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È ora di portare Israele in Europa

Il dovere di difendere i simboli del mondo libero. L’antisemitismo è il termometro che misura la forza di tutti i fanatismi. Perché il governo ha il dovere di far rivivere un vecchio sogno pannelliano: sfidare l’estremismo portando Israele in Europa

11 Ottobre 2019 alle 06:20

È ora di portare Israele in Europa

foto LaPresse

Poche ore dopo l’attacco terroristico alla sinagoga di Halle, il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha affermato che l’attentato in Germania, dove sono morte due persone ma dove ne potevano morire oltre settanta, è “un’ulteriore testimonianza del fatto che l’antisemitismo in Europa sta aumentando”. Netanyahu ha chiesto non solo alla Germania di combattere con tutta la forza necessaria contro l’antisemitismo, ma ha ricordato anche che Israele – a prescindere da quello che sarà il suo destino politico – continuerà a promuovere con tutti i mezzi una campagna di educazione finalizzata a dimostrare che l’antisemitismo non è un problema che riguarda gli ebrei bensì tutto il mondo libero ed è la spia di quelli che sono gli effetti dell’estremismo di ogni genere: una volta che si apre il ventilatore dell’odio contro il diverso, contro l’infedele, contro lo straniero, contro una religione, il fango che si viene a generare rischia semplicemente di non essere più controllabile.

 

In Germania lo scorso anno gli attacchi violenti contro gli ebrei sono quasi raddoppiati e secondo i dati diffusi a metà maggio dal ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, e dal capo dell’ufficio federale di polizia criminale, i reati di questo genere sono aumentati del 20 per cento. In Francia il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che la minaccia dell’antisemitismo ha raggiunto il livello più preoccupante dal Dopoguerra a oggi e secondo i dati diffusi a metà 2019 dal ministro dell’Interno francese, Christophe Castaner l’incremento dei casi è pari al 74 per cento nel giro di un solo anno. Nel Regno Unito, nel corso del 2018, il Community Security Trust ha registrato un numero record di atti violenti legati all’antisemitismo, con 1.652 episodi registrati nel 2018 (tra cui 123 casi di violenza), che corrispondono al 16 per cento di episodi rispetto al 2017, il dato più alto mai registrato dal 1984. Lo scorso 28 maggio l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Marta Hurtado, ha espresso preoccupazione per “l’aumento dei casi di antisemitismo che si sono verificati in diversi paesi europei e negli Stati Uniti” e ha invitato “tutti i governi a raddoppiare gli sforzi per combattere il razzismo e l’intolleranza correlata in tutte le sue forme”.

 

La crescita dell’antisemitismo, al contrario di quello che qualcuno vorrebbe far credere, non ha a che fare solo con l’inarrestabile ascesa del fanatismo islamista ma ha a che fare anche con la progressiva legittimazione di politiche specializzate nell’alimentare la paura nei confronti dell’apertura. E quando il diverso, lo straniero, lo “xenos”, diventa un nemico, di solito a farne le spese per primi sono sempre (anche se non esclusivamente come dimostra la strage di musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda) coloro che si riconoscono nella religione ebraica. Vale quando l’estremismo è legato al fondamentalismo islamista, naturalmente, ma vale anche quando l’estremismo è legato all’ideologia xenofoba, come capita sempre più spesso in Germania, dove l’incremento degli attacchi contro gli ebrei, secondo dati recenti del ministero dell’Interno, registra una matrice di estrema destra nel 90 per cento dei casi (l’attentatore di Halle, poco prima di tentare la strage, ha pubblicato online il suo manifesto in cui ha invitato i suoi possibili follower “a uccidere il maggior numero possibile di antibianchi, meglio se ebrei”). “L’antisemitismo – ha affermato qualche mese fa la rabbina francese Delphine Horvilleur, autrice di un libro sulla questione, in una dichiarazione ripresa da un ricco dossier del sito Valigia Blu – non è mai un odio isolato ma il primo sintomo di un collasso in arrivo. L’antisemitismo è la feritoia di una falla in realtà più ampia, ma è raramente interpretato come un precursore quando colpisce: questa piaga non riguarda solo gli ebrei, riguarda l’intera società”.

