La memoria viva dell'Europa

Giulio Meotti

Cacciati e uccisi dagli islamisti in Francia, non “graditi” in parte della Germania, costretti a chiudere le comunità a causa dei neonazisti in Svezia. Nel continente che deve loro tanto, ma che fu anche teatro della Shoah, hanno ancora un futuro gli ebrei? Storie e silenzi. Un’inchiesta e un libro

La prima comunità ebraica in Europa si è sciolta a causa delle minacce. Si tratta di Umeå, nella Svezia settentrionale, dissolta a causa di gruppi neonazisti e islamisti. “E’ un duro colpo. Sono molto triste per questo, e ho anche pianto”, ha detto Carinne Sjöberg, la politica liberale che ha presieduto la comunità ebraica fino alla dissoluzione. “In qualche modo, sembra che abbiamo perso”. Samuel Sandler, un ingegnere aeronautico e capo della comunità ebraica di Versailles che ha perso il figlio e i nipoti nella strage di Tolosa, ha annunciato così agli amici la richiesta di registrazione della sinagoga nell’elenco dei monumenti nazionali: “La nostra comunità sarà scomparsa tra venti-trent’anni. Non voglio che la nostra sinagoga venga distrutta o, peggio, usata per scopi illegittimi”. La città di Nizza è stata un paradiso per gli ebrei per quasi mille anni. Fino a quindici anni fa ospitava la quarta più grande comunità ebraica in Francia, con 20 mila membri. Ora questa comunità sta morendo, letteralmente. L’anno scorso, per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, il Consistoire francese, organizzazione che fornisce servizi agli ebrei ortodossi, ha stimato che la popolazione ebraica di Nizza era scesa sotto i 3.000. La metà dei membri della comunità ebraica nella città di Grenoble, nella Francia sudorientale, è già partita a causa dell’antisemitismo, come ha rivelato il rabbino Nissim Sultan: “E’ un fenomeno inquietante, iniziato circa 15 anni fa. Le persone che costituiscono il nucleo della nostra comunità se ne sono andate, comprese le giovani famiglie con bambini e pensionati”. La comunità ebraica danese ha perso il 25 per cento dei membri registrati negli ultimi 15 anni, anche a causa dell’antisemitismo, ha detto il presidente Finn Schwarz: “Per i giovani che stanno riflettendo su come vivere le proprie vite, è naturalmente allettante scegliere di vivere in Israele o negli Stati Uniti, dove essere ebreo non è considerato qualcosa di negativo”. In Germania, il rabbino Daniel Alter è stato picchiato per strada sotto gli occhi della figlia, dopo che un gruppo di giovani gli aveva chiesto: “Sei ebreo?”. Figlio di un sopravvissuto alla Shoah, Alter è uno dei primi tre rabbini ordinati in Germania dal 1942, quando il Collegio di studi ebraici di Berlino fu distrutto dalla Gestapo. “Non portate la kippah in pubblico”, ha detto agli ebrei il commissario del governo tedesco delegato alla lotta all’antisemitismo, Felix Klein. Un governo europeo per la prima volta ha invitato gli ebrei a diventare invisibili, a non portare i segni della cultura e della fede.

 

La missione principale di Adolf Hitler era quella di rendere la Germania, e tutta l’Europa, jüdenrein, “senza ebrei”. Nell’ottobre del 1941 persino il minuscolo Lussemburgo fu dichiarato jüdenrein. Il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau fu costruito per liberare l’Europa dagli ebrei. Vi arrivarono da ogni parte del continente, dalla Grecia ai Pirenei. I nazisti stermineranno 15.000 ebrei al giorno. Ottant’anni dopo, la vita ebraica è di nuovo presente in Europa ed esistono cospicue comunità in Francia, in Inghilterra e in Germania. Eppure, quasi inesorabilmente, in Europa è come se si stesse realizzando con altri mezzi la visione nazista. E oggi ci si domanda se il futuro non sia di nuovo un’“Europa senza ebrei”.

