La croce accanto ai fucili

Daniele Raineri

Nel nord della Siria c’è un villaggio cristiano in bilico sulla linea del fronte contro i turchi, mentre i curdi scavano dappertutto tunnel difensivi in attesa del secondo round di guerra

Dal nostro inviato in Siria. Tal Tawil è l’ultimo villaggio cristiano in Siria prima della linea del fronte contro i soldati turchi, che hanno fatto irruzione in questa zona attraverso il confine nord all’inizio di ottobre dopo avere ricevuto il via libera dal presidente americano Donald Trump. Poi Trump si è un po’ pentito di avere detto sì alla Turchia, ha cambiato idea, ha chiesto al presidente turco Erdogan di fermare l’offensiva contro i curdi perché il rischio di un’altra guerra prolungata e di una quantità ancora maggiore di caos e destabilizzazione in Siria erano troppo alti, e quindi siamo qui. In uno stato di sospensione nella campagna verde nel nord del paese. La linea del fronte in realtà non c’è nemmeno. In Siria ci sono stati molti fronti attivi e su quelli era impossibile sbagliarsi, c’erano fortificazioni, trincee, ostacoli, macerie e linee di separazione ben definite, qui c’è soltanto un pratone verde che corre fino a un altro villaggio identico a quello in cui siamo. Laggiù, indica Rimun Daniele, un abitante di 38 anni che ha deciso di restare, ci sono i turchi. Questione di cinque minuti e potrebbero arrivare. Ci racconta che un paio di giorni fa i cecchini si sono messi a sparare contro un trattore che lavorava in mezzo al campo, i cristiani ci hanno messo due giorni a recuperarlo (il guidatore è riuscito a scappare). Ci può far vedere il punto? Certo. Usciamo, camminiamo radente i muri, guardiamo il prato che arriva tutto allo scoperto fino ai turchi. Ecco, quello è il punto indica. Non ha senso dal punto di vista militare, è soltanto il pratone a cui erano arrivati i turchi quando è arrivato l’ordine di mettere in pausa l’avanzata. Così è questa guerra in Siria nel 2020, le posizioni dei combattenti sono il frutto di triangolazioni internazionali e di decisioni politiche prese altrove. La lotta esistenziale, quella al cui termine resta in piedi uno soltanto, è rimandata a un giorno indefinito. Per ora i combattenti aspettano e sparacchiano. A dicembre hanno centrato con una cannonata un’altra casa poco più in là, che adesso è deserta e tutta sfondata, ma non ci sono altri danni in giro.

  

 

Nel villaggio cristiano di Tal Tawil vivevano 1.700 persone. Oggi sono circa cinquanta, a sorvegliare le case e le due chiese

Meglio camminare indietro, fino a un granaio che fa da limite estremo del villaggio. Vedete, apre un poco la porta, è pieno ma nessuno viene qui a prenderlo perché hanno paura. Rimun dice che prima dello scoppio della guerra civile c’erano 1.700 persone nel villaggio cristiano, ora sono circa cinquanta. In pratica quelli rimasti sorvegliano le case e le due chiese, fanno un po’ di lavori agricoli e aspettano. Il prete non è qui, si occupa di più parrocchie, vive a una ventina di chilometri di distanza e viene quando può. L’ultima messa celebrata qui è stata il 13 settembre, quindi un mese prima dell’offensiva. Ma noi, dice, a volte andiamo in chiesa a pregare lo stesso. Anche la chiesa più nuova è sul limite del villaggio e affaccia sul prato che porta verso i turchi. Il cimitero invece è in una zona troppo scoperta, “non possiamo più andare a visitare i nostri morti”. Rientriamo in una casupola che fa da sala d’attesa per chi passa, ci sono una stufa, grandi poster con le croci, immagini di madonnine e qualche fucile d’assalto appoggiato al muro perché va bene essere cristiani ma del tutto inermi è meglio di no, non lo è nessuno in Siria. Quando quelli dello Stato islamico invasero la regione, anni fa, si fermarono ad appena mezzo chilometro dal villaggio. “Forse è stato il potere di Dio a bloccarli”, dice Rimun, perché gli sembra una frase bella da dire (va detto che anche i combattenti curdi e le bombe di precisione americane hanno avuto un ruolo non marginale). Ora i turchi aspettano a un chilometro di distanza. Tal Tawil continua a essere un’anomalia minuscola nelle grandi operazioni militari che sconvolgono la regione e che per ora l’hanno soltanto sfiorata.