  

Di fronte a questo scenario semplicemente raccapricciante, e in una fase in cui gli amici di Israele, come gli Stati Uniti, mostrano di avere amore per Israele molto a parole ma poco con i fatti, ci si può limitare a mostrare la propria vicinanza a tutti coloro che vengono perseguitati ogni giorno per il loro credo (l’incaricato del governo federale tedesco per la lotta all’antisemitismo, Felix Klein, a maggio ha detto di “sconsigliare agli ebrei tedeschi di indossare sempre e ovunque la kippah in Germania”) o si può immaginare una qualche iniziativa politica finalizzata a dimostrare che l’Europa non è il continente da cui gli ebrei si devono difendere ma è il continente che invece può aiutare gli ebrei a difendere la loro identità e a combattere la cultura dell’odio. In questo senso un’iniziativa politica di cui il governo italiano potrebbe farsi carico è rendere nuovamente attuale una vecchia e formidabile idea di Marco Pannella: trasformare Israele nella frontiera d’Europa, dimostrare che mai come in questo momento difendere i simboli dell’ebraismo significa difendere i simboli del mondo libero e mettere a nudo tutti i finti nemici della libertà attraverso una battaglia concreta: allargare fino a Israele i confini dell’Unione europea. Sarebbe, diceva Pannella, un modo per portare una rivoluzione democratica in tutto il medio oriente, per difendere la nostra democrazia, per combattere l’antisemitismo non solo a parole e provare a far detonatore l’estremismo, dimostrando chi la libertà la vuole difendere con i fatti e chi invece solo a chiacchiere. Vogliamo Israele in Europa. Se lo volete anche voi, firmate qui: IsraeleEuropa@ilfoglio.it

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • Carlo A. Rossi

    11 Ottobre 2019 - 21:09

    Che Israele sia un grande paese, è chiaro a chi abbia avuto la fortuna di soggiornarvi (non in vacanza, sia chiaro). Altrettanto chiaro è che non sia certo un paradiso in terra, come questo articolo pare insinuare. È un paese che ha molti problemi strutturali, di cui però è conscio, come è cosciente delle sue peculiarità. Ragion per cui Israele si dovrebbe ben guardare dal voler entrare in un Europa che è infida politicamente, che non conta nulla (si veda Erdogan), che non si è mai spesa per Israele, nemmeno a parole, sempre piena di critiche. Come diceva Giorgio Israel, un Europa che piange gli ebrei morti e disprezza quelli vivi. Ma chi vorrebbe entrare in quest'Europa, a meno di non esservi costretto?

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  • cesare battisti

    11 Ottobre 2019 - 20:08

    E poi se un palermitano non combattrebbe frontalmente neanche se gli uccidono la madre, come immaginare una comunione con un israeliano da sempre in guerra?

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  • cesare battisti

    11 Ottobre 2019 - 20:08

    Da quando nelle scuole europee si insegna ai maschietti a giocare con le bambole il destino nostro e dei nostri figli è segnato! Israele è un'altra cosa.

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  • kriszt49

    11 Ottobre 2019 - 17:05

    Ho seguito tante battaglie di Marco Pannella tra cui quella di portare Israele nell'Unione Europea. Però, personalmente sono stata e continuo a essere contraria a un passo del genere. Per me la Terra Promessa assegnata da Dio al suo popolo è in Medio Oriente. Non riesco a immaginare Israele come paese europeo. Dare battaglia all'antisemitismo invece è un dovere dell'Europa intera. E' semplicemente inimmaginabile, orrendo e raccapricciante che nel terzo millennio, nel 2019, nel cuore di questo civilissimo Continente possa esistere ancora un tale odio per il popolo ebreo da generare attentati di tanta ferocia come in questi giorni. kriszt49

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