 

“Sono certo che un’Europa senza ebrei non esisterà mai, sarebbe un’autodistruzione” ci dice il rabbino di Trieste

“Gli ebrei non sono il motore della società europea né della cultura, che rimane sempre quella della maggioranza, ma ne sono un carburante, o meglio, sono come la nitroglicerina che potenzia il motore” ci spiega il rabbino capo di Trieste, Eliahu Alexander Meloni. “Ogni volta che gli ebrei sono espulsi si perde questo potenziamento e si perde dinamismo e iniziativa, con la conseguenza di una fase di declino o di stagnazione. (segue a pagina due)

Penso proprio che l’Europa senza ebrei entrerebbe per un lungo periodo in un declino culturale e scientifico. Non significa che, col tempo, non possa recuperare questo ritardo, ma il prezzo sarà molto alto e l’esito incerto. L’Europa perderebbe definitivamente il suo ruolo centrale nell’equilibrio mondiale. Rimango tuttavia certo che un’Europa senza ebrei non esisterà mai, anche se molto viene fatto oggi per scoraggiare la presenza ebraica. Assomiglia a una forma di autodistruzione”.

 

Il rischio di scomparire è molto forte, se non ineludibile, anche per gran parte delle comunità ebraiche in Italia. Milano, la seconda comunità nazionale, aveva 6.505 iscritti nel 1996, 6.162 nel 2007, 5.378 nel 2014, 5.277 nel 2016, 5.244 nel 2018… A Trieste, una delle culle dell’ebraismo italiano, oggi si contano appena 520 ebrei. Nel 1986 la comunità contava 720 iscritti. 800 circa gli ebrei di Torino, dove nel 1990 erano 1.240. Numeri simili ovunque, da Ferrara a Firenze.

 

Trent’anni fa tutti gli ebrei francesi iscrivevano i propri figli nelle scuole pubbliche. Adesso lo fa soltanto un terzo. Lo spazio pubblico europeo – dalle strade alle scuole – sta diventando jüdenfrei. Senza ebrei. Ebrei uccisi per strada e in casa, ebrei accoltellati, ebrei che fuggono all’estero, ebrei che cambiano casa, ebrei protetti dall’esercito, ebrei che nascondono la propria identità, stelle di David bruciate in piazza, merci ebraiche marchiate, studenti ebrei aggrediti… E’ la triste realtà della nostra Europa nel 2020. Never again è diventato ever again. Ormai non passa giorno in Germania che non si registri un caso di antisemitismo. E’ un bollettino di guerra. Già nel 2007, prima che iniziasse questa ondata di giudeofobia, lo storico Bernard Lewis disse che il futuro degli ebrei europei era “fosco”. La Shoah aveva vaccinato l’Europa dal ritorno dell’odio antiebraico, ma gli effetti della vaccinazione stanno svanendo, se non sono svaniti del tutto. Ciò che una volta era impossibile adesso è di nuovo immaginabile. Se non spezzeremo più il pane con gli ebrei, se li tradiremo nuovamente come abbiamo fatto nel ’900, sarà la morte della civiltà giudaico-cristiana e di quell’Occidente così come lo conosciamo, o conoscevamo. Oltre ai suoi significati storici concreti, questa psicosi antisemita di massa ha anche una vasta portata simbolica, che consiste nel mettere il mondo occidentale di fronte alle sue origini bibliche. E’ un Occidente sommerso dall’odio di sé. Spesso è bastato un grande attacco antisemita per spingere una comunità ebraica a svuotarsi. Una sinagoga è stata bruciata a Trappes, nella banlieue francese. “Gli ebrei hanno quasi tutti lasciato la città”, raccontano nel libro “La Communauté” due giornaliste del Monde, Ariane Chemin e Raphaëlle Bacqué. “Una dopo l’altra, le famiglie ebree di Trappes hanno lasciato la città per stabilirsi in altre più accoglienti. Una parte ha trovato rifugio a Montigny, l’altra a Maurepas, la cui sinagoga raccoglie, oltre a questi nuovi fedeli, parte delle pergamene strappate al fuoco. Il macellaio se n’è andato, come Ben Yedder, il fornaio. A Trappes non rimane più alcun ebreo”. C’è ancora un futuro per gli ebrei in Francia? La domanda sarebbe stata quantomeno assurda solo pochi anni fa. Oggi non si fa altro che porsela. “Gli ebrei hanno un futuro in Europa, ma solo se i paesi europei in cui vivono si renderanno conto di quanto perderebbero per l’esodo della loro popolazione ebraica” ci spiega Elvira Groezinger, che è a capo della sezione tedesca degli Scholars for Peace in the Middle East, ed è nata in Polonia nel 1947 da sopravvissuti alla Shoah. “L’Europa senza ebrei diventerà un’area arretrata, la sua cultura declinerà, potrebbe ancora diventare un luogo di conflitti religiosi, terrore e guerre. L’Europa cesserà di essere un rifugio spirituale e un centro culturale del nostro mondo, diventando un’area arida con un grande passato ma senza presente o futuro. Spero che non sia già troppo tardi per evitare che ciò accada”.

