Foto Daniele Raineri dal campo profughi di al Hol in Siria (tutti i diritti riservati)

Reportage

Le custodi del califfato

Daniele Raineri

Nel campo profughi di al Hol in Siria c’è una parte per le straniere dello Stato islamico, piena di fanatiche che ancora sperano che tornerà il terrore e brutalizzano le altre. C'è anche un’italiana che non sa se vuole tornare

I carabinieri del ROS hanno arrestato Alice Brignoli, una donna di Lecco che nel 2015 era andata in Siria per unirsi allo Stato islamico assieme al marito Mohamed Koraichi, un italiano di origini marocchine, e i figli.  Quando il controllo territoriale esercitato dal gruppo terrorista in grandi aree della Siria e dell’Iraq era collassato, Koraichi era morto assieme a molti altri terroristi e la moglie era finita assieme a molte altre famiglie dello Stato islamico di origine straniera nel campo di al Hol, nella Siria orientale, gestito dalle forze curde. 


Il Foglio l’aveva incontrata in Siria e l’aveva intervistata a metà febbraio. Questo è l’articolo che era stato pubblicato dopo l’incontro.


 

Dal nostro inviato in Siria. “Siete voi gli italiani?”. La donna è piccoletta e ci raggiunge quando ormai siamo quasi arrivati alla porta di uscita nel reticolato. Ha il volto coperto per intero dal niqab nero, non vuole dire il suo nome, quando parla con accento del nord ogni tanto mescola parole di arabo e di inglese perché la lingua italiana le è rimasta dentro ma fa qualche sforzo per uscire da sotto gli strati delle cose che le sono successe. A volte dice na’m che in arabo vuol dire sì, a volte dice yes. Siamo dentro al cosiddetto Annex, un sottocampo aggiunto al campo profughi di al Hol in Siria – che si trova nel nord del paese vicino al confine con l’Iraq. I curdi hanno messo nell’Annex le donne straniere dello Stato islamico e i loro figli. Circa settemila persone provenienti da quasi ogni parte del mondo. Poco prima avevamo parlato con una turca e poi con una russa e avevamo girato fra le tende spargendo la voce che eravamo interessati a parlare alla donna italiana. I bambini fuori dalle tende sono omertosi: ti squadrano, fanno finta di nulla, negano di parlare qualsiasi lingua ma lo fanno perché le madri gli hanno insegnato a non dare alcuna informazione. La voce però l’hanno fatta circolare, perché l’italiana decide di farsi viva.

  

  

Non vuole rivelare il nome, ma da quello che dice si capisce chi è: Alice Brignoli, 42 anni, di Lecco, quattro figli, sposata con un marocchino di 34 anni, partita per unirsi allo Stato islamico nel 2015. Ha la voce roca, chiediamo se sta bene, chiediamo come stanno i figli, se ha bisogno di aiuto. Dice di sì, però lo dice con un tono che significa: è possibile stare bene in questo posto? E’ chiaro che i quattro bambini – il più grande ha 11 anni, l’ultimo un paio – vanno tirati fuori da lì il prima possibile. Tutto attorno l’Annex è un film dell’orrore. Fanno sei gradi sottozero, gli stivali rompono grosse croste di ghiaccio dove di solito ci sono pozzanghere, in giro c’è soltanto terra battuta, d’estate dev’essere polveroso e per molte settimane dell’anno c’è fango. Oggi è tutto gelato. Siete fortunati, dicono le guardie curde, così non riescono a staccare le pietre da terra per tirarvele contro.

   

   

Alice ha paura delle altre donne del campo, che se la vedono parlare con qualcuno che arriva da fuori la accuseranno di essere una traditrice, e ha paura dei curdi che potrebbero venire a rovesciarle la tenda se sospettano che potrebbe avere dei soldi oppure un telefonino. Dobbiamo portare un messaggio in Italia – le chiediamo – a qualcuno che ti aspetta lì? Dice di essere in contatto con sua madre, con cui però litiga molto a causa delle sue scelte. Perché sei venuta in Siria? No, da prima. Perché ti sei convertita? Eh sì. Ma riesci a parlare con l’esterno? Mi aiutano dice, senza aggiungere altro. Qualcuno da qualche parte in questo guazzabuglio di tende ha dei telefonini, ma lei non dice di più. A parlare con Alice viene da usare le parolacce, perché sono le parole italiane che fanno ridere, che rompono il ghiaccio, che riportano indietro a qualche passato lontano quando tutto questo non esisteva. Dai, ma come fai a restare qui in questo posto che, diciamolo, è un posto di merda? Tira fuori i figli, fallo per loro almeno. Ma se vengo in Italia vado in galera dice. Sempre meglio di qui le rispondiamo. E poi mi toglieranno i figli. Ma qua non è un posto per loro (non lo è davvero, in tutto il campo – che conta circa settantamila persone – sono morti cinquecento bambini in meno di un anno a causa delle condizioni pessime).

