L'Italia è alla deriva. L'avvertimento della Bce

Luciano Capone

Indisciplinata, rischiosa e sola. Nell’Eurozona tutti i paesi (Grecia inclusa) hanno iniziato a risanare i conti pubblici e crescere. Noi no

Roma. Ieri, mentre il Tesoro era impegnato in un’asta da circa 5 miliardi di Btp e il ministro Tria nel braccio di ferro con gli alleati di governo sul livello del deficit, la Bce illustrava il quadro economico dell’Eurozona nel Bollettino mensile: “I differenziali sui titoli di stato hanno mostrato un certo livello di volatilità, in un contesto caratterizzato dal perdurare dell’incertezza politica in Italia”. Siamo noi l’anomalia. Il grafico, che mostra l’andamento degli spread, è ancora più esplicito: mentre il rendimento dei bond di Germania, Francia, Spagna e Portogallo rimane stabile, quello dell’Italia – il più alto – è schizzato verso l’alto dal momento della nascita della maggioranza di governo. Lo spread dell’Italia, invece, va in controtendenza, aumenta e senza contagiare in alcun modo i paesi periferici. Che vuol dire: divergenza economica e isolamento politico. 

  

 

La battaglia del Def per l’aumento del deficit – 2,4 per cento, rispetto allo 0,8 previsto – nel momento in cui finisce il Quantitative easing della Bce e nei giorni in cui la Fed annuncia un aumento dei tassi, più che un caso economico di incoerenza temporale sembra un caso clinico di dissonanza cognitiva. L’Italia non si rende conto in quale ambiente economico si trova e si comporta in maniera completamente deviante.

 

Quando il vicepremier Luigi Di Maio legge la “Loi de finances” di Macron e afferma: “Facciamo come la Francia!”, vuol dire che legge il numero del deficit al 2,8 per cento senza comprenderne il significato. La Francia è uscita dalla procedura di infrazione, sta continuando a ridurre il deficit che – al netto di una misura una tantum concordata con la Commissione – è all’1,9 per cento e per il 2019 riduce il deficit strutturale dello 0,3 per cento. L’Italia pretende di fare l’esatto opposto: un peggioramento del disavanzo strutturale con spesa corrente senza accordi con l’Europa. Una linea di politica economica che nessuno intende percorrere. Non la Spagna, che pure con il nuovo governo socialista vuole allentare il bilancio, ma dopo essere uscita anch’essa dalla procedura di infrazione dovrebbe portare il deficit sotto al 2 per cento. E infatti, nonostante abbia un governo di minoranza, quindi una situazione politica più instabile, grazie a una crescita sostenuta non soffre sui mercati finanziari. Neppure un altro paese mediterraneo come il Portogallo, guidato da un esecutivo social-comunista, si lancia in manovre ultraespansive. Anzi, Lisbona cresce e rispetta le regole europee, prevedendo per il 2019 un deficit dello 0,2 per cento (era del 3 per cento nel 2017) e paga uno spread 100 punti più basso del nostro. Questo vuol dire debito pubblico in calo dal 130 per cento del 2016 al 120 del 2019, fino al 107 del 2021. Discorso simile per un paese storicamente ad alto debito pubblico come il Belgio, che dovrebbe veder scendere il debito/pil sotto la soglia del 100 per cento nel 2019-2020.

 

Complessivamente nell’area euro tutti i paesi – Grecia inclusa – hanno cominciato a crescere e a risanare i conti pubblici, nel rispetto delle regole europee. L’Italia invece è l’unico paese che si comporta in maniera discordante. E la divergenza economica vuol dire anche progressivo isolamento politico. L’Italia non troverà in Europa nessun paese disposto ad avallare le sue richieste, indebolendo qualsiasi ipotesi di riforma dell’Eurozona a nostro favore. Ci resterà l’alleanza con l’Ungheria di Orbán, che però è fuori dall’Eurozona e si oppone a qualsiasi forma di redistribuzione dei migranti.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali