"Questi fanno debito proprio come noi". Parla Pomicino
âAl governo ci sono gli allievi scarsi della mia finanza fatta in deficitâ. O' ministro compare in Transatlantico e si specchia nel governo del cambiamento. âMagari ascoltassero me e Scottiâ
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27 SEP 18

Paolo Cirino Pomicino (elaborazione grafica Il Foglio da foto LaPresse archivio storico 1991)
Roma. âMi accusano di aver fatto il debito pubblico, ma è esattamente quello che fanno loro oggiâ, dice con gli occhi iniettati dâironia. âQuesti del governo sono come noi negli anni Ottantaâ, aggiunge. E a questo punto il vecchio ministro andreottiano lascia seguire una pausa declamatoria. âCon una piccola differenza però⌠a quei tempi lâItalia cresceva del 2 per cento allâanno e noi dovevamo battere la super inflazione e il terrorismoâ. Insomma Paolo Cirino Pomicino sta dicendo che Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i proconsoli del governo del cambiamento, sono allâincirca allegri come i governi del Caf, ma con settanta punti di debito pubblico in piĂš e un deficit orientato ânon agli investimenti bensĂŹ a far aumentare la spesa correnteâ.
Sono le due del pomeriggio, nellâAula di Montecitorio i deputati di maggioranza e opposizione sâaccapigliano, mentre poco piĂš in lĂ , a Palazzo Chigi, il governo prepara una riunione turbinosa: la maggioranza vuole sfondare il tetto del deficit, approvare pensioni da 800 euro per tutti e stipendi di cittadinanza da 780 euro per chiunque non abbia un lavoro. Il bengodi, la cuccagna, il paese dei balocchi, lâalbero degli zecchini. Ma il ministro dellâEconomia, Giovanni Tria, non è dâaccordo, minaccia le dimissioni. Qualcuno nella Lega parla di sostituirlo. In un angolo câè il sottosegretario grillino Vincenzo Spadafora: âO si fa il reddito di cittadinanza o Tria va a casaâ. Boom. Câè persino chi si spinge a immaginare un interim per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E allora, mentre il Documento di economia e finanza sparisce, ricompare, sâinabissa e fa di nuovo capolino nei meandri dei ministeri, ecco che in Parlamento si levano discorsi dallâaria drammatica e vagabonda. Alcuni deputati di Forza Italia attraversano il Transatlantico con la camicia slacciata, la cravatta larga e pendente: âMa i leghisti non possono essere impazziti fino a questo punto. CosĂŹ finisce maleâ.
In questo clima di sfacelo e di euforia, mentre i grillini esultano allâaumentare della spesa pubblica, ecco che lo spirito del tempo, il braccio sapiente del destino, o forse la divinitĂ suprema che governa lâironia delle circostanze, fanno comparire nel bel mezzo di Montecitorio lâex ministro della programmazione economica del governo Andreotti VI, lâex presidente della Commissione bilancio, lâuomo che segnò e incarnò e predicò il tempo felice dellâItalia che cresceva ma con le pensioni a 53 anni e le grandi aziende di stato quasi sempre in perdita.
Eccolo dunque Paolo Cirino Pomicino, piccolo, tondo e vitale. Percorre a passi rapidi il lungo tappeto che divide a metĂ la grande sala del Transatlantico. âCerto che darei dei consigli ai Cinque stelleâ, dice. âNon avrei difficoltĂ alcuna. E non avrei nemmeno alcuna difficoltĂ a indicare loro dove trovare le risorse che apparentemente non riescono a recuperare nella manovraâ.
Osservarlo è uno stordimento che somiglia al torpore febbricitante in cui Don Chisciotte vede comparire le illusioni. âProprio lâaltro giorno riflettevo su un fattoâ, sorride. âE cioè che sono stato lâultimo ministro economico di origine politica e non tecnica che abbia avuto lâItalia. Un giorno Guido Carli disse ad Andreotti, me presente, che âil governo dei tecnici è una illusione o una eversioneâ. Ma quando la politica accusa i tecnici di frenare, come fa Di Maio, ebbene in quel momento la politica testimonia soltanto la propria debolezza. Io da ministro avevo Monorchio alla Ragioneria generale dello stato, De Lise capo di gabinetto, Draghi direttore generale del Tesoro, e Ciampi alla Banca dâItalia. Facevamo delle riunioni ogni mese. Ma eravamo io e Rino Formica a dare le carte. I politici. Sempre. Solo che per dare le carte devi sapere le coseâ.
