Tria, il ministro di nessuno che però tutti vollero per far nascere il governo

Valerio Valentini

Ora Lega e M5s lo descrivono come un intruso, lui e il suo Mef, ma furono loro a invocarlo. La memoria corta della Castelli

Roma. A figurarselo oggi, retrospettivamente, sulla base delle dichiarazioni esagitate dei grilloleghisti al governo, l’approdo di Giovanni Tria a Via XX Settembre appare un atto eversivo, irrazionale. Un intruso, lo giudicherebbe senza dubbio il famoso marziano di Flaiano appena atterrato. Come, insomma, se la sua nomina a ministro dell’Economia fosse figlia di nessuno. “E’ poco coraggioso”, gli rimproverano i leghisti; “Va rimesso in carreggiata”, incalzano i grillini, quando pure non ne preconizzano le inevitabili dimissioni. “Tria fa rima con massoneria”, scrive su Twitter l’ineffabile senatore del M5s Elio Lannutti, subito sostenuto da quel grande osservatore di scandali che è Dino Giarrusso: due che quando c’è da dire “le cose come stanno”, gli va dato atto, le dicono meglio di chiunque altro. E qui, in qualche modo, il trip allucinogeno sembra sublimarsi: perché proprio quello della massoneria fu, come sempre è nel momento della massima eccitazione a cinque stelle, l’argomento utilizzato dai grillini per far sì che all’apoteosi di Tria si potesse arrivare. Luigi Di Maio, nelle ore più calde della fine di maggio, quando tutto sembrava sul punto della capitolazione per l’opposizione del Quirinale alla nomina di Paolo Savona, lo confidò a Carlo Cottarelli: “Non sapevo dell’iscrizione di Savona alla massoneria americana”. Di più. “Savona è un supermassone, della stessa loggia di Giancarlo Elia Valori”, precisava Laura Castelli. La stessa che oggi si accanisce nelle sue trame quotidiane contro l’economista di Tor Vergata, ma che fece, proprio lei, il passo decisivo per spianargli la strada verso Via XX Settembre dettando alle agenzie: “Stupisce che Paolo Savona, persona di grande spessore culturale e sensibilità politica, non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro”.

 

E’ il pomeriggio del 30 di maggio – “ore cruciali, c’è una situazione di instabilità che rischia di essere pagata dai cittadini e dal paese”, afferma, allarmata, la Castelli – e il ritorno alle urne appare talmente scontato che l’unico dubbio verte sulla data del nuovo voto: ottobre 2018 o febbraio 2019. E invece Di Maio viene ricevuto al Colle, lì gli viene suggerito da Sergio Mattarella – lo stesso per cui il M5s chiedeva l’impeachment fino a poche ore prima, ma vabbè – il nome di Tria. La Lega è d’accordo. E così il governo del cambiamento può partire. O meglio, solo così, dacché Tria, a differenza di mister Piano B, gode non solo della stima del Colle, ma anche di quella di Via Nazionale e, soprattutto, di Francoforte: le cancellerie dell’Europa che conta benedicono l’operazione, le opposizioni parlamentari pure.

 

Nel mondo di Forza Italia Tria è conosciuto, ha lavorato con Renato Brunetta, e insomma è una garanzia per il rispetto, benché nelle sue linee di fondo, del programma del centrodestra. Lui, d’altronde, non ha mai rinnegato le sue idee, la sua natura di uomo insofferente all’ortodossia dell’austerity, certo, e però cauto, refrattario alle tentazioni dello sfascio. Il 14 maggio, del miracolistico contratto di governo gialloverde scriveva: “Con tutto il rispetto per le competenze riunite intorno al tavolo delle trattative, poi le norme attuative dei propositi si dovranno scrivere con le competenze istituzionali in grado di misurare effetti di bilancio e coerenze legislative di sistema. E in genere la realtà delle cifre ridimensiona spesso la visione”. Niente deficit allegro, niente uscita dall’euro, Tria lo mette in chiaro subito. Il 9 giugno, nella sua prima intervista da ministro, sentenzia: “I nuovi conti saranno presentati con la nota di aggiornamento del Def in settembre. Ma saranno del tutto coerenti con l’obiettivo di proseguire sulla strada della riduzione del rapporto debito/pil”. Stupore generale, ma gli stati maggiori di Lega e M5s, serafici: “Intervista concordata, quella è la linea del governo”. E Tria, nella sua finta ingenuità, deve evidentemente crederci, a quelle parole. Al punto che quella linea la persegue con coerenza, senza mai scantonare. Se nel frattempo è diventato il ministro di nessuno, l’intruso, è semmai perché, in preda alle convulsioni dei sondaggi, a cambiare idea, a mentire e a contraddirsi, sono stati gli altri. O perché avere un garante dei conti che alla bisogna possa essere additato anche come capro espiatorio, è la vera pacchia degli incapaci.

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