 


Un ragazzo si scalda a un fuoco di gasolio nel Kurdistan siriano (foto Daniele Raineri)


 

I cristiani che ancora vivevano nel nord della Siria erano circa quarantamila, ma da quando la Turchia ha lanciato l’operazione “Fonte della pace” in moltissimi hanno abbandonato l’area, soprattutto quelli che abitavano sopra l’autostrada M4, che fa da spartiacque tra il territorio finito in mano ai turchi – o che comunque ci potrebbe finire presto – e il territorio che in teoria dovrebbe restare fuori dalla guerra. Dal punto di vista pratico quella cristiana è una minoranza chiamata a scommettere a breve termine. Restare? Scappare? Chiediamo a Rimun se ha più paura delle orde dello Stato islamico o di questi turchi e lui risponde “dei turchi”. Certo, è una domanda servita su un piatto d’argento, ma riesce a spiegare perché? Perché quelli dello Stato islamico erano ossessionati dal proprio fanatismo religioso e pensavano soltanto a quello, invece i turchi vengono con l’intendo di predare. Nei posti dove sono arrivati hanno preso tutto, dice, hanno perfino tirato via il rame dei cavi dai muri. E se mi prendono la roba per me qui è finita, non posso vivere.

 

  

A essere precisi, la maggioranza dei combattenti di quelle forze nel villaggio dirimpetto non sono turchi, sono siriani anche loro – ma musulmani – che un tempo militavano nei gruppi armati della rivoluzione contro il rais Bashar al Assad e che però hanno perso rilevanza con l’ascesa dei gruppi islamisti, che sono diventati i dominatori (non si sta parlando dello Stato islamico: in questi casi si tratta di gruppi islamisti siriani che non sono lo Stato islamico e che anzi erano trattati da nemici). Dopo anni ai margini della guerra civile e di fusioni e incroci tra fazioni, quei miliziani hanno trovato un nuovo impiego come ascari della Turchia e sono al servizio della politica estera di Erdogan. Hanno strappato ai curdi il cantone di Afrin, molto più a ovest, e ora sono stati incaricati di fare lo stesso qui. Altri invece sono finiti in Libia, sulla prima linea che difende la città di Tripoli dall’aggressione del generale Haftar. L’idea di creare una Siria alternativa allo stato di polizia quarantennale di Assad – un’idea che andava forte nel 2011 – è ormai così lontana nel tempo che non la vedono più. Questi combattenti sono la forza militare della nuova Siria turchizzata: operano in una fascia a ridosso del confine dove i bambini siriani al mattino cantano l’inno turco prima delle lezioni a scuola e dove il servizio postale e la fornitura di corrente elettrica sono affidate in gestione ai turchi. In pratica, un pezzo di Siria a nord è diventato il nuovo sud della Turchia e gli ex ribelli fanno da truppe coloniali.

 

L’esercito di Assad ha alcune basi ma non controlla la zona. Presto però tornerà a essere la forza dominante

Si diceva che quei mercenari in attesa nell’altro villaggio sono musulmani, ma non è l’elemento principale della guerra e c’è da fare attenzione. Anche alcuni tra i combattenti curdi che ci accompagnano a Tal Tawil sono musulmani, durante una pausa per il tè si prostrano in preghiera verso la Mecca. I gruppi sono in lotta fra loro per ragioni che non sono riassumibili in cristiani-contro-musulmani. E’ più vero dire che i cristiani sono finiti nel mezzo di un conflitto che scatena odii etnici, politici e religiosi e poiché sono i più vulnerabili sono destinati a pagare un prezzo molto alto. Nella casupola dove i cristiani di Tal Tawil fanno da sentinelle contro l’arrivo dei turchi ci sono sei fucili, due paia di binocoli, una mazza e una fionda. E’ un arsenale buono soltanto per tenere lontani i ladri.

