave Brailsford, annunciò che la federazione stava lavorando per creare una squadra ciclistica professionista. In pochi diedero peso alla cosa. D'altra parte il Regno Unito era una periferia desolata del ciclismo mondiale, una terra che sino ad allora non aveva offerto granché. Certo a marzo avevano vinto undici medaglie ai campionati mondiali su pista, ma correvano in casa e poi andare forte su pista è un conto, farlo su strada un altro. E lì ad eccezione di Tom Simpson, Barry Hoban e qualcun altro non avevano mai sfornato grandi corridori. Così quando nel febbraio del 2009 Brailsford rese noto di aver firmato un contratto di sponsorizzazione per la stagione successiva con la pay-tv Sky per creare una squadra "che vuole puntare a quello che non è mai stato fatto: portare un britannico a conquistare il Tour de France", ci furono risate e prese in giro. Un inglese che vince il Tour? Impossibile. E chi? Quel Wiggins che vince le medaglie dell'inseguimento e si stacca in salita? Ma dai.

 

Brailsford aveva portato a casa quattro anni di contratto con l'opzione di altri quattro e un budget di 30 milioni di sterline per il primo quadriennio. Era quello che voleva, abbastanza per dimostrare a tutti che il suo progetto non era follia, che era possibile rivoluzionare anche il ciclismo su strada allo stesso modo di quello su pista: "E' tutta una questione di preparazione e di miglioramento dei parametri fisici. Il ciclista deve essere messo nelle condizioni di esprimersi al meglio delle proprie possibilità, conoscere queste possibilità ed esaltarle è quello che inizieremo a fare", raccontò alla Bbc nel marzo del 2009. Come? "Il ciclismo sinora è sempre stato un mondo che ha vissuto di improvvisazione. In pista abbiamo eliminato l'improvvisazione, abbiamo applicato il metodo scientifico a questo sport: la tecnologia ci permette di sapere tutto sul corpo umano, i dati ottenuti ci hanno fatto capire che ogni corridore ha un margine sensibile di miglioramento. Sta a noi indicargli la via e a lui seguirla. Se tutto ciò ha portato successi in pista perché non può farlo in strada?".

 

Nel 2012 Bradley Wiggins conquistò il Tour de France. In soli tre anni il Team Sky era riuscito a ottenere l'obbiettivo per il quale era stato creato.

 

Fu l'inizio di un dominio. Almeno al Tour. Perché dal 2012 a oggi sul gradino più alto del podio di Parigi solo nel 2014 è salito un corridore con una maglia non griffata Sky, Vincenzo Nibali. Quattro volte la Grande Boucle è stata vinta da Chris Froome, una volta da Geraint Thomas.

 

Il Team Sky e la scienza perfetta del ciclismo

Il Tour de France conquistato da Geraint Thomas è solo l'ultimo atto di una rivoluzione iniziata da Dave Brailsford nel 2009

 

Un'era che si chiuderà alla fine del 2019. Oggi infatti Jeremy Darroch, Chief Executive del gruppo Sky, ha annunciato che la prossima stagione ciclistica sarà l'ultima che il gruppo supporterà: "Siamo entrati nel ciclismo con l'obiettivo di utilizzare i grandi successi per ispirare una maggiore partecipazione a tutti i livelli. Dopo oltre un decennio non potrei essere più orgoglioso di quello che abbiamo ottenuto con il Team Sky e con i nostri partner di lunga data come British Cycling. Ma la fine del 2019 è il momento giusto per aprire un nuovo capitolo nella storia di Sky e rivolgiamo la nostra attenzione ad altre iniziative, a cominciare dalla nostra campagna Sky Ocean Rescue. In occasione di questo annuncio voglio rendere un omaggio speciale a Dave Brailsford e all'immenso team di corridori e staff che ha costruito il Team Sky. Ciò che abbiamo fatto insieme è andato ben oltre i sogni di molti che avevamo solo pochi anni fa. Dave, ti ringraziamo per aver fatto con noi questo viaggio e non vediamo l'ora di goderci la nostra ultima stagione di gare insieme".

 

Dieci anni e 322 vittorie, tra cui otto grandi giri, tutti i grandi giri, 52 altre corse a tappe e 25 gare di un giorno.

 

"Il progetto del Team Sky è nato con l'ambizione di costruire un team pulito e vincente attorno a un nucleo di corridori e personale britannici", ha aggiunto Brailsford. "Il successo della squadra è stato il risultato del talento, della dedizione e del duro lavoro di un grande gruppo di persone che si sono costantemente sfidate nello scalare nuove vette. Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza Sky. Siamo orgogliosi del ruolo che abbiamo svolto nella trasformazione della Gran Bretagna negli ultimi dieci anni in una vera nazione ciclistica". Un progetto che però non vuole finire: "Mentre Sky ci lascerà alla fine del prossimo anno, la squadra guarda al futuro e alle potenzialità di lavorare con un nuovo partner". Perché è vero che Sky lascia, ma Brailsford e compagnia non hanno la minima voglia di abbandonare questo sport.

