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Così si annienta la cristianità a Negombo

Cosa hanno fatto gli islamisti alla “piccola Roma e Gerusalemme” dello Sri Lanka

Giulio Meotti

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24 Aprile 2019 alle 06:17

Così si annienta la cristianità a Negombo

foto LaPresse

Roma. Ieri lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità del massacro nelle chiese e negli hotel dello Sri Lanka, costato la vita a 321 persone e 500 feriti, in uno dei più spaventosi attentati dopo l’11 settembre fuori dal medio oriente. E’ nota l’ossessione dell’Isis per Roma, la capitale della cristianità (San Pietro ricorre spesso nei video propagandistici di minacce all’occidente). Negombo, una delle città assaltate dal commando jihadista in Sri Lanka, è invece nota come la “piccola Roma” per la sua abbondanza di chiese e di statue di santi cattolici nelle strade.

  

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Il cattolicesimo nella cittadina cingalese è ovunque e il 65 per cento della popolazione è cattolica, mentre in tutto il paese la percentuale è di appena il sei per cento. Per questo il commando islamista ha deciso di colpire la chiesa di San Sebastiano, uccidendovi 110 persone. Nel 1505, i portoghesi introdussero il cattolicesimo sull’isola, nel Seicento gli olandesi ci portarono la Riforma protestante e fu poi la volta dei britannici con l’anglicanesimo. A Negombo si erano dati appuntamento 140 fra cardinali e vescovi per la Conferenza dei vescovi dell’Asia. “E’ come la nostra Gerusalemme”, proclamò il cardinale Malcolm Ranjith, oggi in lutto, dicendo che Negombo era “la scelta naturale” quando lo Sri Lanka decise di ospitare i porporati. Era quel retaggio che il jihad voleva sradicare. E ci è quasi riuscito.

 

I primi diciotto funerali si sono svolti ieri. E si continua tutta la settimana. Mentre i bulldozer facevano spazio in un terreno vicino a una chiesa di Negombo, una famiglia stava in piedi all’ombra, aspettando la sepoltura del figlio di undici anni. Il quartiere intorno alla chiesa era stato trasformato in un enorme, fortificato tendone funerario. In città tutti hanno subìto l’attentato.

 

La comunità si incontrava in quella chiesa per battesimi, matrimoni e un evento annuale in cui la statua di San Sebastiano – che i fedeli dicono che possa curare le malattie – veniva fatta sfilare nel quartiere. Indunil Jayanthi era arrivata con dieci minuti di anticipo, ma aveva trovato spazio soltanto nella parte posteriore della chiesa. La sorella, il marito e i cinque figli erano seduti al centro quando è avvenuta l’esplosione. Sono tutti morti. Un telone di plastica blu copre ora il tetto della chiesa. Scarpe, rosari, occhiali e mazzi di chiavi in un angolo, in attesa che siano reclamati. I corpi delle vittime sono stati così danneggiati che le autorità hanno chiesto di non esporli durante le esequie. I morti sono arrivati in appositi camion, avvolti in teli di plastica. 27 i bambini uccisi soltanto dentro alla chiesa di Negombo sui 45 totali assassinati dagli attentatori (il più piccolo aveva diciotto mesi). Le croci di legno erano già pronte contro una parete prima che arrivassero le salme. Di molte delle vittime irriconoscibili non sono rimaste che delle scarpe nelle pozze di sangue.

 

“La civiltà europea non dovrebbe sentirsi messa in discussione nella sua identità dalla questione dei cristiani orientali?”, ha chiesto sul Figaro il filosofo canadese Mathieu Bock-Côté. E’ l’aggressione islamista alla civiltà, dalla “piccola Roma” cingalese a quella originale del Papa di Ratisbona che ha dato il suo nome all’istituto cattolico di Negombo.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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