 

Il grande e compianto storico dell’antisemitismo, Robert Wistrich, aveva detto che l’ebraismo europea aveva ancora “10-20 anni” davanti

Gli ebrei francesi se ne vanno o si stanno preparando a farlo. Sembrano ancora numeri grandi. Quasi mezzo milione di persone. Ma che ne sarà quando saranno scesi a 200.000? Nel 2001 il rabbino capo di Bruxelles, Albert Guigui, fu attaccato da un gruppo di giovani arabi. Lo insultarono, gli sputarono addosso e gli diedero un calcio in faccia. Da allora, Guigui non indossa la kippah in pubblico. Due anni dopo, il rabbino capo di Francia, Joseph Sitruk, disse agli ebrei di indossare un berretto anziché la kippah, per evitare di essere attaccati per strada. E Henri Markens, direttore generale dell’Organizzazione per l’educazione ebraica di Amsterdam, ha raccontato a proposito di una scuola superiore ebraica: “Ai nostri studenti diciamo di mettere un berretto sulla kippah. Le circostanze ad Amsterdam non ti lasciano altra scelta”. E’ stato condotto uno studio sulla piccola comunità ebraica della Norvegia. I giovani ebrei non rivelavano in pubblico la propria identità. Le città cardine della vita ebraica europea – Vienna, Berlino, Varsavia, Lublino, Riga, Kiev, Praga – hanno oggi popolazioni ebraiche che tutte assieme non superano quella di un medio sobborgo americano. Oggi l’Europa vanta soltanto tre grandi comunità ebraiche nelle sue venti città più importanti: Mosca, Londra e Parigi; il resto è tutto in America e in Israele. In una conversazione televisiva del 2013, lo storico Robert S. Wistrich, a capo del Centro internazionale di studi sull’antisemitismo del Centro Vidal Sassoon presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, ha affermato che nell’attuale clima l’ebraismo europeo avrebbe avuto ancora 10-20 anni di vita. L’Europa forse non diventerà completamente jüdenrein nel prossimo futuro (ci sono ancora ebrei persino nella città indiana di Cochin: 26, per l’esattezza). Ma è a rischio il valore, la presenza, il futuro ebraico stesso in Europa. Da più parti si odono le stesse sirene di angoscia. “Ci stiamo lentamente avvicinando alla fine dell’ebraismo europeo”, ha detto Dov Maimön, a capo del Jewish People Policy Institute in Israele. Ci sono 15.000 ebrei in Austria, ma di questi soltanto 8.140 si dichiarano tali. Metà sono diventati “invisibili”. Sono persi. E il capo degli ebrei austriaci fa i nomi delle comunità che rischiano di scomparire dalle mappe geografiche: “Milano, Copenaghen, Vienna, Stoccolma, Praga, Bratislava, tutte queste sono in pericolo di estinguersi in vent’anni. Ci saranno ancora ebrei, ma non più comunità ebraiche funzionanti”. Anche il rabbino capo di Bruxelles Guigui ha avvertito che “non c’è futuro per gli ebrei in Europa” dopo gli assalti terroristici del novembre 2015: “Le sinagoghe sono state chiuse, una cosa che non accadeva dalla Seconda guerra mondiale. Le persone stanno pregando da sole o tengono piccoli gruppi di preghiera in case private”. Secondo Qui sont les Juifs de France?, realizzato sotto la direzione di Émeric Deutsch e uscito per il ”Bulletin de l’Agence télégraphique”, nel 1977 in Francia c’erano 700.000 ebrei. Oggi ce ne sono 456.000. In quarant’anni la comunità ebraica francese si è già quasi dimezzata. 150.000 ebrei francesi vivono oggi in Israele.