 

Per arrivare a Tal Tawil si vedono molte basi dell’esercito assadista con la bandiera del regime al vento. Fa impressione, perché se fossimo in altre parti del paese i soldati di Assad sarebbero molto pericolosi per i giornalisti che non sono sulla lista degli autorizzati dal regime, l’americano Austin Tice è stato preso nel 2012 e non mai più riapparso. Qui non controllano nulla se non l’interno delle loro basi e i curdi li trattano con sufficienza, “gli manca tutto, stanno morendo di fame, ci tocca portargli cibo”, ma è nell’ordine delle cose che prima o poi torneranno a essere la forza dominante anche in questo settore della Siria. I curdi dovranno scendere a patti, il loro esperimento di autogoverno durato sette anni è destinato a esaurirsi – almeno come lo sognavano loro, che vorrebbero il faccione di Apo Ocalan (il leader del Pkk incarcerato in Turchia) dappertutto. Per ora le basi degli assadisti sono una presenza discreta, come fossero tante piccole ambasciate extraterritoriali in un territorio che però tecnicamente è il loro e dove come moneta si usano banconote con la faccia di Hafez al Assad, il padre di Bashar. Se i broker permettessero di scommettere sulla situazione, il fatto che quelle basi torneranno a essere temute come lo erano prima del 2011 sarebbe dato quasi per certo.

 

I cristiani nel nord della Siria erano quarantamila, ma dopo l’operazione della Turchia moltissimi sono scappati

A garantire la tregua tra i curdi e i turchi ci sono i soldati russi e i soldati americani e li puoi vedere entrambi se percorri la strada che taglia il Kurdistan siriano da est a ovest. Di solito fanno pattuglie di tre veicoli blindati, con le bandiere bene in vista per chiarire chi sono, e devono rispettare tutta una serie di regole stabilite nei negoziati dai loro governi. A volte sono precedute da una macchina civile dei servizi di sicurezza curdi, che per così dire li accompagna. Abbiamo visto curdi arrabbiarsi molto perché tre blindati russi sono passati dentro la città di Qamishli, dove non avrebbero il diritto di passare. Una settimana fa poco lontano dalla città un posto di blocco di assadisti ha provocato uno scontro a fuoco con tre blindati americani, che è durato molto poco. Più a ovest i russi fanno questo genere di pattuglie assieme con i militari turchi. Per il resto i soldati stranieri fanno presenza e garantiscono che la sospensione dei combattimenti regga. Gli americani si sono concentrati molto più a sud, nella zona dove i pozzi di petrolio sono più fitti (ma la Siria ha quantità scarse di greggio, niente di paragonabile agli altri paesi del medio oriente).

 

I curdi si fidano molto poco di questa sospensione della guerra. Sono intenti a scavare migliaia di gallerie, che in caso di invasione useranno per resistere all’onda d’urto dei turchi. Il terreno del Kurdistan siriano è piatto e rende quasi impossibile resistere contro gli aerei, ma grazie ai tunnel i curdi potrebbero allungare la durata del conflitto. E’ certo che i turchi si stanno annotando la posizione e gli ingressi di tutti i tunnel, ma un conto è segnarsi dove sono – in pratica: ovunque – e un altro conto sarà controllarli tutti durante il secondo round della guerra. Da Peshkabur, dove c’è l’attraversamento della frontiera tra Iraq e Siria sopra un ponte galleggiante, fino a Qamishli e molto oltre verso ovest, quindi per centinaia di chilometri, non si vedono che escavatori al lavoro, blocchi di cemento per rinforzare la volta dei tunnel e grandi montagne di terriccio scavato (ma è proibito fare fotografie, “se ti vedono ti prendono il telefonino e cancellano tutte le foto”). Se non scoppia, questa diverrà una zona militarizzata come il confine sud del Libano con Israele, o come il 38esimo parallelo tra le due Coree.

 

Nella Siria del 2020 le posizioni dei combattenti sono il frutto di triangolazioni internazionali e di decisioni politiche prese altrove

Il calcolo politico dei curdi impegnati a scavare questa mini linea Maginot potrebbe essere questo: rendiamo molto costosa un’eventuale operazione della Turchia per sloggiarci da qui. In questo modo i turchi ci penseranno di più prima di attaccarci e nel frattempo le condizioni nel mondo esterno potrebbero cambiare, potrebbe arrivare un altro presidente americano alla Casa Bianca oppure in Turchia potrebbe esserci un avvicendamento al potere che ci favorisce. Cerchiamo di diventare un osso più duro da rosicchiare.

 

E pensare che una linea più o meno fortificata i curdi ce l’avevano già, più a nord, lungo il confine, ma a luglio 2019 accettarono di smantellarla perché l’Amministrazione Trump lo aveva chiesto come segno di buona volontà nei negoziati con i turchi. L’idea era che se i curdi avessero smantellato la linea difensiva, la Turchia non avrebbe attaccato. Pochi mesi dopo Trump ha cambiato idea e ha dato il via libera.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)