Siamo proprio sicuri che gli iracheni vogliano cacciare gli americani?

Daniele Raineri

Oggi grande marcia antiamerikana a Baghdad, ma c’è molto dissenso

Oggi a Baghdad ci sarà una grande marcia per chiedere la cacciata degli americani dall’Iraq. L’ha convocata il predicatore sciita Moqtada al Sadr e dietro a lui si sono messi in fila i capi delle milizie filoiraniane create dal generale Suleimani. Al Sadr la chiama “la marcia del milione” perché si aspetta una partecipazione spettacolare e da una settimana nelle strade sono stati appesi ritratti del generale iraniano ucciso da un drone americano tre settimane fa. Questa, molto più che la salva di missili balistici sparata contro due basi militari in Iraq l’8 gennaio, è una ritorsione che piace all’Iran: buttare fuori gli americani con una manovra politica e il popolo in piazza. Ormai consideriamo ovvio questo concetto, che gli iracheni vogliano cacciare i soldati americani. Ma è davvero così? Bilal Wahab, un ricercatore curdo-iracheno del Washington Institute, ha fatto un’analisi fotografica del famoso “voto” del 5 gennaio, quando il Parlamento iracheno ha approvato una lettera che chiede al primo ministro di far cessare la presenza americana. Quel voto, due giorni dopo l’uccisione di Suleimani, ha occupato molto spazio sui media ma secondo Wahab il conteggio dei presenti rivela che il quorum non c’era. A dispetto delle minacce che le milizie di Suleimani spedivano ai telefonini dei parlamentari – i messaggi dicevano: presentati in Parlamento o sarai trattato come un traditore – soltanto uno dei 58 parlamentari curdi e soltanto 15 su 70 sunniti erano in Aula. Se a questo boicottaggio di massa si sommano altre defezioni nei partiti sciiti, secondo Wahab quel giorno al momento del voto mancava il numero legale. Come momento simbolico è stato meno potente e unanime di quello che pensiamo.

 

Shelly Kittleson è una giornalista freelance che nei giorni dell’attacco con i missili balistici si trovava nella stessa zona dell’Iraq, l’Anbar, che confina con la Siria e ha visto una presenza fortissima dello Stato islamico. Un capo delle forze che si occupano del settore al confine, Marwan al Karbouly, le ha detto: “Qui nell’Anbar non possiamo chiedere agli americani di andarsene. Anbar è la regione più grande dell’Iraq e per la maggior parte è deserta. Noi iracheni non abbiamo abbastanza mezzi per controllarla e proteggerla” (fonte: Al Monitor). Karbouly – il cui padre è stato ucciso dai terroristi – dice che la sorveglianza, la tecnologia e i raid aerei dell’America danno una grossa mano.

 

I soldati americani impegnati nelle operazioni contro i resti dello Stato islamico in Iraq sono circa cinquemila – una presenza irrisoria: il derby Roma-Lazio è sorvegliato da duemila poliziotti, tanto per fare un confronto. Ci sono quasi altrettanti soldati di altri paesi che perlopiù addestrano i soldati iracheni e infatti il governo di Baghdad vorrebbe che gli addestratori restassero. Ma la presenza degli americani offre una garanzia di sicurezza per tutti i contingenti. Nota: già adesso i militari americani hanno margini di manovra limitati, le operazioni che fanno sono concordate con l’esercito iracheno e seguono procedure rigide. Secondo molti media l’Amministrazione Trump punta a negoziare e a ridurre il numero dei soldati in Iraq, ma non vuole abbandonare il paese del tutto ed è pronta a usare l’arma della pressione economica. A piazza Tahrir, dove da mesi migliaia di manifestanti protestano contro il governo, chiedono la fine sia della presenza americana sia della presenza iraniana. Raggiunti dal Foglio in molti dicono che in questo momento il pericolo maggiore tuttavia è rappresentato dagli iraniani e non dagli americani – e c’è preoccupazione perché qualche frangia della marcia antiamericana di oggi potrebbe dirigersi su piazza Tahrir per sfogarsi contro di loro.

 

Ieri France Presse aveva un articolo che spiegava come i capi delle comunità sunnite, le stesse che quindici anni fa facevano la guerra ai soldati americani molto più degli sciiti, oggi vorrebbero che gli americani restassero per bilanciare lo strapotere delle milizie e degli iraniani. La situazione è meno netta di quanto si crede.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)