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Il mistero del memorandum con la Cina

Nessuno sa ancora cosa ci sia scritto, ma ormai è troppo tardi: l’Italia si è impegnata politicamente. Anche la Nato lancia un allarme

15 Marzo 2019 alle 06:00

Il mistero del memorandum con la Cina

Il presidente cinese Xi Jinping (foto LaPresse)

Roma. E’ ancora un mistero il testo del memorandum of understanding, l’intesa che dovrebbe essere firmata la prossima settimana per far entrare ufficialmente l’Italia nel mastodontico progetto della Via della Seta cinese. Le versioni che circolano in queste ore sembrano tutte uguali, ma è nei dettagli che si svela la vera natura dello scontro che si sta configurando a livello internazionale per opera del governo gialloverde.

 

L’incontro dell’altro ieri al Quirinale, alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dei due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, del ministro dell’Economia Giovanni Tria e del ministro degli Esteri Enzo Moavero, avrebbe dovuto tranquillizzare gli alleati, grazie al ruolo di garante del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Fonti del Quirinale hanno confermato che la più grande preoccupazione del Dipartimento di stato americano, e cioè il nodo della presenza cinese nell’infrastruttura del 5G, non sarà nel testo. Eppure nel paragrafo “Trasporti, logistica e infrastrutture”, tra le “aree di interesse reciproco”, risultano ancora “le telecomunicazioni”. E’ anche per questo che negli ultimi giorni l’azione dell’ambasciata americana a Roma si è intensificata, con una serie di incontri informali e istituzionali ad altissimo livello. Ieri, da Matera, Di Maio – a capo dello Sviluppo economico, il ministero che più si è speso per questa firma – in dichiarazioni riprese dalle agenzie internazionali, ha detto: “L’accordo sulla Via della Seta prevede di portare i prodotti italiani in Cina, sono contento che ci sia accordo al Quirinale e nel governo”. E deve esserci una punta di malizia nel reiterare le dichiarazioni dei giorni scorsi, sottolineando ancora una volta la natura squisitamente commerciale dell’intesa sulla Via della Seta. 

 

Parte del testo del memorandum, è vero, parla di un impegno “a estendere investimenti bilaterali e flussi commerciali”, ma dal punto di vista cinese, almeno, quello che stiamo firmando è un accordo politico.

E se si tratta di un accordo politico – o meglio, di un cambiamento sostanziale dal punto di vista della strategia della politica estera italiana – il fatto che non si sia discusso apertamente con le varie forze politiche, e con anticipo, può sembrare quasi strategia, più che superficialità. Ma anche se si trattasse di una “semplice” intesa commerciale, come ripete da giorni il governo, c’è da intendersi su una questione di metodo. “E’ tutto pronto a Trieste per siglare un accordo, rispettando tutte le regole, non svendendo alcunché ma anzi potenziando la parte pubblica”, ha detto ieri all’Ansa il presidente dell’Autorità Portuale, Zeno D’Agostino.

 

Secondo quanto risulta al Foglio, nessuna delle figure chiave del sistema porti italiano ha ancora letto il vero testo del memorandum che dovrebbe essere firmato: si avvalora quindi l’ipotesi che in fase negoziale nessuna delle parti interessate, istituzionali o private, sia stata coinvolta nelle negoziazioni. Di Maio ha poi esplicitamente citato le “grandi opportunità” per i porti del sud. Ma chiunque abbia qualche dimestichezza con le mappe della Via della Seta marittime sa che – avendo già il Pireo in Grecia – i cinesi non sono per niente interessati al sud Italia. In quelle stesse mappe si citano alternativamente Genova e Trieste: sono quelle le porte di accesso per il nord Europa. Mettere le mani su uno dei due porti ha poi un’unica conseguenza: l’alta velocità.

