Il premier Giuseppe Conte e, a destra, il ministro dell'Economia Giovanni Tria (foto LaPresse)

Affidabilità addio. Perché il dramma dell'Italia è la sua brexit invisibile

Claudio Cerasa

La fuga degli investimenti, l’immobilismo, lo scontro tra Palazzo Chigi e il Mef e la perdita di credibilità di un paese che diventa affidabile solo quando riesce a smontare il contratto di governo. Contro la legge d’instabilità populista

Sembra uno scioglilingua ma il futuro dell’Italia passa da questo gioco di parole. Tema: può essere credibile un paese la cui credibilità è legata alla speranza che le promesse fatte da un governo possano essere sistematicamente tradite? La settimana che si apre è una settimana delicata che ci permetterà di capire verso quale orizzonte si muoverà la prima legge di stabilità del governo gialloverde. Entro il 29 settembre, il ministro dell’Economia Giovanni Tria dovrà presentare la nota di aggiornamento del def (e a una settimana dalla nota il portavoce del presidente del Consiglio dice che i tecnici del Mef sono “pezzi di merda”: i teorici della svolta moderata del M5s devono aver studiato nella stessa scuola dove Di Maio ha imparato la geografia). Ma il suo scopo principale non sarà mettere insieme le richieste pazze degli azionisti di governo sul deficit ma sarà quello di convincere Di Maio e Salvini su un aspetto importante: siete davvero disposti a mettere a rischio la stabilità dell’Italia per non mettere a rischio la stabilità del vostro elettorato? 

 

Per quanto il governo del cambiamento abbia lasciato intendere in più occasioni di essere disposto a fottersene dei mercati, degli spread e degli investitori internazionali, alcune dinamiche delle ultime settimane ci dicono che le parole rassicuranti sui vincoli europei messe in fila a inizio mese da Salvini e da Di Maio hanno avuto un impatto sulla percezione dell’Italia tra gli investitori e da un paio di settimane lo spread non sale più come un tempo e l’umore dei fondi di investimento pur essendo ancora molto negativo sul nostro paese è meno negativo rispetto a qualche mese fa.

 

Venerdì scorso, BofA Merrill Lynch ha diffuso i risultati di un sondaggio condotto a livello globale e regionale tra i gestori di fondi e misurando il sentiment degli investitori europei rispetto ai principali mercati azionari nazionali è emerso uno scenario di questo tipo rispetto ai progetti futuri in termini di allocazione delle proprie risorse. Il 32 per cento dei fondi ha annunciato di essere intenzionato a rafforzare i suoi investimenti in Germania, il 15 per cento ha annunciato di essere intenzionato a rafforzare i suoi investimenti in Francia, il 20 per cento ha annunciato di voler diminuire i suoi investimenti in Italia, il 42 per cento ha annunciato di voler diminuire i suoi investimenti nel Regno Unito. I dati italiani sono ancora molto negativi ma sono leggermente migliori rispetto al mese precedente, quando il calo degli investimenti dei fondi era stato stimato al 27 per cento.

 

Il sondaggio che abbiamo citato è solo uno dei tanti indicatori che ci danno la possibilità di misurare l’umore dei mercati sull’Italia ma ci permette di spiegare che in un momento non facile per il nostro paese l’unico modo per essere credibili tra gli investitori è promettere che il contratto di governo da 100 miliardi di euro a regime presentato a maggio da Salvini e Di Maio è solo carta da parati. E’ possibile che a questo giro il ministro Tria riesca ad avere la meglio e riesca a trovare un modo per dominare tanto i populismi quanto i mercati (il Movimento 5 stelle che fa sue le parole del portavoce del presidente del Consiglio sui tecnici del Mef che altro non sarebbero che “dei pezzi di m” non è solo uno scontro tra M5s e tecnici ma è la seconda puntata della serie “impeachment contro il presidente della Repubblica”).