   

Abbiamo messo via telefoni e macchine fotografiche per vincere la diffidenza che qui è fortissima. Non ti stiamo riprendendo, non ci importa nulla di riprenderti e poi tanto sei coperta dalla testa ai piedi che senso avrebbe? Parliamo un italiano fittissimo e cordiale davanti a una guardia curda che non capisce nulla ma non ci stacca gli occhi di dosso, lei dice che ora non vuole tornare in Italia – però è stata lei a trovarci. E sappiamo che quattro mesi fa aveva detto a una ong italiana di voler tornare. Qualcosa dentro la spinge in una direzione, qualcos’altro la trattiene.

   

A un certo punto esita e capiamo con orrore che una parte di lei ci spera ancora. Di tornare a vivere di nuovo come durante i pochi anni d’oro dello Stato islamico, come a Raqqa. E’ una cosa che Alice ha in comune con molte prigioniere del campo, parlano di Raqqa e vengono loro gli occhi a cuore, come se fosse stata l’esperienza più bella della loro vita. Era la capitale di un gruppo terroristico che ha distrutto un settore intero del medio oriente, che ha torturato e ucciso decine di migliaia di persone, ha riportato in vita la schiavitù e ha praticato lo stupro di massa, eppure alcune donne dell’Annex parlano degli anni in quella città con una passione mistica. E’ un culto, sono immuni ai fatti. Vorrebbero che lo Stato islamico tornasse alla stessa potenza di qualche anno fa. Tentiamo di farle capire che fuori dal campo lo Stato islamico non esiste più. Che ha perso. “E’ finita sette a zero, lo capisci? Non avranno più il controllo di una città con le mogli al seguito”. Indica verso l’alto, verso il cielo, Allah lo sa se è finita oppure no. Guarda, è impossibile che le cose ritornino come erano, prima lo realizzi e meglio sarà per te e per i tuoi figli. Di nuovo il gesto verso il cielo, la pausa di silenzio. Allah lo sa, per lui nulla è impossibile. Tra le donne c’è la convinzione che un giorno i soldati dello Stato islamico arriveranno a liberarle da questa condizione umiliante.

  

C’è un sole freddissimo, c’è questa donna che parla italiano ma sembra provenire da un altro mondo, c’è la guardia curda che fa pressione per terminare, da qualche parte laggiù nelle tende ci sono i quattro figli. E’ come tendere la mano a una persona che affoga a braccia conserte. Ti lasciamo l’indirizzo mail, il numero, nel caso che tu non sia convinta fino in fondo? Non potete, se mi date un foglietto è un gesto che noteranno tutti qui dentro. Ti lasciamo il numero di telefono a voce, riesci a memorizzarlo? Lo scandiamo, lei lo ripete, poi lo scandiamo di nuovo, lo ripete di nuovo. Al momento in cui questo giornale è andato in stampa non è arrivato nessun messaggio.

  