 

“Nessuno può conoscere il futuro”, ci racconta Danny Trom, sociologo francese autore del libro “La France sans les juifs”. “Ci si può distaccare dalle grandi tendenze e supporre che queste continueranno; si può immaginare senza difficoltà che la situazione continuerà a deteriorarsi. Con l’arrivo degli ebrei francesi dall’Algeria e da altri paesi del Maghreb, la Francia è oggi l’unico paese d’Europa dove rimane una comunità ebraica nazionale numerosa. Adesso loro partono sempre di più. Assistiamo allora, forse, alla fine di un’epoca. La partenza degli ebrei della Francia significa la partenza di ciò che rimane degli ebrei d’Europa”. Vi è poi un secondo aspetto. “Si è creduto, dopo la guerra, che lo sterminio degli ebrei fosse la garanzia che l’antisemitismo non potesse rinascere. E invece la Shoah è stata il punto di partenza per rilanciare, sotto una nuova forma. l’antisemitismo. In particolare presso una popolazione immigrata detta ‘post-coloniale’ che pensa che si parli troppo della Shoah”.

 

“Non si sa ciò che sarà l’Europa, sarà un’Europa amputata di una parte di sé, ma la Shoah l’ha forse già realizzata senza che ce ne rendiamo davvero conto”, ci dice Danny Trom

L’ebraismo francese potrebbe davvero sparire? “Gli ebrei di Francia sono quel che resta degli ebrei d’Europa – sostiene Trom – Dunque, se emigrano, sarà probabilmente la fine non solo degli ebrei di Francia, ma d’Europa. La Francia è stata il primo paese a emanciparli, sarà l’ultimo a espellerli, in parte per ostilità, in parte per indifferenza. Se sono spinti a partire, sarà l’ultima grande comunità ebraica dell’Europa continentale che sparirà”. E che genere di Europa sarà senza gli ebrei? “Non si sa ciò che sarà l’Europa, sarà un’Europa amputata di una parte di sé, ma la Shoah l’ha forse già realizzata senza che ce ne rendiamo davvero conto”, conclude Trom. “Comunque vada, si sa che la crisi mette gli ebrei sotto una pressione tale che la loro continuità in Europa sarà compromessa”. Il presidente della comunità ebraica di Tolosa, Arié Bensemhoun, ha consigliato ai giovani ebrei di lasciare la città, dove, secondo lui, non possono più praticare apertamente la loro religione. 

 

“Incoraggio i più giovani a fare il loro aliyah o ad andare dove possono prosperare in un ebraismo aperto ed emancipato, senza vivere permanentemente nella paura di ciò che accadrà loro domani”, ha detto Bensemhoun. La comunità ebraica di Tolosa contava 20.000 persone, più o meno quante l’attuale comunità ebraica in Italia. Oggi sono rimasti soltanto 10.000 ebrei. Un altro attentato e potrebbe essere la fine per una delle capitali dell’ebraismo francese. Il vicesindaco di Tolosa e unico ebreo del Consiglio comunale, Aviv Zonabend, ha detto che tutti gli ebrei europei dovrebbero celare la kippah e che “il futuro del popolo ebraico in Europa è senza speranza”. Dopo che il leader degli ebrei tedeschi, Josef Schuster, ha consigliato di non indossare più la kippah in Germania, Zonabend ha detto: “Solo in Germania? Dobbiamo toglierla in tutta Europa”. Sta già succedendo.
Quale perdita sarà per l’Europa? “Non si vedrà più lo straordinario fermento creativo degli intellettuali ebrei d’Europa tra il 1850 e il 1940”, ci spiega lo storico francese Georges Bensoussan. “L’effervescenza filosofica, letteraria, lo sviluppo della psicanalisi, la loro presenza nel mondo della pittura e della musica che ha irrigato la ricchezza culturale europea prima della Seconda guerra mondiale. Quel mondo è morto nel 1945, e ciò a cui si assiste oggi è l’ultima fase di questa sparizione. Ciò che resterà è un’Europa che decade nel multiculturalismo, cioè nella comunitarizzazione e nel rinchiudersi dentro le identità tribali, in particolare in seguito al peso demografico dell’islam che è, innanzitutto, ricordiamolo, una civiltà e un codice giuridico prima di essere ‘religione’ nel senso occidentale del termine. E che sarà chiamata a imporre la propria legge, passo dopo passo, a coloro che non ne fanno parte, come a coloro che vorrebbero distaccarsene. Per gli europei, la fine discreta della traccia ebraica è il simbolo che annuncia la fine di una cultura di dibattiti, di confronti d’idee, di tolleranza nel senso del XVII secolo, in breve di una libertà di spirito che aveva fatto la sua grandezza. La mutazione attuale, causata dalla demografia degli uni e dalla vigliaccheria degli altri, condurrà ben più che alla censura, a un’auto-censura che è già all’opera, con la paura che fa il suo lavoro (da Rushdie nel 1989 a Charlie Hebdo nel 2015). Infine, e questo è già iniziato, l’impoverimento intellettuale e il regresso della democrazia. Su questo piano, la famosa immagine dell’ebreo come ‘canarino nella miniera’ si giustifica più che mai: la partenza degli ebrei è in effetti un cattivo segnale per coloro che vedevano ancora nell’Europa la terra dei Lumi”.

