Il Deep State contro Baghdadi

Daniele Raineri

L’America elimina i suoi nemici e non conta chi c’è alla Casa Bianca. Nemmeno se è Trump

“Stop congratulating Obama for killing Bin Laden. The Navy Seals killed Bin Laden”. “Why don’t we ask the Navy SEALs who killed Bin Laden? They don’t seem to be happy with Obama claiming credit. All he did is say O.K.”. Basta congratularsi con Obama perché ha ucciso Bin Laden. I Navy Seals hanno ucciso Bin Laden. Perché non chiediamo ai Navy Seals chi ha ucciso Bin Laden? Non sembrano molto contenti che Obama si prenda il merito. Tutto quello che ha fatto è dire OK. Questo è Donald Trump su Twitter nell’ottobre 2012 e aveva ragione. Vale anche oggi, dopo che la Delta Force ha trovato e ucciso il capo dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi in una casa anonima nel nord della Siria al terzo anno di Amministrazione Trump. Non conta chi siede nello Studio Ovale, la macchina dell’apparato di sicurezza degli Stati Uniti va avanti senza input dall’alto a fare quello che deve fare quando è alle prese con nemici straordinari come Bin Laden o Baghdadi. Certo, il presidente degli Stati Uniti ha il potere esecutivo e prende le decisioni finali. In alcuni casi però succede soltanto dopo che sul suo tavolo sono stati posati rapporti e scenari così dettagliati che a quel punto non importa se è un democratico o un repubblicano o altro. Deve soltanto dire OK, come notava Trump. Il commander in chief dà il via libera all’operazione e poi va davanti alla nazione a spiegare quello che è successo, di tutto il resto si occupa un apparato di forze militari e di agenzie di intelligence che segue queste faccende con continuità – giorno e notte.

  

L’ordine di ritiro improvviso dalla Siria da parte di Trump tre settimane fa ha spazzato via la pianificazione meticolosa in corso

Detto questo, il raid per uccidere il terrorista più ricercato del mondo è arrivato durante il mandato anomalo di Trump. Il presidente in conferenza stampa ha tentato di dire che il suo arrivo alla Casa Bianca ha impresso una svolta alle operazioni. Ha raccontato che una delle prima cose che ho fatto dopo il suo insediamento è stata chiedere “Dov’è Abu Bakr al Baghdadi?” – anzi, come dice lui: Abù Bakaar al Baghadi. Ma Trump può aver cominciato a porre questa domanda al più presto nel gennaio 2017 e sappiamo che Baghdadi era finito sulla lista dei terroristi da eliminare nell’ottobre 2011 – con una prima taglia da dieci milioni di dollari che poi è salita a venticinque. Gli americani lo avrebbero messo anche prima sulla loro lista, ma dovettero aspettare che un parente catturato dalla polizia irachena rivelasse il suo vero nome. Tre mesi dopo gli ultimi soldati americani lasciarono l’Iraq per ordine di Obama e sono queste le decisioni presidenziali che hanno conseguenze più profonde anche se sono meno spettacolari. In ogni caso, dopo la caduta di Mosul e l’espansione dello Stato islamico in medio oriente trovare al Baghdadi divenne ancora più urgente. Difficile provare che Trump abbia accelerato l’eliminazione di un terrorista di cui non sapeva pronunciare il nome.

   

Di trovare e uccidere Baghdadi s’è occupato un assortimento di forze militari e di agenzie di intelligence che Trump tutti gli altri giorni dell’anno chiama “deep state” – e prende in prestito la definizione da siti complottisti. E’ lo stesso “deep state” che lui disprezza in pubblico quando produce risultati che non gli piacciono, come per esempio scoprire che i russi hanno interferito nelle elezioni 2016. Trump elogia gli uomini dei servizi quando scovano Baghdadi e gli permettono di fare un messaggio tv seguitissimo, ma a maggio ha preso la decisione enorme di conferire al suo ministro della Giustizia, William Barr, il potere di desecretare qualsiasi documento della Cia e delle altre quindici agenzie di intelligence americane. Ha dato a Barr questa autorità perché il ministro guida un’inchiesta per scoprire se c’è stato “un complotto contro Trump” (è così che viene chiamata l’indagine sulla possibile collusione tra il comitato elettorale di Trump e il governo russo nel 2016). Barr potrà togliere il segreto su qualsiasi dossier e questo gli assegna un potere abnorme sui servizi segreti americani, che sono sospettati di cospirazione.