Il campo è un luogo ostile. Una fazione di fanatiche irriducibili tiranneggia la fazione delle donne che invece vorrebbe andarsene dal campo e non vuole più seguire le regole dello Stato islamico. Quando si accorgono che qualcuna vorrebbe abbandonare, che non vuole più indossare il velo, che vuole andarsene via, usano la violenza. Le incendiano la tenda, la picchiano, la accoltellano, la strangolano. In undici mesi le fanatiche hanno ucciso ventisei donne, è un miracolo che qualcuna abbia ancora voglia di parlare con estranei. I curdi hanno messo in piedi un ambulatorio, quelle l’hanno bruciato. Hanno fatto una piccola scuola per i bambini, quelle l’hanno bruciata. Le guardie non hanno le forze per controllare l’Annex e il risultato è che dentro il reticolato c’è un pezzetto di Stato islamico ancora al massimo grado di virulenza. Il giorno prima della visita, un uomo è stato ammazzato. Molte guardie sono state attaccate con coltelli (la prima cosa sparita dalle cucine da campo) e in effetti con le donne così coperte da questi niqab voluminosi dalla testa ai piedi è difficile accorgersi se stanno per tirarti una pugnalata. I bambini sono indottrinati. Murtaddin gridano ai visitatori e in arabo vuol dire apostati quindi coloro che hanno lasciato la religione. E’ un concetto insultante riservato ai musulmani che si oppongono allo Stato islamico o che comunque non lo appoggiano e che quindi vanno contro la “vera” fede. Sentirlo in bocca a bambini di sei anni che girano scalzi a sei gradi sotto zero è un pessimo segnale. Ma la Siria è la terra dei pericoli ignorati finché non ti esplodono in faccia. Vaffanculo tua madre. Vaffanculo tuo padre. Sono stati istruiti a essere il più duri possibile contro chiunque non faccia parte dello Stato islamico.

   

  

Non farmi fotografie, non farmi fotografie, grida una donna che trascina un bambino. Perché no? Perché non siete musulmani. E come fai a dirlo? Perché – e si ferma e agita una mano guantata di nero a cui manca un dito – perché se voi lo foste mi tirereste fuori di qui grida. Parli bene inglese le diciamo, da dove vieni. Certo che lo parlo bene, ero un insegnante in Turchia. Cosa insegnavi? Inglese e musica, poi ho scoperto la vera vita. Secondo te lo Stato islamico è la vera vita? No, non secondo me: quella è la vera vita, non perché lo dico io, ma perché è la vera vita. Grida. Anche lei è stata a Raqqa. Dev’essere una di quelle a cui non voltare la schiena. Ma come si fanno a distinguere quelle che sono stufe dalle irriducibili? Sono tutte sotto il velo, non si vedono quasi nemmeno gli occhi, alcune sono molto alte e forse sono le russe, altre hanno gli occhi allungati e vengono dalle repubbliche centroasiatiche – come molti bambini. Ti passano accanto senza guardarti. Una dice ai bambini di andare “à la maison”, ma non c’è nessuna casa, ci sono soltanto tende. Un’altra è riconoscibile per le scarpe da ginnastica nere e per il passo svelto. Non porta nulla, al contrario delle altre donne che se sono fuori con questo freddo è soltanto per fare commissioni e hanno tutte qualcosa in mano, da un sacchetto di pane alla mano di un bambino. La donna veloce sbuca tre volte da dietro le tende nel giro di pochi minuti. Sta tenendo d’occhio, vede dove ci fermiamo, cosa facciamo.

   

C’è una turkmena con gli occhi a mandorla e in braccio un bambino in una tuta azzurra. Cerca un medico. Dice che non può tornare in patria perché lei è della minoranza musulmana in Cina, farebbe una brutta fine. Vorrebbe invece, se potesse, andare in Turchia. “Perché lì vi amano eh!”, dice trionfante una guardia curda. “Sì ci amano” dice lei. C’è una piccola coda davanti a un medico che distribuisce medicine di fronte allo sportellone posteriore di una macchina – del resto la clinica è stata bruciata. Una madre tiene in braccio un bambino molto piccolo, spiega che “una donna pazza gli ha rotto una gamba con una bastonata”. La solita cantilena anche lì, niente fotografie, niente fotografie, si leva da una fila di donne nascoste dalla testa ai piedi. Un paio tirano sassi piccoli, altre alzano il dito indice nel segno che indica l’unicità di Dio e che è diventato il segno di sfida dello Stato islamico. Lo fa anche un bambino appena si accorge della fotocamera.

  

In una discesa ci passa accanto una ragazza bella, risponde a un cenno di saluto con il capo, le facciamo domande. Che sia bella si capisce dal portamento, dagli occhi chiari, è molto calma, comprende al volo. E’ russa. Dice che non ne può più e come lei moltissime altre donne vorrebbero soltanto tornare a casa qualsiasi sia la conseguenza, ma le fanatiche le controllano. Quante sono? Sono metà del campo, l’altra metà è come me, ci tengono in ostaggio. Bruciano le tende. Ha la voce calma e gli occhi lucidi, non si capisce se è il vento o se piange. Come ti chiami? Mariam. Tu riesci a parlare con qualcuno fuori di qui? Sono in contatto con mia madre. Hai figli? No. Uno, ma è morto.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)