 

D'altra parte la storia del ciclismo è piena di grandi marchi che hanno griffato magliette vincenti e poi hanno abbandonato la scena. Ed è piena di progetti che sono andati avanti indipendentemente da tutto questo.

 

Quello che è certo però è che in questi dieci anni il Team Sky è riuscito a cambiare il ciclismo come in pochi sono riusciti sino a oggi. L'ha cambiato sia nella preparazione, sia nella gestione delle corse. Lo ha fatto imponendo un metodo basato su una fede quasi maniacale per la cura dei dettagli, sfruttando mai come era stato fatto prima la tecnologia e la disciplina. Brailsford ha portato nel ciclismo un mondo positivista basato non sui corridori ma sui dati fisiologici dei corridori. Il manager inglese si è circondato di uomini che con il ciclismo avevano poco a che fare, li ha scelti sulla base del curriculum accademico, ha preteso da loro un lavoro di ricerca sul corpo umano, sulla reazione muscolare allo sforzo. Si è fidato dei dati e in base ai dati è intervenuto sull'atleta, ha applicato il calcolo computazionale all'uomo. I ciclisti in questi anni avevano solo due scelte: o credere nel progetto e affidarsi completamente, oppure scegliere di andarsene. Chi è rimasto ha vinto. E lo ha fatto perché nulla era lasciato al caso, tutto rientrava in un preciso processo di sviluppo dell'atleta. La Sky non ha vinto soltanto perché ha avuto in questi anni il budget più alto a disposizione (sino al 2013 c'erano squadre più ricche) ma perché è riuscita a impiegare le sterline a disposizione per sviluppare un nuovo modo di andare in bicicletta basato sulla migliore gestione possibile dei watt e dei dati fisiologici dei corridori, applicando una gestione dello sforzo radicalmente diversa.

 

"Froome ha vinto quello che ha vinto in questi anni perché è riuscito ad abituare il suo fisico a condizioni estreme e perché è riuscito a sfruttarlo al meglio", spiegò nel 2016 il professore Chris Cooper, direttore del Centro di Medica e scienza dello sport dell'Università dell'Essex. "I dati fisiologici del britannico sono sì impressionanti, ma in linea con molti grandi campioni del ciclismo, la differenza è che il keniano ha una capacità quasi chirurgica di pedalare al limite delle sue possibilità senza superare mai il punto nel quale si velocizza il processo di formazione di acido lattico nei muscoli. Il fatto che osservi spesso le pulsazioni è sintomo di una conoscenza eccezionale di cosa deve o non deve fare. L'estrema agilità di pedalata gli permette di rimanere su questo crinale più a lungo degli altri. Ma abituare il corpo a questo modo di andare in bici è un processo lungo e complicato che prevede un metodo quasi ossessivo di perfezionamento e di adeguamento del corpo alla bici". Un metodo che alla Sky sono riusciti a imporre in modo sistematico. "Per arrivare a questo livello dello sforzo c'è bisogno di maestria e di una conoscenza capillare delle reazioni fisiologiche. Solo uno studio lungo e approfondito può rendere possibile tutto ciò".

 

Lo stesso studio che ha permesso alla squadra di utilizzare condotte di gara "ad incremento costante di velocità per permettere ai suoi atleti di sfruttare al massimo le proprie caratteristiche", spiegò il professor Cooper. "Quello che la Sky ha fatto in questi anni è stata una gestione controllata dello sforzo comune, un sistema introdotto già a inizio anni Ottanta ma reso meccanico in questo ultimo decennio. Il discorso fatto per Froome è valido per tutti i suoi compagni. Tutti sanno benissimo come gestire la fatica e il battito cardiaco, tutti sanno sino a dove si possono spingere e sanno che se pedalano in una certa maniera possono farlo più a lungo e più forte. Sono consapevoli di questo e giocano di squadra".

 

Al di là delle polemiche, al ricorso in più occasioni alle TUE (Therapeutic Use Exemptions), ossia le richieste di esenzione a fini terapeutici di sostanze non consentite, al caso Salbutamolo di Froome, ai sospetti di molti, in questi anni la Sky è sempre uscita pulita dai controlli antidoping. "Il doping? Quello che hanno fatto alla Sky è meglio del doping. Sono riusciti a portare i corridori al limite massimo delle loro capacità fisiche", disse a gennaio un ex medico della Wada alla Bbc. "Non ci sono prove dell'utilizzo di sostanze vietata. La Sky in questi anni è sempre stata all'interno del regolamento antidoping, a volte ha navigato al limite del regolamento, ma non lo ha mai superato".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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