I titoli di due giornali pakistani sugli attentati in Sri Lanka (foto LaPresse)

I cristiani perseguitati e qualche domanda sulle religioni della libertà

Claudio Cerasa

Persecuzione e genocidi. Bisognerebbe avere il coraggio di usare anche sui giornali le parole giuste e porsi così qualche interrogativo ulteriore

Genocidio è una parola molto impegnativa che indica la distruzione fisica intenzionale di una categoria di esseri umani, in ragione della propria appartenenza, della propria fede, del proprio credo. Genocidio è una parola che nel secolo scorso è stata utilizzata per inquadrare la deportazione degli armeni durante la Prima guerra mondiale, il massacro degli ebrei durante la Shoah, la mattanza dei serbi durante la guerra in Yugoslavia, la carneficina dei cambogiani alla fine degli anni Settanta, gli stupri di massa nel Ruanda nella prima metà degli anni Novanta, le esecuzioni contro i bosniaci nel 1995. Genocidio è una parola che secondo le Nazioni Unite si può utilizzare di fronte ad atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. E in questo senso, le immagini che ci arrivano dallo Sri Lanka, le immagini delle statue di Cristo insanguinate, delle chiese devastate, le immagini degli attentati che hanno tolto la vita a quasi trecento persone nel giorno di Pasqua sono lì a ricordarci che nel secolo che stiamo vivendo c’è una storia che dovrebbe colpire la nostra attenzione non meno di un casuale incendio in una cattedrale di Francia: la persecuzione dei cristiani.

 

 

Parlare di religioni perseguitate in Asia è un tema molto complesso perché in quel continente non si può dire che sia solo la fede cristiana a essere sotto minaccia. E’ così anche per i rohingya, minoranza etnica musulmana perseguitata in Birmania. E’ così anche per i buddisti in India, perseguitati dagli induisti. E’ così anche per gli uiguri dello Xinjiang, minoranza musulmana perseguitata in Cina. Ma negli ultimi anni la mattanza contro i cristiani in Asia ha registrato un cambio di passo significativo: tre anni fa, sempre a Pasqua, in Pakistan, a Lahore, patria di Asia Bibi, un kamikaze si è fatto esplodere vicino alle altalene dei bambini; lo scorso 27 gennaio, nelle Filippine, è stato fatto esplodere un ordigno davanti a una cattedrale sull’isola di Jolo, durante la messa domenicale, e sono morte 20 persone; tra il 2016 e il 2017, in India, gli attacchi anticristiani, principalmente da parte di gruppi estremisti indù, sono raddoppiati, e hanno raggiunto quota 736; e secondo gli ultimi dati diffusi da World Watch List – un rapporto sulla persecuzione anticristiana nel mondo pubblicato dalla ong Porte Aperte – se si sommano i cristiani perseguitati in Asia e in medio oriente per ragioni legate alla loro fede si arriva a una media incredibile di uno su tre (nel resto del mondo sono uno ogni sette). Chiamare le cose con il loro nome e mettere a fuoco il tema del genocidio dei cristiani non è semplice non solo per questioni di carattere giuridico – definire una persecuzione genocidio comporta conseguenze legali e conferisce alle istituzioni internazionali un maggior diritto di intervento umanitario – ma per una ragione in particolare.

 

Ammettere che esistono persone tormentate per il loro credo comporta una riflessione complicata non tanto sui perseguitati quanto su chi perseguita. E dover riconoscere che esiste in tutto il mondo (e non solo in Asia, dove i perseguitati come abbiamo visto sono tantissimi) una religione che se interpretata in modo rigido porta allo sterminio dei miscredenti (Corano 2:191: “Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio… Questa è la ricompensa dei miscredenti”) porterebbe a dover riconoscere che esistono alcune religioni che hanno una radice più violenta di altre. In Asia, forse, prima ancora che un problema legato all’islamismo, esiste un problema legato alla libertà di culto – anche se una delle poche religioni a essere sempre vittima e non carnefice è la religione cristiana. Ma se si contestualizza la strage pasquale dello Sri Lanka con altre stragi registrate in giro per il mondo, vedremo un film che più chiaro non si può. Da gennaio a oggi, secondo alcuni dati forniti da Open Doors, organizzazione che monitora la libertà religiosa nel mondo, sono 4.136 i cristiani uccisi per questioni legate al loro credo, in media undici al giorno. Dall’inizio dell’anno a oggi sono circa 300 i cristiani uccisi in Nigeria, 16 mila dal giugno del 2015, e in buona parte sono stati uccisi dagli islamisti di Boko Haram, che hanno distrutto e reso impraticabili anche circa 13 mila chiese in tutta la nazione. Negli ultimi sei anni, i cristiani a Gaza sono diminuiti del 75 per cento, passando da circa 4.500 a 1.000. In Iraq, secondo le stime più ottimistiche, i cristiani sono passati da circa 1,5 milioni nel 2003 a 450.000 nel 2013. Ogni anno, sempre secondo Open Doors, sono circa 215 milioni i cristiani che subiscono persecuzioni, 3.060 quelli uccisi, 1.922 incarcerati e 793 chiese prese di mira. Secondo uno studio dell’Acs (Aiuto alla chiesa che soffre), sono quasi 300 milioni di cristiani – uno su sette – a vivere in uno stato di persecuzione e continuano a essere di gran lunga il gruppo religioso più sottoposto a violazioni di diritti umani, soprusi e violenze. In una importante risoluzione approvata il 4 febbraio 2016 sullo sterminio sistematico delle minoranze religiose, il Parlamento europeo ha riconosciuto che l’Isis “sta commettendo un genocidio nei confronti dei cristiani, degli yazidi e di altre minoranze etniche e religiose che non condividono la sua interpretazione dell’islam”, ha invitato “all’adozione di misure in applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”, ha sottolineato l’importanza del fatto che “la comunità internazionale fornisca protezione e assistenza, anche militare, conformemente al diritto internazionale, a tutti coloro che sono nel mirino del cosiddetto Isis/Daesh”, ha sostenuto “la necessità di adottare misure affinché il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconosca tali violazioni come genocidio” e ha ricordato che il problema della libertà religiosa riguarda anche altre minoranze “uccise, massacrate, picchiate, rapite, torturate, sottoposte a estorsioni, ridotte in schiavitù, obbligate con la forza a convertirsi all’Islam” le cui “moschee, monumenti, santuari, chiese e altri luoghi di culto, tombe e cimiteri vengono deliberatamente distrutti”. L’Europa ha scelto di chiamare le cose con il loro nome. E di fronte a una strage di cristiani che potrebbe avere legami con l’Isis bisognerebbe avere il coraggio di usare anche sui giornali le parole giuste e farsi così qualche domanda ulteriore su che rapporto c’è tra la radice di alcune religioni e la parola libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.