E allora Oâ ministro spiega, con la condiscendenza usata verso il provinciale che viene portato a corte: âSe pensi che siano i tecnici a fermarti è perchĂŠ tu non conosci i numeri, i bilanci, le alchimie che si possono combinare. Da che mondo è mondo i tecnici indicano i rischi delle scelte, ma poi le scelte le prendono i politici. Hanno bisogno di 100 miliardi? Io glieli troverei subitoâ, dice Pomicino, spiritosamente, con gli occhi che dâimprovviso gli sâilluminano come lo schermo dâuna calcolatrice, o forse quello dâuna slot-machine. Anche se a far debito il governo del cambiamento â câè da dire â sembra capace pure da solo, e senza bisogno di un aiuto competente.
âMa davvero pensano di trovare le risorse tagliando le pensioni a quattro vecchi che prendono piĂš di 4.500 euro di pensione? I soldi vanno cercati dove ci sono, non dove non ci sono. Eâ tutto fuori misura e fuori logica. Qua non parlano di come aumentare le pensioni basse, ma parlano di come tagliare quelle alte. Eâ tutto pazzesco. E anche farsesco. Alla fine saremo tutti piĂš uguali, ma nella povertĂ . E la cosa deve spaventare. PerchĂŠ quando la gente è giĂ povera, può resistere in questa condizione per tutta la vita. Ma se al contrario sâimpoverisce, allora perde la testa e diventa pericolosa. Anche noi da ragazzi volevamo fare la rivoluzione. Ma chiedevamo, leggevamo, ci informavamo, studiavamo, avevamo gente anche piĂš anziana a cui rivolgerciâ.
Eppure un mentore di rango i Cinque stelle ce lâhanno: Vicenzo Scotti. âCon Scotti siamo amici da quarantâanni. Eravamo insieme nella corrente andreottiana della Dc. Solo che lui, lui che Donat Cattin chiamava Tarzan, al congresso del 1984 ruppe con noi per contrapporsi a De Mita. Salvo poi, dopo il congresso, allearsi con De Mita. Un genio. Tarzan, appunto. Lâho anche chiamato al telefono recentemente per fargli i complimenti nel giorno in cui sâè formato il governoâ. PerchĂŠ per fargli i complimenti? âGli ho detto: hai nominato il ministro della Difesaâ. Chi? âElisabetta Trenta, che è una professoressa della sua UniversitĂ , la Link-Campus. âBravissimo!â, gli ho detto a telefono. Lui però si è adombrato. Ma io sul serio penso che Scotti sia ammirevole. A ottantacinque anni continua a fare quello che faceva quando ne aveva quarantaâ.
Scotti è molto persuasivo e denso nello spiegare la sua fascinazione per il fenomeno del cambiamento grillino. âGuardi che Scotti non crede a una parola di quelle che dice sui Cinque stelleâ. E lei come lo sa? âPerchĂŠ lo conoscoâ. Ma è convincente. âCerto che è convincente. Eâ un democristiano, mica un grillino. Purtroppo però non è vero nemmeno che consiglia i Cinque stelle. Dâaltra parte se il patrimonio di Scotti fosse stato messo al servizio di questi ragazzotti, si vedrebbeâ. Ovvero? âNon credo che avrebbe mai suggerito loro di minacciare il mondo intero: lâUnione europea, i nostri alleati storici, lâOnu, il ministro dellâEconomia, i funzionari del Mef, persino il presidente della Repubblica. Se Salvini avesse seguito Di Maio sulla storia dellâimpeachment a Mattarella, saremmo andati incontro a una crisi istituzionale gravissima. Il M5s è questa roba qua. Eâ lâautoritarismo, lâestrema destra. Poi certo câè anche il folclore, câè Toninelli⌠Questi ragazzi non coltivano la saggezza del dubbio, esprimono soltanto lâorgoglio delle certezze. Esprimono atteggiamenti continuamente intimidatori che vanno ben oltre il bullismo di Salviniâ.
PerchĂŠ Salvini è diverso? âHa un tono esagerato, ma impone dei problemi che esistono come lâimmigrazione. Guida un partito che ha venticinque anni di storia parlamentare, una classe dirigente formata nei comuni, nelle province, nelle regioni. La Lega è un partito strutturato. Nel M5s ci sono invece soltanto un âcapo politicoâ e un âsantoneâ che decidono cosâè il bene e cosâè il maleâ.
Intanto il sole comincia a calare su Montecitorio, mentre da Palazzo Chigi arrivano segnali distensivi: la spesa in deficit aumenterĂ , ma non troppo, dicono. E Tria non si dimette. Anche Pomicino allora sfuma nella penombra, si allontana come un sogno, una visione o forse un miraggio, con le ultime parole, un vaticinio, una parabola che precipita dal fondo remoto dellâItalia allegra degli anni Ottanta: âLa spesa in deficit di per sĂŠ non è perversa. Solo che stavolta questi raddoppiano la disoccupazione e anche il debitoâ. Ed è come se volesse dire che i ragazzi del cambiamento sono troppo scarsi persino per indebitarsi nella maniera corretta, professionale.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico âGalileoâ a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.