Un prigioniero nel carcere di al Hasake, nella Siria orientale (foto Daniele Raineri)

La prigione dei terroristi

Daniele Raineri

Siamo entrati nel carcere in Siria dove i curdi tengono gli islamisti dello Stato islamico catturati, anche europei, che sono isolati e non possono sapere cosa succede fuori dalle celle

Dal nostro inviato in Siria. “Zero diritti umani! Qui non ci sono diritti umani! Guarda come siamo stretti, guarda come siamo ammassati l’uno sull’altro, abbiamo a disposizione una striscia di pavimento di venti centimetri a testa per dormire. In Europa non avete idea di come ci trattano. E’ come se Hitler fosse tornato in vita e avesse riaperto le sue prigioni!”, dice Junaid Khan attraverso l’apertura rettangolare nella porta della prigione. Khan è un uomo dello Stato islamico, i curdi siriani l’hanno catturato undici mesi fa a Baghouz, che fu l’ultimo pezzo di territorio dello Stato islamico a capitolare. Dopo anni di battaglie perse e di ritirate gli irriducibili del gruppo terroristico si trovarono circondati da tutti i lati, molti morirono sotto le bombe e tutti gli altri furono messi in fila, identificati dall’intelligence americana, caricati su camion e lasciati ai curdi perché in qualche modo trovassero una soluzione.

 

Gli parlo in piedi dall’altro lato della porta nella luce relativa del corridoio e di lui vedo soltanto il volto e il cranio senza capelli nel riquadro di metallo, il resto è nel buio della cella. “Va bene adesso parli di diritti umani e capisco perché lo fai, ma ti rendi conto com’è ascoltare i combattenti dello Stato islamico che parlano oggi di diritti umani? Avete ucciso migliaia di persone, avete bruciato vivi degli ostaggi, avete fatto decapitazioni davanti alle telecamere. Eppure adesso tirate fuori altro come se queste cose non fossero successe”.

– “E gli americani? Ci hanno bombardato con gli aerei. Hanno ucciso migliaia di persone. Hanno bombardato tantissimi posti, quello invece andava bene? Loro non sono colpevoli?”

– “Anche voi facevate i bombardamenti”

– “Noi? Ma cosa dici? Lo Stato islamico non aveva gli aerei”

– “Quando mandavate un camion bomba dentro un mercato con sopra un attentatore suicida a farsi esplodere e facevate decine di morti in un colpo solo, quelli non erano bombardamenti? Gli unici motivi per cui non avete lanciato bombe con gli aerei è che non avevate gli aerei o che non li sapete pilotare. Altrimenti avreste fatto molto peggio”

– “…”

– “Ma come pensavate che sarebbe finita questa guerra contro tutti? Ma come avete fatto a credere che avrebbe funzionato davvero? Lo Stato islamico proclamava che avrebbe conquistato prima Istanbul in Turchia e poi Roma in Italia. Credevate che i paesi occidentali non avrebbero reagito, che non sarebbe nata una Coalizione internazionale, che non ci sarebbero stati i bombardamenti? Dicevate di voler venire in Europa a massacrare e però vi stupite che ci sia stata una guerra e di averla persa”.

– “Lo Stato islamico non voleva uccidere gli occidentali…” comincia Khan, ma lo interrompo. Si riferisce al fatto che secondo la dottrina del gruppo terroristico la conquista di un nuovo territorio non implica automaticamente lo sterminio della sua popolazione ma piuttosto il suo asservimento. Sono sofismi scadenti.

– “Dicevate che avreste conquistato prima Istanbul e poi Roma. Che avreste sottomesso la gente, che avreste convertito tutti all’islam con la forza, che avreste schiavizzato le donne come bottino di guerra, che avreste distrutto le nostre statue da idolatri (perché la rappresentazione della figura umana è vietata dalla sharia) e sfasciato gli strumenti musicali, che avreste proibito di fumare… e che chi si fosse opposto sarebbe stato ammazzato. Davvero, cosa credevate che sarebbe successo? Che il resto del mondo vi avrebbe detto ‘ah ok, allora aspettiamo il vostro arrivo a braccia aperte?’”.

 

Questo è l’unico istante in cui Junaid rientra nel buio e tace per poco. Viene dal Bangladesh, lavorava come contabile in Arabia Saudita, parla un inglese ottimo. Poco fa ha raccontato di essersi unito allo Stato islamico soltanto per amore della sharia, la legge islamica. Voleva soltanto vivere in un posto dove fosse praticata. E’ una cosa molto comune tra i detenuti, trovare una spiegazione a ritroso, raccontare la loro adesione al gruppo terroristico più pericoloso del mondo come una scelta soltanto ideologica che non implicava ruoli attivi – come la guerra, gli stupri di massa e le esecuzioni. A sentire molti prigionieri, in particolare gli europei, lo Stato islamico era fatto di cuochi che non hanno mai toccato un’arma. “Ma tu non abitavi in Arabia Saudita? Pensi che non fosse un posto abbastanza musulmano?”. “Sì lo era – risponde – ma poi mi hanno cacciato di nuovo in Bangladesh e allora sono andato nello Stato islamico. Guarda ora come siamo messi. Abbiamo tutti i pidocchi. Stiamo morendo”. Dall’apertura nella porta della cella esce aria calda anche se è inverno, è il calore dei corpi, dietro di lui ci sono sagome di persone in piedi e altre di persone sdraiate, è così sovraffollata che il pavimento non si vedrebbe nemmeno se fosse illuminata. A volte i detenuti hanno lo sguardo spento e non fanno nulla, in altri casi sfruttano lo spazio ridottissimo. Uno si fa tenere i piedi da un altro e va su e giù con il busto, sta facendo un esercizio per gli addominali. 


Le cellule del gruppo ancora attive arrivano di notte e sparano colpi di Kalashnikov per dare coraggio a chi c’è dentro


 

Questo edificio non era un carcere prima, era una scuola, è stato riadattato a contenere i cinquemila uomini dello Stato islamico sopravvissuti all’assedio di Baghouz. Se sei rimasto nel gruppo fino alle settimane di quell’assedio vuol dire che facevi parte del nucleo più duro, quello che ha continuato a combattere anche quando ormai la guerra era andata oltre la sconfitta certa e si trascinava avanti per fanatismo. “I curdi e gli americani ci avevano detto che se ci fossimo arresi ci avrebbero tenuti per un paio di mesi e poi ci avrebbero lasciati andare, invece siamo ancora qui!”, dice Khan. A Baghouz dentro l’ultimo campo assediato c’erano decine di migliaia di donne e bambini, erano le famiglie dei combattenti dello Stato islamico che li avevano seguiti come una carovana di nomadi, i curdi hanno tentato di patteggiare una capitolazione per evitare di dover prendere quel pezzetto di terra palmo a palmo, che vuol dire usare molto i bombardamenti – e quindi fare molte vittime. Ma rimettere in libertà i detenuti oggi sarebbe una follia, si metterebbero a sparare e a piazzare trappole esplosive la notte dopo.

 

Questa contraddizione per ora è stata risolta così dai curdi siriani: si sono presi in carico migliaia di uomini dello Stato islamico, non possono farli uscire, li hanno ammassati in un luogo stretto che però aprono ai giornalisti. Dicono che è un’operazione “umanitaria”, la loro dottrina rifiuta la pena di morte, c’è da chiedersi se non sia stato per questo che lo Stato islamico ha deciso di combattere la sua ultima battaglia – quella della capitolazione – nel territorio curdo e non in Iraq oppure in altre zone della Siria. A partire da marzo cominceranno i processi e i curdi sperano che almeno durante quelli saranno assistiti dai governi occidentali che non si sono venuti a prendere i loro terroristi. 


I curdi non hanno la pena di morte, faranno i processi, sperano nell’aiuto degli europei. Gli americani sono lontani


 

La scuola trasformata in carcere è a un paio di chilometri a sud di al Hasake, che è il capoluogo di questa regione della Siria orientale ed è rimasto fuori per miracolo dalla marea nera degli islamisti. In pratica l’onda si è fermata a metà strada tra dov’è oggi la prigione e la città, mentre quasi tutto il resto del territorio cadeva. L’edificio stesso è finito in mano allo Stato islamico ed è stato usato come base. Ora ha cambiato uso ed è diventato il luogo con la più alta concentrazione al mondo di terroristi che hanno militato nello Stato islamico. Ed è nel mezzo di una regione che è infestata da cellule clandestine che sono ancora molto attive e che potrebbero organizzare un grande attacco per liberare gli ex “fratelli”. Le guardie dicono che le cellule a volte si avvicinano il più possibile alla prigione e poi sparano in aria un caricatore di fucile Kalashnikov in modo che i detenuti sentano il rumore e sappiano che non sono stati dimenticati. L’ultima volta è successo tre settimane fa. 


A sentire i racconti dei prigionieri di origine europea sembra che nessuno dello Stato islamico abbia ucciso, stuprato, decapitato


 