  

Il presidente ha dato informazioni che non doveva dare ma “morto come un cane” è un vaccino contro il reclutamento dell’Isis

Con l’altra metà del deep state (la definizione ingiuriosa che Trump usa con la macchina governativa), quindi i militari, c’è la stessa mancanza di fiducia. Domenica alcune fonti del Pentagono hanno spiegato al New York Times che il raid contro Baghdadi è stato un successo non grazie a Trump ma “a dispetto delle scelte di Trump”. Cia e Forze speciali hanno dovuto accorciare i tempi perché la decisione del 6 ottobre di dare il via libera alla Turchia per un intervento armato contro i curdi nel nord della Siria rischiava di offuscare tutto e di privarli di informazioni proprio quando invece avevano bisogno della massima chiarezza. “L’ordine di ritiro improvviso da parte di Trump tre settimane fa ha spazzato via la pianificazione meticolosa che era in corso e ha costretto gli uomini del Pentagono ad accelerare il piano per quel raid notturno rischioso prima che la loro capacità di controllare le truppe, le spie e i velivoli da ricognizione si dissolvesse con il ritiro”, scrive il New York Times. Due giorni prima, ma ormai è caduto nell’oblio, era uscito un altro articolo del Washington Post che spiegava come i generali avessero convinto Trump a inviare di nuovo qualche centinaio di soldati in Siria con l’idea di “tenersi il petrolio”. Una delle fonti diceva: “E’ come quando con i bambini metti la medicina nello yogurt o nel purè di mele per fargliela mangiare”. Non è una relazione salutare. Nota: è possibile che ci siano stati altri fattori che alla fine hanno convinto Cia e Pentagono a sbrigarsi. I rivali islamisti di Baghdadi sapevano ormai che lui era in zona e lo stavano cercando. Anche il governo turco dice di avere appreso della presenza di Baghdadi due giorni prima del raid. E’ molto possibile che gli americani abbiano deciso che volevano essere loro e non altri a lanciare l’operazione contro il capo dello Stato islamico. Però di sicuro il voltafaccia con i curdi, da cui arrivavano informazioni d’intelligence, non era anche per questo la mossa migliore da fare.

   

I militari sono anche preoccupati per tutte le rivelazioni extra che sono sfuggite a Trump durante la conferenza stampa. In teoria avrebbe dovuto limitarsi all’annuncio e poi ritirarsi, ma poi è rimasto a rispondere alle domande e ha detto troppo. Il Pentagono e i servizi segreti mantengono sempre una patina di ambiguità su queste operazioni per non dare troppi vantaggi al nemico. Trump non si è tenuto. Il fatto che gli operatori delle Forze speciali avessero bisogno di due ore sul sito per fare tutto quello che dovevano fare – come prendere il materiale di Baghdadi – è secondo quello che hanno detto al sito Politico una cosa che doveva restare segreta e che adesso sarà ricordata dai nemici. Il fatto che gli operatori abbiano fatto saltare un pezzo di muro laterale per fare irruzione nella casa e non siano passati dalla porta principale perché temevano che ci fosse una trappola esplosiva è una tattica che non doveva essere divulgata, perché è dare un altro vantaggio ai nemici. Il livello incredibile di informazioni in possesso della Cia, che aveva la mappa dei tunnel sotto la casa di Baghdadi e che sapeva quando lui stava per muoversi e quando cambiava idea è materiale molto interessante per chi, come i gruppi terroristi, si evolve di continuo per sfuggire a questo tipo di sorveglianza.

   

Se c’è una cosa che invece ha funzionato nel discorso di Trump è quando ha improvvisato a proposito della morte del terrorista. “E’ morto come un cane, in fondo a un tunnel senza uscita”, ha detto il presidente americano. “Piagnucolava e strillava”. E ancora: “Abbiamo ottenuto un sacco di Dna, più di quello che volevamo… hanno preso i suoi pezzi e li hanno portati via”. E’ un discorso per nulla istituzionale, ma suona molto potente nelle orecchie dei giovani arabi che in questi anni hanno subito la fascinazione dello Stato islamico. L’uomo più potente dello Stato islamico muore braccato in un tunnel da un cane, un animale tra i più impuri, e si fa esplodere con i suoi tre figli. E il suo nemico naturale, il presidente degli Stati Uniti, va in tv a dire che “è morto come un cane”, mentre piangeva e gridava. Umiliante. Ad alcuni farà montare un desiderio di vendetta. A molti altri, che magari guardavano con simpatia alla proiezione di potenza dello Stato islamico nel 2014, farà l’effetto di un vaccino contro il carisma di Baghdadi.

  

   


Perché la teoria di uno scambio segreto tra Washington e Ankara non sta in piedi

 

Baghdadi e (probabilmente) un altro capo dello Stato islamico uccisi a pochi chilometri dal confine turco. Molte speculazioni, ma sono vaghe


 

In questo momento il governo turco è in cima alla classifica dei governi considerati più odiosi nei paesi occidentali e quando domenica l’Amministrazione Trump ha annunciato l’uccisione del capo dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, in molti hanno parlato di uno scambio tra il presidente americano, Donald Trump, e quello turco Recep Tayyip Erdogan. Trump avrebbe dato il via libera all’operazione della Turchia contro i curdi siriani e in cambio Erdogan avrebbe rivelato a Trump dove trovare Baghdadi. Questa è la teoria. Ma se contano più le informazioni che le speculazioni, allora non ci sono elementi solidi che la reggono.

