Il voto stanco di Israele che a Netanyahu non vede alternative

Micol Flammini

L'astensione e lo spettro di una quarta elezione sembrano avvantaggiare un unica persona: l'ex premier

Roma. La prima domanda è: quanta gente andrà a votare? La seconda: tornerà a votare nel caso di una quarta elezione? Il voto di lunedì in Israele potrebbe non risolvere la crisi politica iniziata un anno fa. Gli elettori sono andati alle urne tre volte in un anno, nessun risultato ha portato a una maggioranza chiara, i due partiti principali, il Likud del premier Benjamin Netanyahu e Kahol Lavan di Benny Gantz si sono rifiutati di formare un governo di unità nazionale e la nazione rimane in sospeso. La seconda dopo la prima, la terza dopo la seconda, le elezioni si sono trasformate in un voto su Netanyahu, primo ministro da oltre dieci anni, incriminato per tre capi di imputazione, in grado di unire e dividere il paese allo stesso tempo. È questione di numeri piccolissimi, per formare una maggioranza nella Knesset c’è bisogno di 61 seggi e né il Likud, né Kahol Lavan finora ci sono riusciti. Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati da Channel 13 lunedì, Benny Gantz è stato superato da Netanyahu, 35 seggi per il Likud e 34 per Kahol Lavan. A settembre era stato Gantz a ottenere più voti. Secondo i sondaggi di Kan, invece, la coalizione di centro destra guidata dal premier otterrebbe in tutto 56 seggi, quella centrosinistra guidata da Gantz 54. Non è abbastanza per nessuno dei due schieramenti e la formula impronunciabile rimarrà sempre la stessa: governo di unità nazionale. Uno dei dati più significativi tra quelli registrati dai sondaggisti però è la risposta alla domanda: chi è più adatto come primo ministro? il 45 per cento degli intervistati ha risposto che sarebbe meglio Netanyahu, il 34 ha detto Gantz.

 

Il leader di Kahol Lavan non ha fatto emergere la sua personalità in un’elezione estremamente personale. Benny Gantz si è limitato a rincorrere, a buttarsi sugli spazi che il rivale ignorava. È stato trascinato fino a Washington, pare che l’astuzia dell’invito sia tutta di Bibi, per dire di sì alla proposta del piano di pace di Donald Trump che prevede l’annessione degli insediamenti e di una zona della Valle del Giordano da parte di Israele. Gantz non avrebbe potuto rifiutare il piano, ma quel sì a Trump gli ha anche alienato, una volta per tutte, il favore della sinistra. Costretto alla corsa, sempre in affanno, dietro al premier, l’ex capo di stato maggiore durante le tre elezioni si è proposto a tre elettorati diversi tra loro, a tratti inconciliabili. Ha coltivato prima gli elettori di sinistra, viene da una famiglia laburista e piaceva a tanti anche per questo – poi ha cercato i delusi, i moderati stanchi di Netanyahu, ha cercato il centro, nella speranza di presentarsi non più come la nemesi del premier, ma come l’alternativa al premier. La scorsa settimana, in un momento di confusione tra i razzi di Gaza e l’accordo di pace che continua a tormentare il paese, ha ricominciato a parlare alla sinistra che però ormai lo percepisce come un corpo estraneo.

 

Giovedì, l’emittente Channel 12 ha trasmesso l’audio in cui un consigliere di Benny Gantz, Israel Bachar, definisce il leader di Kahol Lavan un debole, dice che non sarebbe in grado di attaccare l’Iran: “È un pericolo per il popolo israeliano, prenderebbe una decisione sbagliata e cercherebbe di fermare un attacco contro l’Iran”. Il consigliere è stato licenziato da Gantz, il Likud si è precipitato a dire che è vero. In tre elezioni, l’ex capo di stato maggiore si è affievolito, fino a dare l’impressione di un leader debole incapace di dare sicurezza a un popolo per il quale la sicurezza è tutto. Rimane al momento l’unica alternativa a Netanyahu, ma in questa terza campagna elettorale ha permesso al premier, iperattivo e con tantissime ragioni per rimanere attaccato al suo mandato, di oscurarlo.

 

Una quarta elezione sarebbe ancora più logorante, per Gantz e per gli israeliani, ormai stanchi di andare a votare – si teme anche che la paura del coronavirus ridurrà ancora di più l’affluenza. C’è soltanto una persona che potrebbe trarre vantaggio sia dall’astensione sia dal fantasma di un quarto voto: Netanyahu.