 


Georges Bensoussan: “Quando gli ebrei se ne saranno andati, resterà un’Europa decaduta nel multiculturalismo, nel rinchiudersi dentro le identità tribali”. Ad Amsterdam la kippah coperta con un cappello, la scuola ebraica senza segni identificativi. Come i canarini nella miniera


 

Malmö, Copenaghen e Oslo sono tre grandi vetrine europee della globalizzazione: città moderne, culturalmente di sinistra, molto ricche e super ospitali per immigrati provenienti da ogni angolo del mondo. Eppure, stanno diventando città molto pericolose per gli ebrei. Il principale quotidiano norvegese ha scritto di aver paura che il paese stia perdendo i suoi ebrei. “La Norvegia rischia di diventare un paese senza una popolazione ebraica”, recitava un editoriale dell’Aftenposten, invitando lo stato a fornire maggiore protezione agli ebrei. Il venti per cento delle due più grandi comunità (Oslo e Trondheim) se n’è andato nell’ultimo decennio. La comunità ebraica di Malmö potrebbe dissolversi entro il 2029, a meno che le circostanze attuali non cambino. Contava 2.500 ebrei negli anni 70, 842 nel 1999, 610 nel 2009 e 387 nel 2019. Di questo passo, tra dieci anni non ci saranno più ebrei. “La congregazione ebraica sparirà presto, se non viene fatto nulla in maniera drastica”, si legge in una nota comunitaria.

 

“Ad Aubervilliers, che era in pieno sviluppo, è rimasta solo la comunità Chabad della scuola Chné” ci spiega Sammy Ghozlan, un ex ufficiale della polizia francese che dall’aspetto ricorda l’attore Yves Montand. Ghozlan ha fondato il Bureau national de vigilance contre l’antisémitisme, la principale organizzazione che monitora l’antisemitismo in Francia. Oggi la sua casa è a Netanya, sulla costa israeliana. I frequenti bollettini di Ghozlan – gli attacchi nei parchi e nelle scuole, le sinagoghe incendiate, gli assalti alla metropolitana – hanno intasato le e-mail dei giornalisti del Monde, Figaro e Parisien e di migliaia di ebrei in tutto il mondo. Secondo lui, luglio 2014 è stato il punto di svolta, dopo anni di crescente violenza antisemita: “Non c’era dibattito nella nostra famiglia. Sapevamo tutti: è ora di andare. Andarsene è meglio che fuggire”. “Ad Aulnay-sous-Bois la sinagoga ora è deserta ed è difficile raccogliere un minyan di dieci persone per il sabato” ci spiega Ghozlan. “Bondy aveva una bella sinagoga. Oggi i fedeli sono partiti a causa dell’insicurezza. Da allora, ci sono due cupole dorate sulla moschea situata al centro della piazza. Il sindaco è ostile a Israele, il consiglio ha votato risoluzioni per il boicottaggio di Israele. Quindi prima la sinagoga di Bondy che va a fuoco, poi quella di Trappes, poi le granate lanciate contro la scuola Sinai a Parigi. Le Bourget non ha mai avuto una sinagoga, i fedeli hanno pregato a Blanc-Mesnil, così come quelli di Dugny. A Clichy-sous-Bois c’era una sinagoga molto bella e una comunità in piena espansione, ma è morta dopo tre incendi dolosi. La sinagoga di Saint-Denis è ora chiusa. Quelle di Pierrefitte o di Stains stanno per chiudere a causa della mancanza di fedeli”.

 

“La sinagoga di Saint-Denis è chiusa, quelle di Pierrefitte o di Stains stanno per chiudere a causa della mancanza di fedeli”, ci racconta Sammy Ghozlan, che ha fondato
il Bureau per la lotta all’antisemitismo
a Parigi

Ad Amsterdam ovest c’è una sinagoga, Sjoel West. Ogni shabbat, 25-30 ebrei vengono a pregare. Non c’è nessuna stella o nome di David sulla facciata, e ha un indirizzo segreto. Tutti gli ebrei che vengono coprono la kippah con un cappello. Non vogliono essere riconoscibili. L’ex eurocommissario sotto Romano Prodi, Frits Bolkestein, ha scioccato l’Olanda con queste parole: “Gli ebrei non hanno futuro qui e dovrebbero emigrare negli Stati Uniti o in Israele”. “Il mio primo giorno ad Amsterdam, quando mi sono svegliato e ho guardato fuori dalla finestra, ho visto un grande edificio grigio e anonimo dall’altra parte della strada” spiega il giornalista israeliano Michael Freund. “Non c’erano segni identificativi, niente a indicare quale fosse la sua funzione. Ma poi ho notato un gruppo di bambini in un piccolo parco giochi, sotto gli occhi vigili di un poliziotto pesantemente armato. Ho capito subito che doveva essere la scuola ebraica, perché quale altro tipo di istituto educativo avrebbe dovuto nascondere la sua affiliazione?”.

 

Sopravvissuta ad Auschwitz e nello stesso trasporto di Anne Frank, docente all’università della città, Bloeme Evers-Emden ha detto a figli e nipoti di lasciare il paese e che una sola direzione si offriva loro: Israele. “I problemi non toccheranno me fintanto che sarò viva, ma consiglio fortemente ai miei figli di andarsene dall’Olanda”. Se anche tutti gli ebrei lasciassero l’Olanda, la società olandese continuerebbe a funzionare senza problemi. E non sarebbe una sorpresa. Durante la Seconda guerra mondiale la scomparsa di 140.000 ebrei olandesi, di cui l’80 per cento sterminato dai nazisti, non causò alcuno choc nazionale. Ancora oggi, l’Olanda fatica ad ammettere le proprie colpe.

 

“Alla fine degli anni 80 c’erano 80.000 ebrei in Germania e si parlava dell’ultimo che doveva spegnere la luce”, ci spiega Cnaan Liphshiz, corrispondente dall’Europa per la Jewish Telegraphic Agency, nato in Israele e oggi residente ad Amsterdam. “Oggi in Germania ce ne sono molti di più. Dobbiamo dunque essere prudenti sul futuro. Ma anche onesti. E in paesi come Svezia, Belgio e Olanda le comunità ebraiche non hanno futuro. In Svezia si parla di chiudere la comunità di Malmö entro dieci anni. Non era mai successo dalla Seconda guerra mondiale. In Danimarca la comunità ebraica sta scomparendo, niente kippah per strada, numeri molto piccoli. In Norvegia c’è una comunità quasi inesistente, ottocento persone in tutto il paese. Dal Belgio è in corso una forte migrazione verso Israele. Ho un parente in Belgio e mi parla di numeri sempre più ridotti a ogni seder, la cena della Pasqua. In Olanda non abbiamo livelli di terrore come in Belgio, ma la comunità ebraica ha fatto sapere che metà dei membri non circoncide i propri figli”.

 

“Chiunque si preoccupi del futuro dell’Occidente dovrebbe chiedersi: ‘Gli ebrei dovrebbero avere un futuro in Europa? E siamo pronti a combattere per quel futuro e i valori che gli ebrei rappresentano?’”, ci spiega la giornalista ed esponente della comunità ebraica svedese Annika Hernroth-Rothstein. Nell’agosto del 2013, Annika fu vittima insieme al figlio di cinque anni di uno sgradevole episodio di antisemitismo, e da allora il figlio non indossa più la sua kippah in pubblico. “Gli ebrei sono a volte definiti come i canarini nella miniera di carbone della civiltà occidentale, ma dopo aver visto quello che ho visto negli ultimi anni aggiungerei che la diaspora ebraica è l’ultima linea di difesa contro un mondo senza valori. Il canarino connota l’inazione, semplicemente reagendo agli eventi che lo circondano, ma gli ebrei di tutto il mondo sono tutt’altro che passivi; stanno combattendo per preservare migliaia di anni di valori e di fede, muovendosi costantemente controcorrente, e questi meritano di essere protetti”.