  

“Grazie a Tria, a Mattarella, a Moavero e speriamo anche grazie a Conte, per il momento l’Italiexit è evitata e per qualche mese la fuffa populista riuscirà a nascondere con qualche fuoco d’artificio la sua incapacità a migliorare i problemi dell’Italia.
Ma un governo che risulta credibile solo nella misura in cui dimostra che le proprie promesse non sono credibili è un governo di barbari che non va romanizzato ma che va semplicemente combattuto con tutte le forze possibili”

  

Ma una volta che avremo avuto la possibilità di studiare le linee guida della legge di stabilità a prescindere da quanto reddito di cittadinanza sarà presente, a prescindere da quanta flat tax sarà presente, a prescindere da quanta controriforma delle pensioni sarà presente, la domanda che tutti noi dovremmo porci è una e soltanto una: ma che cosa c’è in questa legge che aiuti l’Italia a crescere? E più in generale, questo governo ha un’idea per aumentare non solo il tasso dei consensi dei partiti ma anche il tasso di crescita della nostra produttività?

 

Dal punto di vista economico, l’arrivo del governo gialloverde non è stato dei più fortunati e negli ultimi mesi sulle teste di Salvini e Di Maio, anche grazie alle battaglie commerciali dell’amico Donald Trump, è andato via via a formarsi un insieme di nuvole che non lascia presagire altro che l’inizio di una tempesta perfetta. Proviamo a mettere insieme alcuni dati. L’Ocse ha rivisto al ribasso il pil italiano, che per il 2018 dovrebbe passare da +1,4 a +1,2 per cento. A luglio le richieste di disoccupazione rispetto al 2017 sono cresciute del 9,4 per cento. Sempre a luglio, i nuovi ordinativi industriali sono scesi del 2,3 per cento. Sempre a luglio, le esportazioni sono scese del 2,6 per cento. Sempre a luglio, la produzione industriale è scesa dell’1,8 per cento. Per due mesi consecutivi, prima in maggio e poi ancora in giugno, gli investitori stranieri hanno ridotto le loro posizioni sul rischio Italia, e solo a giugno i portafogli dei non residenti erano pari a 713,9 miliardi contro i 772,2 di aprile: calo di 58 miliardi. A luglio gli investitori esteri hanno realizzato acquisti netti di titoli di stato italiani per 8,7 miliardi di euro ma nonostante questo ad agosto il clima di fiducia dei consumatori rispetto al mese precedente è passato da 116,2 a 115,2 e lo stesso vale per il clima di fiducia delle imprese (da 105,3 a 103,8).

 

L’Italia che si ritrovano a guidare oggi Salvini e Di Maio è un’Italia che proprio nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno di una frustata sulla crescita, di una svolta sulla produttività, di una grande campagna di conquista di investitori stranieri si ritrova a fare i conti con un governo la cui credibilità dipende dalla non realizzazione del suo programma. E un’Italia in queste condizioni avrebbe bisogno di tutto tranne che di un governo che fa dell’immobilismo un punto di forza.

 

Grazie a Tria, a Mattarella, a Moavero e speriamo anche grazie a Conte, per il momento l’Italiexit è evitata e per qualche mese la fuffa populista riuscirà a nascondere con qualche fuoco d’artificio la sua incapacità a migliorare i problemi dell’Italia. Ma quando i provvedimenti sul lavoro del ministro Di Maio produrranno non maggiore occupazione ma maggiore disoccupazione. Quando le parole irresponsabili di Salvini e Di Maio torneranno a scoraggiare gli investitori internazionali. Quando le banche a causa dello spread aumentato di cento punti negli ultimi mesi saranno costrette ad alzare il tasso dei mutui. Quando sarà purtroppo chiaro che la competizione populista tra Di Maio e Salvini non porterà nessuno dei due a compiere una svolta moderata alla Tsipras. Quando avverrà tutto questo, qualcuno forse comincerà a capire che un governo che risulta credibile solo nella misura in cui dimostra che le proprie promesse non sono credibili è un governo di barbari che non va romanizzato ma che va semplicemente combattuto con tutte le forze possibili. Per evitare che faccia troppi disastri. Ma per evitare soprattutto che a eleggere il successore del presidente della Repubblica, oggi unico vero contrappeso all’Italia sfascista, non sia un Parlamento dominato da un partito rappresentato da un portavoce del governo che minaccia i funzionari di un ministero e a nome della Di Maio Associati (speriamo non di Conte) promette di far azzannare tutti coloro che tentano di contrapporre ai populisti di governo un’arma pericolosa per i campioni delle fake news: la forza tranquilla della realtà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.