cerca

La Via della Seta è un “Vanity project”

La diplomazia americana dice che i progetti sulla Belt and road portano solo corruzione. La scelta europea

Giulia Pompili

Email:

pompili@ilfoglio.it

20 Marzo 2019 alle 06:00

La Via della Seta è un “Vanity project”

Vista notturna del porto di Lianyungang, uno dei principali sbocchi dalla Cina orientale all'Oceano Pacifico (foto LaPresse)

Roma. Nonostante le rassicurazioni del governo sul valore puramente commerciale dellintesa con la Cina sulla Via della Seta, la natura politica del memorandum che l’Italia si appresta a firmare è evidente anche dalle reazioni dei nostri tradizionali alleati. “Abbiamo la nostra posizione sulla Via della Seta: non produce benefici ma produce moltissima corruzione”, ha detto, rispondendo a una domanda del Foglio, Elliott Abrams, rappresentante speciale dell’America per il Venezuela, durante una conferenza stampa nella sede diplomatica americana a Roma. Da giorni si rincorrono voci sulla presenza strategica di Abrams in Italia proprio nel momento in cui si avvicina la firma dell’intesa tra Italia e Cina. La delegazione americana ha tenuto a Roma i primi colloqui con una delegazione russa sulla crisi in Venezuela, ma nella due giorni gli americani hanno avuto colloqui con funzionari del Vaticano, con il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Pietro Benassi, e con alcuni rappresentanti della Farnesina.

   

Quando gli chiediamo se abbia parlato anche di Pechino e delle sue eventuali pressioni sul governo italiano, che è stato l’unico insieme a quello di Grecia, Slovacchia e Irlanda a non aver riconosciuto il governo di Juan Guaidó, Abrams glissa ripetendo la posizione ufficiale dell’America sulla mastodontica operazione d’influenza cinese. Il riferimento è alla “legittimazione dei boriosi progetti infrastrutturali”, definiti così dal portavoce del National Security Council americano Garrett Marquis qualche giorno fa, via Twitter. “Vanity project” è un’espressione usata già dai funzionari americani lo scorso anno per definire i progetti cinesi in Africa. Operazioni che da tempo sono sotto osservazione anche delle istituzioni internazionali perché spesso sono precipitati nella cosiddetta “trappola del debito”: per ogni gigantesca infrastruttura che la Cina fornisce ai paesi africani, quegli stessi paesi cedono un po’ di sovranità, anche e soprattutto nei riguardi delle posizioni da prendere sulla politica estera (non è un caso se l’unico paese rimasto in Africa a riconoscere lo stato di Taiwan è il microscopico Regno dello Swaziland).

  

Il problema internazionale che provoca la firma italiana sulla Via della Seta con la Cina riguarda soprattutto il G7 – alla prossima riunione dei grandi della terra, che si svolgerà a Biarritz, in Francia, dal 24 al 26 agosto, la Cina potrà dire di avere un pezzettino dentro – ma non è solo questo. Il problema è anche europeo: vista da Washington, l’Europa è sempre più determinata a prendere decisioni unilateralmente, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Cina. Ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel, nonostante le ripetute minacce della Casa Bianca, ha detto che il gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei non è escluso dalla gara per l’attribuzione dei lavori per il 5G. “Non escludiamo nessuna impresa o attore”, ha detto la cancelliera, “Diamo a tutti una chance ma certamente, senza essere ingenui, sappiamo che le leggi in Cina sono molto diverse dalle nostre”. La partita del 5G e della penetrazione dei cinesi nel settore europeo è uno dei punti più discussi della frattura tra l’America e l’Europa. Washington ha minacciato di non condividere dati sensibili con i paesi che adotteranno tecnologie cinesi, ma nel frattempo Berlino ha scelto la linea dura. L’Italia ancora non si sa: da giorni il governo gialloverde dice che non ci sarà alcuna collaborazione nel settore delle telecomunicazioni con Pechino, ma la controparte cinese dice il contrario.

 

A Bruxelles, nel frattempo, la situazione sta cambiando velocemente anche solo dal punto di vista del linguaggio. L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini, ha incontrato l’altro ieri il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, e nonostante entrambi abbiano parlato di una “competizione inevitabile” tra Cina ed Europa, in realtà è la prima volta che si parla così insistentemente di una “cooperazione strategica”, e parecchie novità potrebbero esserci da qui ad aprile, quando si terrà il prossimo Eu-China Summit. Il viaggio europeo del presidente Xi Jinping – che sarà in Italia, ma anche nel principato di Monaco e in Francia – va letto dunque anche in questo senso: è la diga che crolla, e la possibilità anche per altri paesi dell’Unione di avvicinarsi sempre di più a Pechino, con le conseguenze geopolitiche del caso.

   

La politica dell’America First, che ha messo sullo stesso livello i rapporti di Washington con Bruxelles e Pechino, sicuramente ha accelerato l’apertura a est non solo dei singoli paesi, ma anche dell’intera Europa.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • marco.carestia

    25 Marzo 2019 - 20:08

    Una dittatura militare che minaccia un giornalista alla firma del memorandum è un segnale inquietante

    Report

    Rispondi

  • eleonid

    20 Marzo 2019 - 07:07

    Gli americani, o meglio Trumph, devono convincersi che il mondo è cambiato . Ed è cambiato proprio ad opera loro. Gli europei ,che poi hanno fondato le Americhe, credo che siano perfettamente consci della partita commerciale che stanno giocando. Certo , ciò avrà implicazioni politiche, ma questo è nella ragione delle cose che ci permettono di convivere ,speriamo , ancora nella pace e nel benessere generalizzato . La Cina si è evoluta sul piano economico grazie agli americani e solo successivamente in parte minoritaria agli europei.Speriamo che cresca anche sul piano dei diritti civili e politici. E speriamo che gli europei nel contempo non ne facciano all'indietro. D'altra parte è la stessa America che ha insegnato ad avere un'apertura mentale verso il mondo degli affari, e spesso l'ha fatto anche con metodi poco ortodossi democraticamente. Certo se gli europei ,ed in particolare gli italiani, sbaglieranno , si porteranno dietro tutte le conseguenze del colonialismo cinese.

    Report

    Rispondi

Servizi