 

Nell’arco di un anno, due sinagoghe sono state messe in vendita nel Comune di Schaerbeek a Bruxelles. Secondo il Concistoro ebraico del Belgio, quasi nessun ebreo vive più nel distretto della Gare du Nord. “Non ci sono quasi più ebrei in questo quartiere”, dice Michel Laub, fondatore del Museo della deportazione a Malines. “Eppure, questa parte di Schaerbeek vicino alla Gare du Nord era un tempo un importante quartiere ebraico”. Quando in una scuola secondaria di Bruxelles, a Laeken, Sarah non si è più presentata, non ci sono state manifestazioni o petizioni per conoscere i motivi della sua assenza, all’inizio di settembre 2014. Era l’ultima allieva ebrea dell’Atheneum Emile Bockstael. La scuola pubblica belga non può più garantire la “convivenza” tra le sue mura. L’Atheneum Emile Bockstael oggi è jüdenfrei, non ci sono più alunni ebrei.

 

Per il 2050, Jonathan Sacks, già rabbino capo del Regno Unito e uno dei grandi maestri globali dell’ebraismo, prevede due scenari. Uno è molto fosco: “L’anno è il 2050. Gli ebrei hanno lasciato l’Europa. E’ diventato così pericoloso indossare segni di ebraicità o esprimere sostegno a Israele in pubblico che gli ebrei hanno deciso di andarsene tranquillamente. A cento anni dall’Olocausto, l’Europa è judenrein. Negli Stati Uniti l’unico gruppo significativo sono gli ultra-ortodossi. Al di fuori dell’ortodossia, i tassi di disaffiliazione sono così alti che il resto dell’ebraismo diventa le nuove dieci tribù perdute. In Israele, una popolazione assediata si aggrappa cupamente alla vita. L’Iran, avendo vinto il suo confronto con l’Occidente, ha usato la sua nuova ricchezza e legittimità per accerchiare Israele con gruppi terroristici armati fino ai denti, il suo arsenale nucleare è una minaccia serissima contro ogni reazione decisiva. Molti israeliani se ne sono andati sapendo di poter trovare arance e sole anche in Florida e in California. Non puoi far crescere i bambini all’ombra della paura”.

 

Poi c’è lo scenario ottimistico tratteggiato da Sacks: “L’anno è il 2050. Gli ebrei in Europa stanno prosperando. Gli europei si sono finalmente resi conto che la minaccia dell’islam radicale non era solo rivolta agli ebrei e Israele, ma era contro la libertà stessa. Hanno agito, e ora gli ebrei si sentono al sicuro. Negli Stati Uniti, la vita ebraica è in aumento, i leader hanno deciso di sovvenzionare l’educazione ebraica e investire seriamente nella continuità ebraica. Israele, nel frattempo, avendo stretto alleanze strategiche con l’Egitto e l’Arabia Saudita di fronte a un Iran dotato del nucleare e all’islamismo apocalittico, ha finalmente trovato in Medio Oriente la propria accettazione de facto, se non la legittimità de jure”.

 

E’ il grande bivio esistenziale cui si trova di fronte non soltanto l’ebraismo, ma anche l’Europa. Tutti i segnali indicano oggi che si va verso lo scenario più cupo di Sacks, tranne che per Israele, che continua a prosperare. Non abbiamo altro tempo per impedire questa catastrofe di civiltà che sarebbe la sempre più evidente “scomparsa” della comunità ebraica europea.

 


 

Abbiamo selezionati alcuni estratti del libro in uscita di Giulio Meotti “L’Europa senza ebrei. L’antisemitismo e il tradimento dell’Occidente” (edizioni Lindau, 16 euro). Un libro-inchiesta con interviste a numerosi studiosi europei. La prefazione è del filosofo francese Robert Redeker.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.