  

Di trovare e uccidere Baghdadi si è occupato quello che Trump chiama il “deep state”, usando la definizione dei complottisti

La prossimità con la Turchia è il motivo che fa scattare i sospetti. Abu Bakr al Baghdadi è stato ucciso in una casa isolata a Barisha, cinque chilometri dal confine turco. Poche ore più tardi il portavoce dello Stato islamico, un leader di livello quasi pari a Baghdadi che si fa chiamare Abul Hasan al Muhajir (la vera identità è ancora sconosciuta, potrebbe essere un saudita), è stato ucciso mentre viaggiava in segreto in uno spazio ricavato dentro a un camion – un drone americano avrebbe bombardato il camion vicino Jarablus, sempre in Siria e sempre molto vicino al confine con la Turchia, è un’area controllata dai gruppi armati filoturchi a circa duecento chilometri di distanza da Baghdadi. La fonte della notizia – data quasi in tempo reale – è il comandante delle forze curde in guerra con i turchi, Mazloum Abadi, e in effetti ci sono immagini di un camion in fiamme che arrivano da quella zona. E’ chiaro che se questa seconda morte fosse confermata farebbe parte della stessa operazione americana per decapitare il gruppo terroristico. Due bersagli, entrambi vicini alla Turchia. Ma i capi dello Stato islamico sono opportunisti specializzati nello sfuggire ai servizi segreti e scelgono in modo costante di spiazzare gli inseguitori e di evitare i luoghi considerati più probabili. In molti ritenevano che Baghdadi fosse da qualche parte in Iraq, specie nella parte occidentale meno abitata che lui conosce molto bene, oppure nella regione orientale della Siria, a cavallo fra l’area controllata dai curdi e quella controllata dal regime. Invece, per la regola dello spiazzare, si era trasferito a Idlib, una enclave assediata dove tre milioni di siriani aspettano un’offensiva decisiva del regime. E’ una zona in preda al panico, con molti rifugiati e sottoposta a bombardamenti russi. Lo Stato islamico fu cacciato da lì alla fine del 2013 da altri gruppi armati, ma a questo punto, senza un territorio suo, per Baghdadi non era una zona più pericolosa di altre a patto di avere una casa isolata dove chiudersi. Il suo gruppo si era lasciato dietro in quella zona una rete di cellule clandestine e dopo la disfatta di marzo molti suoi uomini hanno attraversato le linee del fronte per andare a rifugiarsi proprio lì. E’ il pezzo più caotico di Siria – fino a venti giorni fa almeno, prima che cominciasse il conflitto fra curdi e turchi – e quindi un posto per latitanti.

   

Anche Al Muhajir, se la sua morte sarà confermata, è stato ucciso vicino alla Turchia, ma il camion su cui era nascosto veniva dalla zona in mano ai curdi e aveva appena superato il confine fra curdi e milizie filoturche dieci chilometri prima. Insomma, aveva saputo della morte di Baghdadi e voleva andarsi a nascondere anche lui a nord, ma arrivava da qualche parte a sud-est, quindi il fattore prossimità con la Turchia è più debole.

   

Il presidente elogia i servizi segreti quando gli regalano un annuncio tv, ma ha dato in mano a William Barr un potere enorme contro di loro

C’è poi da considerare che fra i gruppi armati che controllano Idlib ci sono i fanatici islamici di Hayat Tahrir al Sham, che spesso negoziano con la Turchia e sono nemici mortali dello Stato islamico per ragioni ideologiche. Sono loro a dare la caccia più efficiente alle cellule clandestine dei baghdadisti. A maggio hanno ucciso il capo dello Stato islamico nella regione, un iracheno che si faceva chiamare Abu Suleiman al Iraqi. Ad agosto hanno ucciso il suo successore, Abu Abdu Shadid. Insomma, Baghdadi coabitava con discrezione con gruppi islamisti che hanno contatti con la Turchia, danno la caccia ai suoi uomini e li uccidono. Fonti sul posto dicono al Foglio che Hayat Tahrir al Sham aveva saputo che Baghdadi era nell’area, lo cercava e avrebbe voluto mettere le mani su di lui prima degli americani. L’ipotesi che quella zona fosse un parcheggio tranquillo per leader jihadisti non tiene.

