La Via della Seta è un “Vanity project”

Giulia Pompili

La diplomazia americana dice che i progetti sulla Belt and road portano solo corruzione. La scelta europea

Roma. Nonostante le rassicurazioni del governo sul valore puramente commerciale dellintesa con la Cina sulla Via della Seta, la natura politica del memorandum che l’Italia si appresta a firmare è evidente anche dalle reazioni dei nostri tradizionali alleati. “Abbiamo la nostra posizione sulla Via della Seta: non produce benefici ma produce moltissima corruzione”, ha detto, rispondendo a una domanda del Foglio, Elliott Abrams, rappresentante speciale dell’America per il Venezuela, durante una conferenza stampa nella sede diplomatica americana a Roma. Da giorni si rincorrono voci sulla presenza strategica di Abrams in Italia proprio nel momento in cui si avvicina la firma dell’intesa tra Italia e Cina. La delegazione americana ha tenuto a Roma i primi colloqui con una delegazione russa sulla crisi in Venezuela, ma nella due giorni gli americani hanno avuto colloqui con funzionari del Vaticano, con il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Pietro Benassi, e con alcuni rappresentanti della Farnesina.

   

Quando gli chiediamo se abbia parlato anche di Pechino e delle sue eventuali pressioni sul governo italiano, che è stato l’unico insieme a quello di Grecia, Slovacchia e Irlanda a non aver riconosciuto il governo di Juan Guaidó, Abrams glissa ripetendo la posizione ufficiale dell’America sulla mastodontica operazione d’influenza cinese. Il riferimento è alla “legittimazione dei boriosi progetti infrastrutturali”, definiti così dal portavoce del National Security Council americano Garrett Marquis qualche giorno fa, via Twitter. “Vanity project” è un’espressione usata già dai funzionari americani lo scorso anno per definire i progetti cinesi in Africa. Operazioni che da tempo sono sotto osservazione anche delle istituzioni internazionali perché spesso sono precipitati nella cosiddetta “trappola del debito”: per ogni gigantesca infrastruttura che la Cina fornisce ai paesi africani, quegli stessi paesi cedono un po’ di sovranità, anche e soprattutto nei riguardi delle posizioni da prendere sulla politica estera (non è un caso se l’unico paese rimasto in Africa a riconoscere lo stato di Taiwan è il microscopico Regno dello Swaziland).

  

Il problema internazionale che provoca la firma italiana sulla Via della Seta con la Cina riguarda soprattutto il G7 – alla prossima riunione dei grandi della terra, che si svolgerà a Biarritz, in Francia, dal 24 al 26 agosto, la Cina potrà dire di avere un pezzettino dentro – ma non è solo questo. Il problema è anche europeo: vista da Washington, l’Europa è sempre più determinata a prendere decisioni unilateralmente, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Cina. Ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel, nonostante le ripetute minacce della Casa Bianca, ha detto che il gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei non è escluso dalla gara per l’attribuzione dei lavori per il 5G. “Non escludiamo nessuna impresa o attore”, ha detto la cancelliera, “Diamo a tutti una chance ma certamente, senza essere ingenui, sappiamo che le leggi in Cina sono molto diverse dalle nostre”. La partita del 5G e della penetrazione dei cinesi nel settore europeo è uno dei punti più discussi della frattura tra l’America e l’Europa. Washington ha minacciato di non condividere dati sensibili con i paesi che adotteranno tecnologie cinesi, ma nel frattempo Berlino ha scelto la linea dura. L’Italia ancora non si sa: da giorni il governo gialloverde dice che non ci sarà alcuna collaborazione nel settore delle telecomunicazioni con Pechino, ma la controparte cinese dice il contrario.

 

A Bruxelles, nel frattempo, la situazione sta cambiando velocemente anche solo dal punto di vista del linguaggio. L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini, ha incontrato l’altro ieri il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, e nonostante entrambi abbiano parlato di una “competizione inevitabile” tra Cina ed Europa, in realtà è la prima volta che si parla così insistentemente di una “cooperazione strategica”, e parecchie novità potrebbero esserci da qui ad aprile, quando si terrà il prossimo Eu-China Summit. Il viaggio europeo del presidente Xi Jinping – che sarà in Italia, ma anche nel principato di Monaco e in Francia – va letto dunque anche in questo senso: è la diga che crolla, e la possibilità anche per altri paesi dell’Unione di avvicinarsi sempre di più a Pechino, con le conseguenze geopolitiche del caso.

   

La politica dell’America First, che ha messo sullo stesso livello i rapporti di Washington con Bruxelles e Pechino, sicuramente ha accelerato l’apertura a est non solo dei singoli paesi, ma anche dell’intera Europa.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.