 

Tutte queste contraddizioni, comprese le ultime decisioni dell’Italia in sede europea, sembrano essere emerse soltanto a fine gennaio, con l’arrivo in Italia del ministro degli Esteri Wang Yi e il concretizzarsi dell’accordo per l’ingresso dell’Italia nella Via della Seta. A quel punto, però, il governo gialloverde si è trovato di fronte a un bivio: aprire un fronte di dissidio diplomatico non solo con l’America, ma con tutta l’alleanza atlantica; aprirne un altro con l’Europa. Oppure far saltare il memorandum con la Cina. La soluzione a questa impasse è stata in parte trovata al Quirinale, l’altro ieri, ma non è ancora definitiva. Anche perché sempre ieri la Nato ha mandato l’ennesimo messaggio d’allarme sulle reti 5G gestite dai colossi cinesi come Huawei e Zte, e come ha già fatto l’America, ha detto che interromperà le comunicazioni con i colleghi tedeschi se Berlino sceglierà di usare tecnologie Huawei.

 

Sui media cinesi l’adesione ufficiale dell’Italia alla Via della Seta non è ancora riportata. Per esempio, sul Global Times l’altro ieri c’era solo un passaggio in riferimento ai rapporti di Pechino con l’Unione europea e sul fatto che “seguendo il percorso dell’Italia, anche Malta starebbe considerando di entrare a far parte della Via della Seta”. Alla quotidiana conferenza stampa del ministero degli Esteri cinese, l’altro ieri, l’ultima domanda era su una “possibile visita in Europa del presidente Xi” la prossima settimana. Il portavoce ha risposto con un “vi faremo sapere”. E’ un modus operandi tipico della Cina, quello di confermare i viaggi di stato all’ultimo momento, ma qui si inserisce un dubbio in più.

 

Qualche settimana fa circolavano insistentemente voci su un possibile annullamento del viaggio di stato di Xi Jinping in Italia e Francia. E il motivo più plausibile per un eventuale annullamento del viaggio di stato riguarda proprio la firma del memorandum. Se il governo avesse deciso di far saltare l’adesione dell’Italia nella Via della Seta, cioè l’accordo politico, i cinesi non avrebbero dato luogo nemmeno agli oltre cinquanta accordi bilaterali che si firmeranno (si firmeranno?) la prossima settimana. Parliamo di ventinove accordi istituzionali, tra enti pubblici e ministeri, e di oltre venti accordi tra imprese private o partecipate e la Cina. Oltre ai porti, ci sono di mezzo, tra gli altri, Cdp, Snam, Fincantieri, Eni, Enel, Unicredit e Intesa, che avrebbero tutto da perdere se adesso il governo italiano decidesse di non firmare – come ha detto ieri Zeno D’Agostino: “Se non dovesse essere firmato il ‘grande’ accordo, probabilmente non saranno siglati nemmeno gli accordi di più piccola entità”. A forza di usare la Cina per andare contro l’America, e l’America e la Cina per ottenere qualcosa dall’Europa, il governo gialloverde si trova adesso al centro di una questione più grande di lui. Nel frattempo, la politica estera italiana si è ridotta a un groviglio, da cui uscire è difficile.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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Commenti all'articolo

  • gesmat@tiscali.it

    gesmat

    15 Marzo 2019 - 17:05

    Anche Germania,Francia, Inghillterra ed altri fanno parte dell nostro gruppo ma gli affari loro se li sono sempre fatti alla grande. Tanto si sa i mafiosi scorretti sono comunque gli italiani.

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  • guido.valota

    15 Marzo 2019 - 15:03

    Vabbe’, Geggino può sempre uscirne raccontando a mr. Ping che una manina ha firmato a sua insaputa.

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  • Giovanni Attinà

    15 Marzo 2019 - 13:01

    Il problema è sempre quello: in Italia , in nome degli accordi commerciali, ci si dimentica che si fa parte di alleanze e bisogna rispettare gli accordi, quando poi di mezzo ci vanno anche le strategie geopolitiche e le alleanze militari.

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  • ancian99

    15 Marzo 2019 - 11:11

    Ciò che più spaventa è l'impreparazione e la faciloneria di due capi popolo che presumono di governare l'Italia, gettandosi nelle braccia del gigante cinese, firmando accordi "commerciali" bilaterali, senza sapere qual'è la reale posta in gioco. Occorrerebbe l'applicazione della procedura prevista per la ratifica di accordi internazionali, in quanto, certamente, l'astuzia del Presidente cinese supera di gran lunga, l'"intelligenza" di un Di Maio o di un Salvini, nell'ampliare, implicitamente, la portata dell'accordo, fino a farne un accordo politico.

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