Un cartellone pubblicizza l'esibizione tra le squadre di Nba Los Angeles Lakers e Brookly Nets a Pechino (foto LaPresse)

Perché non dovremmo stupirci della partita Nba contro Pechino

Giulia Pompili

Da anni la Cina boicotta le aziende che vanno contro la sua visione del mondo. Ci è passata anche l’Italia. Dalla censura si passa all’autocensura. Ma per la prima volta qualcuno risponde

Roma. Business is business per tutti, tranne che con la Cina, dove gli affari sono anche uno strumento politico, e una parola sbagliata può far saltare contratti milionari. Il metodo della rappresaglia economica è ormai consolidato a Pechino. Solo che in passato succedeva soprattutto per le decisioni che prendevano i governi, che provocavano boicottaggi diplomatici e commerciali. Negli ultimi anni, nella nuova Cina di Xi Jinping sempre più potente e influente, il risentimento cinese sta colpendo tutti i settori, soprattutto quelli in cui le aziende internazionali dipendono dagli investimenti cinesi – lo sport, il turismo, il fashion. Ed è un’arma efficacissima: perché non solo censura chi dice qualcosa su una questione scivolosa o controversa per Pechino, ma abbiamo ormai così tanti precedenti che nel business si è diffusa una cultura dell’autocensura. Non è più sufficiente conoscere, studiare la Cina per adattarsi al mercato cinese. L’esempio di scuola è quello della pubblicità di Dolce & Gabbana messa in rete un anno fa. Una pubblicità effettivamente brutta e superficiale, con una modella cinese che mangia un cannolo con le bacchette, e che venne presa così male in Cina che ancora oggi D&G ne paga le conseguenze. Non basta più stare attenti alla reputazione online (come in tutta l’Asia orientale, anche in Cina la reputazione di un brand funziona come un virus che contagia milioni di utenti). Bisogna stare al passo con l’attualità, le alleanze strategiche, in generale evitare di nominare Hong Kong e Taiwan, Tibet e Xinjiang, per nessun motivo, in nessuna occasione.

 

Uno dei primi paesi a subìre le “punizioni con caratteristiche cinesi”, nel 2010, è stato il Giappone, colpevole di aver rivendicato le isole Senkaku (chiamate Diaoyu dai cinesi). Poi fu la volta dei prodotti sudcoreani, quando Seul accettò di istallare lo scudo antimissile americano Thaad sul suo territorio, due anni fa, nel periodo in cui la Corea del nord era ancora molto aggressiva. Per Pechino era una violazione inaccettabile, perché quei radar americani avrebbero in realtà spiato tutti, non solo la Corea. Risultato? Un boicottaggio “devastante” di prodotti sudcoreani e del turismo in Corea del sud, quantificato secondo il governo in 6,8 miliardi di dollari. Ma negli ultimi anni il metodo si è esteso anche alle aziende e ai privati. E più il tema che viene fuori è sensibile per Pechino, più la reazione sarà violenta. L’annullamento dei contratti di sponsorizzazione delle aziende cinesi alle squadre di Nba americana, annunciato ieri, è l’ultimo caso di una lunga serie di boicottaggi minori, che si risolvono solitamente con la vittoria di Pechino. A fine giugno la Nike ha ritirato un paio di scarpe dai negozi cinesi perché il designer, Jun Takahashi, aveva espresso simpatie per i manifestanti di Hong Kong su Instagram. Donatella Versace in persona si è scusata su Weibo dopo che era stata commercializzata una maglietta Versace con stampata una scritta nella quale Hong Kong sembrava indipendente dalla Cina. Tiffany ha cancellato una campagna pubblicitaria dove una modella si copriva l’occhio destro per mostrare un anello – un gesto che è diventato simbolico tra i manifestanti di Hong Kong, dopo che la polizia ha sparato un proiettile di gomma nell’occhio di una ragazza.

 

Il confronto tra Cina e Nba, però, è forse uno dei casi più mediatici, perché colpisce un settore con un giro d’affari da miliardi di dollari. Il dettaglio più importante è che la polemica è stata accesa da un tweet in supporto dei manifestanti di Hong Kong del general manager degli Houston Rockets, Daryl Morey – insomma non dal portavoce di tutta l’Nba, ma dal manager di una squadra. Nel giro di poche ore, la televisione di stato cinese Cctv e Tencent hanno deciso di non trasmettere più le partite di basket americano, e un match tra i Brooklyn Nets e i Los Angeles Lakers previsto a Shanghai oggi è stato annullato. Per la prima volta, però, la Cina non ha vinto a tavolino: il commissioner della Nba, Adam Silver, prima ha pubblicato una dichiarazione di scuse nei confronti della Cina. Quando poi anche le scuse hanno provocato indignazione, Silver ha cambiato la posizione ufficiale: “Riconosco che le nostre prime dichiarazioni abbiano fatto infuriare parecchie persone, confuse su chi siamo e quali valori rappresentiamo”, ha detto ai giornalisti a Tokyo, “Come tanti brand globali, anche la Nba fa affari in paesi con sistemi politici diversi dal nostro. Ma la nostra motivazione non è solo quella di aumentare il nostro business. Valori come l’eguaglianza, il rispetto e la libertà d’espressione hanno da sempre definito l’Nba, e continueranno a farlo”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.