Perché l'ultima cosa che serve ai professionisti è la “dual tax”

Andrea Dili e Marco Leonardi

Rischi per la sostituzione del lavoro dipendente con quello autonomo, sulla compliance fiscale e sulla produttività

Se il governo tiene fede alla linea Tria – ovvero mantenere il deficit al di sotto del livello che non fa aumentare il debito (2 per cento) – dovrà necessariamente adottare misure radicalmente diverse da quelle contenute nel “contratto” di governo. Anche in merito alla cosiddetta flat tax che, declinata a maggio quale modalità universale di imposizione sui redditi delle persone fisiche, viene trasformata a settembre in un semplice allargamento del regime forfettario ideato dal governo Renzi per coloro che esercitano un’attività di impresa o arti e professioni. L’accesso a tale regime è oggi consentito soltanto a soggetti di minime dimensioni, sulla base di requisiti predeterminati. Particolarmente interessante è il caso dei professionisti, che devono rispettare i seguenti limiti dimensionali: massimo 30.000 euro di compensi, modesti oneri per lavoro dipendente (non oltre 5.000 euro) e investimenti complessivi non superiori a 20.000 euro.

 

Oltre a essere paradossale perché trasforma un regime forfettario davvero “piatto” in “duale” in base ai compensi percepiti, l’idea di allargare le agevolazioni fiscali taglierebbe fuori gli studi professionali più grandi e organizzati. Cioè chi assume e chi investe di più. Non è molto saggio

Per coloro che soddisfano tali condizioni viene prevista – in luogo dell’Irpef e delle relative addizionali regionali e comunali – l’applicazione di una imposta sostitutiva, del 5 per cento per i primi cinque anni di attività e del 15 per cento per gli anni successivi, su imponibili determinati forfettariamente nel 78 dei compensi percepiti nell’anno.

 

L’ultima versione della proposta del governo, circolata sui media, prevede un ampliamento di tale regime portando il limite massimo dei compensi a 100.000 euro, con l’applicazione di un’aliquota del 15 per cento sui primi 65.000 euro e del 20 per cento sulle somme eccedenti. Di fatto, quindi, l’annuncio della flat tax nasconde un effetto paradossale: la trasformazione dell’attuale modello forfettario “flat” in un sistema “dual” moderatamente progressivo.

 

Gli effetti di tale intervento potrebbero essere particolarmente rischiosi sia in termini di possibile sostituzione del lavoro dipendente con quello autonomo, sia sulla compliance fiscale, sia sulla produttività degli studi professionali.

 

Il primo effetto deriva dal fatto che i dipendenti vengono tassati con le tradizionali aliquote progressive a scaglioni, mentre gli autonomi potrebbero optare per un regime forfettario (seppur “dual” e non “flat”) molto conveniente. Tant’è che, a parità di reddito, il lavoratore autonomo verserà meno imposte del lavoratore dipendente. Le simulazioni apparse in questi giorni sulla stampa specializzata misurano la portata di tale affermazione, dimostrando come sussista il fondato rischio che si possa favorire l’avvicendamento dei lavoratori dipendenti con (false) partite Iva. In tal senso i numeri parlano chiaro: l’ampliamento del regime forfettario, infatti, costituisce un incentivo alla “sostituzione” tanto per il lavoratore (che nell’ipotesi di un reddito lordo di 50.000 euro godrebbe – a parità di costo per il datore di lavoro – di un incremento del proprio reddito netto superiore al 50 per cento) quanto per l’azienda (che nella medesima ipotesi potrebbe diminuire il proprio costo del lavoro di circa il 30 per cento).

 

Tale fenomeno potrebbe interessare un numero assai significativo di soggetti, anche nel pubblico impiego, considerando che i più recenti dati sui redditi degli italiani mostrano che i contribuenti con reddito prevalente da lavoro dipendente fino a 100.000 euro sono circa 3,6 milioni. Ulteriore spinta, inoltre, potrebbe venire dalle nuove regole che limitano l’utilizzo dei contratti a termine e, se fosse confermato, dal proposito di cancellare gli 80 euro per destinarli al cosiddetto reddito di cittadinanza.

 

Vi potrebbero poi essere effetti controproducenti anche sulla compliance fiscale. Nel regime forfettario, infatti, imposte e contributi da versare sono indipendenti dai costi effettivamente sostenuti, con la naturale conseguenza che tutti coloro che vi aderiranno non avranno interesse ad acquisire fatture che non possono scaricare. Senza considerare che il forfettario non prevede l’applicazione dell’Iva in fattura, quindi determina una distorsione della concorrenza nei settori dove la clientela è formata da consumatori finali o pubbliche amministrazioni.

 

Ma l’effetto potenzialmente più negativo potrebbe riguardare proprio produttività e competitività degli studi professionali italiani, che già oggi presentano una dimensione media (2,7 addetti) di gran lunga inferiore ai più avanzati stati europei. Gli studi più organizzati, infatti, non avranno la possibilità di accedere al regime agevolato, vuoi per le limitazioni legate agli investimenti in risorse umane e beni strumentali, vuoi per l’esclusione di associazioni professionali e società. In tal senso l’ampliamento del regime forfettario, disincentivando la costituzione di studi integrati e multidisciplinari, penalizza proprio chi assume e chi investe. Non molto saggio in un mercato dove, al contrario, occorrerebbe sostenere la nascita di organizzazioni capaci di fornire servizi ad alto valore aggiunto.

 

L’Istat a novembre scorso ha pubblicato le statistiche sulla produttività nel periodo 1995-2015: notoriamente l’Italia se la passa molto male a crescita della produttività, ma il record negativo va proprio alle attività professionali meno 2,6 per cento. L’ultima cosa che ci vuole è il pasticcio della mini dual tax all’italiana.

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