Il direttore del carcere, un militare in mimetica delle Ypg (unità di difesa popolare curde) che si fa fotografare soltanto se ha addosso un passamontagna, ha acconsentito alla visita ma in cambio ha stabilito due regole. La prima è che non si può dire ai prigionieri che il loro capo, Abu Bakr al Baghadi, è morto, che c’è stata un’offensiva dell’esercito turco contro i curdi poco a nord della città, che gli americani si sono ritirati dalla Siria e poi sono rientrati per andare a presidiare i pozzi di petrolio in un settore più a sud e in generale non si può dare loro alcuna notizia. Sono rimasti aggiornati al giorno in cui sono stati catturati. Non gli si può dire nulla perché c’è il timore che le notizie potrebbero scatenare una rivolta o un tentativo di evasione di massa e quindi si preferisce lasciare che si cullino nell’incertezza. Devono restare isolati non soltanto dal punto di vista materiale, ma anche da quello della conoscenza del mondo. La seconda regola è che non si possono fare fotografie fuori dai corridoi delle celle perché sarebbe come rivelare informazioni a chi sta organizzando l’attacco per liberare i detenuti. Quanto sono alti i muri. Quante guardie stanno agli angoli. Peccato perché ci sarebbero da fare foto molto belle, uomini in passamontagna e fucili a pompa che aspettano seduti su sedie di plastica, ma non è possibile. Il direttore spiega che oltre alle guardie c’è un contingente di intervento rapido poco lontano, pronto ad arrivare in caso di problemi. Gli chiediamo se in caso di evasione quelli dello Stato islamico riceverebbero aiuto dalla popolazione, dice di no ma che alcuni simpatizzanti si nascondono dappertutto. Di certo per gli evasi allontanarsi sarebbe un problema logistico enorme, al Hasake è in mezzo a una pianura senza ripari, non ci sono colli o pieghe del terreno e gli alberi sono rarissimi, è probabile che per le squadre curde e per i droni diverrebbe il terreno di una caccia facile.

 

Chiediamo di parlare con un detenuto saudita, perché i racconti dei combattenti europei tendono ad assomigliarsi tutti. Saleh Abdallah al Aqil ha 26 anni, è andato in Siria nel 2013, ammette senza problemi che era un combattente, fa i nomi dei suoi emiri-comandanti, ha il volto scavato e gli manca mezzo piede sinistro, cammina con le stampelle. Gli chiediamo perché è partito volontario, dice che è successo perché ha ascoltato un sermone del predicatore saudita Mohammed al Arefi che avvertiva che il Califfato stava arrivando. C’è da sobbalzare, al Arefi è un imam ufficiale, va in tv, nel 2013 fece scalpore un suo sermone in cui disse: “Il Califfato sta arrivando, è come se lo vedessi con i miei occhi”. Poi l’imam saudita prese una piega molto più moderata, ma intanto eccole qui le conseguenze di quelle parole, sette anni dopo. Saleh ha preso una pallottola nello stomaco, poi è tornato a combattere e poi negli ultimi mesi di assedio ha perso il piede perché andò in un magazzino a prendere della farina per mangiare ma c’era una trappola esplosiva piazzata dallo Stato islamico. Dice che ha cominciato a perdere fiducia nel gruppo prima della battaglia per Raqqa, in Siria. Se è vero, è stato verso la fine del 2017. Si è reso conto che era tutto un gioco politico internazionale fra grandi nazioni, sostiene, e che lo Stato islamico era usato come una pedina in questo gioco. Di che cosa aveva più paura, gli chiediamo: dei soldati del regime di Assad, “perché stuprano”. Quando si alza dalla sedia e prende le stampelle chiede: cosa succede là fuori? 


Un combattente è partito per la Siria ispirato dal sermone di un imam ufficiale saudita, uno di quelli che ancora adesso va in tv 


Dopo di lui intervistiamo Skandar Jammali, di 34 anni, britannico di origini tunisine, ma è come prendere un test di controllo a campione per verificare risultati già ottenuti da altri. Non dice nulla. E’ andato in Siria nel 2013 per lavorare come “operatore umanitario”, del resto “c’erano le pubblicità nella metropolitana di Londra, dona soldi per i bambini siriani”, perché lui ora dovrebbe essere criminalizzato per un comportamento che era così approvato? Poi si è unito allo Stato islamico perché è musulmano ed era in Siria, ma ha visto subito che era una cosa cattiva e ha tentato di scappare tre volte, ma per tre volte è stato catturato e messo in cella per un mese. “Gli stranieri sono considerati delle spie, fanno una vita dura e piena di sospetti. Entrare nello Stato islamico è facile, andarsene è molto difficile”. Non ha mai combattuto, aveva soltanto un fucile per autodifesa, non ha mai incontrato gli altri inglesi anzi tendeva a evitarli. Tutti in blocco, compreso Jihadi John, il boia degli ostaggi occidentali. Non sa se nelle celle ci sono prigionieri più carismatici che fanno da leader, o shawish, e dettano agli altri cosa fare, o se ancora predicano l’ideologia dello Stato islamico. “Io mi faccio i fatti miei”. Di cosa aveva più paura? Dei raid aerei americani. Quelli dell’intelligence inglese vengono mai a interrogarlo? Una volta si è presentata una ricercatrice universitaria, ma le sue domande non suonavano proprio da ricercatrice. Skandar è un muro, non dice nulla che potrebbe essere usato contro di lui. Li senti quando fuori dal carcere sparano in aria per farvi coraggio? Non so cosa sia, forse spari o forse un detenuto senza una gamba che cammina e fa rumore, chi è lui per sostenere con precisione una cosa o l’altra. Soltanto alla fine guizza mentre si alza: cosa succede fuori? Come va la guerra?

Di più su questi argomenti:
  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)