    

C’è poi l’elemento sicurezza turca da considerare. La Turchia ha commesso molti peccati di omissione sul confine siriano e considera il generale Mazloum Abadi dei curdi “pericoloso tanto quanto Baghdadi”, come ha detto ieri il ministro dell’Interno turco Süleyman Soylu, ma da qui a dire che è alleata con lo Stato islamico oppure che controlla lo Stato islamico o il fato del suo leader c’è un salto tropo ampio. L’esercito turco ha attaccato lo Stato islamico in Siria nell’estate 2016 con un’operazione di terra che è durata sette mesi. Sono morti settanta soldati turchi, due di loro furono catturati e bruciati vivi dopo essere stati legati con un guinzaglio metallico che impediva loro di camminare eretti – uno dei video più cruenti prodotti dal gruppo terroristico. Dal punto di vista ideologico, lo Stato islamico considera Erdogan un infedele da uccidere, la Turchia un paese da sottomettere e i suoi civili un bersaglio legittimo – come ha ripetuto in decine di video ufficiali. Vedere come conferma l’attentato all’aeroporto di Istanbul del giugno 2016 da 45 morti, l’attentato a un matrimonio a Gaziantep dell’agosto 2016 da 54 morti e l’attacco alla discoteca Reina di Istanbul il primo gennaio 2017 da 39 morti. Prima della morte di Baghdadi e della morte da confermare di Al Muhajir, l’ultimo leader importante dello Stato islamico è stato catturato nel sud della Turchia a febbraio 2018 grazie a un intervento con Cia e servizi iracheni. Si chiama Ismail al Ethawi e fu usato in un’operazione trappola che durò mesi: i servizi turchi lo obbligarono a persuadere altri quattro leader dello Stato islamico a spostarsi in Turchia. Tutti catturati e consegnati all’Iraq.

   

In realtà, più che immaginare questo tipo di scambi dobbiamo ancora sapere da dove sono arrivate le informazioni che hanno portato la Delta Force fino alla casa di Baghdadi. Per ora esistono due versioni differenti. Una dell’intelligence irachena, che sostiene di avere ottenuto la confessione di un parente del capo terrorista che li ha messi sulle tracce di un corriere che ha puntato le ricerche in direzione di Idlib. La seconda versione arriva dal comandante dei curdi, che sostiene di avere passato informazioni agli americani grazie a un suo infiltrato nel gruppo e che l’operazione è cominciata cinque mesi fa, quando Baghdadi si è spostato a Idlib. Sono due versioni in competizione per intestarsi il merito dell’operazione antiterrorismo più spettacolare di questi anni.

   

Il successore di Baghdadi (già dal 2010)

Ad agosto è uscita una finta notizia – e non si sa chi l’ha fatta circolare – a proposito del fatto che Abu Bakr al Baghdadi avesse passato le consegne a un suo vice, tale Abdullah Qardash. La notizia era falsa appunto, roba che nemmeno in un comunicato aziendale, anche se la grafica era uguale a quella usata negli annunci dello Stato islamico. Ma sebbene fosse un falso, potrebbe essere stato un indizio nella direzione della verità. Un successore di Baghdadi in realtà c’è già dal maggio 2010, quando il gruppo terroristico rilasciò un comunicato in cui annunciava che il nuovo capo era Abu Bakr al Baghdadi (il mese prima il capo precedente si era fatto esplodere in fondo a un tunnel in un compound bombardato dagli americani: è un ciclo storico che si ripete) e che il suo vice era un non meglio identificato Abu Abdullah al Hassani. Questo “Al Hassani” è molto interessante, perché indica che l’uomo è un qureishi come Baghdadi, quindi appartiene alla genealogia del profeta Maometto e può aspirare alla carica di Califfo. Insomma: già nel 2010 quando il suo potere era quasi inesistente lo Stato islamico aveva nominato al vertice due persone che in linea teorica potevano essere califfi. Di Abu Abdullah al Hassani si sono perse le tracce, non è stato più menzionato dal gruppo in tutti questi anni e non compare nemmeno nei documenti segreti. Non è strano, i leader dello Stato islamico sanno che se si espongono troppo arrivano gli elicotteri delle Forze speciali. Ma in alcune testimonianze di dissidenti appena compare il nome di “Al Hajj Abdullah”, che viene indicato come “vice di Baghdadi”. Ora, il vice menzionato all’inizio di questo articolo si chiama Abdullah Qardash ma anche “Hajj Abdullah”. C’è il forte sospetto che sia Abu Abdullah al Hassani, l’uomo nominato una sola volta nel comunicato di nove anni fa e poi rimasto sotto traccia. Se è così, allora la sostituzione è già decisa dal 2010 e il finto comunicato diceva (male) una cosa vera: Abdullah Qardash prenderà il posto di Baghdadi. Come lui è specializzato in argomenti religiosi, come lui è stato in prigione e come lui ha fatto parte dello Stato islamico fin dai tempi della guerra contro gli americani, quindici anni fa. In pratica ha un curriculum modello.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)