Cattolici liberali, battete un colpo

In Italia e in Europa è sempre esistito, e ha contato molto, un cristianesimo conservatore ma aperto ai valori della democrazia. Ora la nuova casa dei cristiani europei sembra essere quella di Bannon e Salvini. Come mai?

Steve Bannon col suo The Movement è sbarcato in Italia, ieri ha detto che “Salvini è come Trump”, oggi sarà ospite di Fratelli d’Italia ad Atreju. La sua piattaforma si fonda in buona parte sul rilancio dei valori identitari di un cristianesimo anti liberale. Una piattaforma che, da Orbán alla Polonia all’Italia, sembra essere diventata la nuova casa comune dei cristiani europei. Cosa è accaduto? E’ esistito a lungo, in Europa e in Italia, un cristianesimo politico conservatore, ma aperto ai valori della democrazia liberale. Esiste ancora? E’ in grado di avere una voce differente? Tre giornalisti del Foglio aprono il dibattito.

  


 

Matteo Matzuzzi - Poco meno di vent’anni fa a chiedere che nel Preambolo della Costituzione europea fosse inserito un richiamo alle comuni radici giudaico-cristiane erano il Papa e pochi altri (l’Irlanda, l’Italia e la Polonia). Gli altri partner comunitari erano più interessati a salvaguardare l’asettica laicità dell’Unione, garante – a loro dire –  di una pacifica convivenza e di un progresso più o meno indeterminato. Oggi a brandire la croce alla stregua di vessillo identitario è mezzo continente, con il gruppo di Visegrád in testa, riuscito nell’intento di saldare il nazionalismo al conservatorismo religioso. Il terreno, dopotutto, era fertile: la gestione pasticciata dei flussi migratori è stata decisiva. I muri ai confini, la retorica che riprendeva toni degli anni Trenta del Novecento, gli attentati islamisti che hanno sventrato i centri storici di tante città europee. La reazione era scontata, benché abbia portato a caratterizzare la destra nazionalista europea come fortemente permeata dall’elemento religioso, il che rappresenta una novità di portata storica. Un’alleanza cementata anche dall’avversione al pontificato di Jorge Mario Bergoglio, Papa non identitario che ha scelto come meta del suo primo viaggio l’isola di Lampedusa. Un Papa che l’Europa la guarda dalla periferia, che parla di ponti da erigere e di muri da distruggere. Che va a Lesbo a visitare i campi profughi, che va in America e dice ai vescovi che il tempo delle guerre culturali è finito. (segue a pagina due)

 

Giulio Meotti - Per gli psichiatri, molte nevrosi non sono che forme di suicidio e viceversa. Rémi Brague, studioso cattolico senza piaggerie, ha definito “cristianisti” gli occidentali che brandiscono il ruolo politico-culturale del cristianesimo. Un po’ Breitbart un po’ Maurras. Dove nasce la crisi? La risposta l’ha data Tim Stanley due giorni fa sul Telegraph. “Non c’è posto più rilevante per il mondo moderno della Grace Cathedral a San Francisco. Questa chiesa pubblicizza lo yoga ed è totalmente ‘non giudicante’ (sul sito web c’è un uomo vestito da monaca)”. La chiesa ha appena ospitato il conclave delle fedi contro il cambiamento climatico. La prognosi di Stanley: “Il cristianesimo occidentale non si sta estinguendo per cause naturali o un omicidio; si sta suicidando”. L’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, ha appena detto che la gig economy è un “male” (intanto si specula sulla fine della sua Church of England). Il capo dei cattolici tedeschi è uno che si chiama Marx e attacca chi appende crocifissi, mentre in Francia se non fosse per i sulfurei tradizionalisti ma per la magnanima gauche catholique ci sarebbero già più imam che preti. Stanley parla di “chierici che vedono il declino come una grazia e sono preoccupati dei pronomi di genere e di salvare la sequoia”. I cristianisti di ogni fatta populista sono la nevrosi sorta dalla catastrofe suicida di un cristianesimo indistinguibile dagli status umanitari di Cecilia Strada o dalle articolesse di Michela Marzano. Sul “Mondo Nuovo” di Huxley, su Ratisbona e l’islam, sulle distopie da pensiero unico, sulle fratture da multiculturalismo e immigrazione, i chierici sono saliti da un pezzo sul carro dei vincitori. Li trovi al Met Gala di New York a reggere lo strascico della papessa Rihanna o a declamare la shahada sotto la cupola del Brunelleschi a Firenze. Una brutta fine.

 

Maurizio Crippa - Un’area politica cattolico-liberale, o cristiano-conservatrice, inserita nello schema delle democrazie è sempre esistita, in Italia e in Europa. La domanda è: c’è ancora? Oppure il cristianesimo conservatore ha trovato una e una sola nuova casa nel populismo della destra, xenofobia e valori “tradizionali”? Stiamo all’Italia, non a caso il campo base individuato da Steve Bannon per la “Reconquista” europea: il cattolicesimo liberale è sempre esistito e ha contato, da Gioberti a Cossiga. Ma sempre minoritario, malgrado la Dc abbia sempre rappresentato in maggioranza un elettorato conservatore. Nell’ultimo trentennio, col bipolarismo, l’area cattolico-liberale ha pesato molto (o ha creduto di pesare). Merito, però, innanzitutto del quadro storico – dal crollo del comunismo all’alleanza occidentale dell’èra Bush. Il vero pensiero politico guida in Italia è stato il ruinismo. Ruini ha ottenuto una sostanziale attenzione dell’elettorato conservatore attorno a una collocazione politica chiara e a parole d’ordine: i valori non negoziabili, il presidio dello spazio pubblico. Ne ha fatto un blocco frenante “contro” la deriva secolarista. Più tattica che strategia, è durata finché ha potuto. Attorno al ruinismo, più che il cattolicesimo liberale, si è addensato un mondo vario: dall’ex destra dc ai ruinisti d’assalto (esistevano solo sui giornali) al blocco ciellino in Forza Italia all’area omogenea del Family day. Un’area semantica, più che politica. Crollato il quadro esterno di riferimento, è venuta meno la ragion d’essere di quel raggruppamento. Così l’elettorato catto-conservatore, sempre più irritato, ha trovato nuova casa e nuove parole d’ordine. Dopo, una parte del ceto politico si è adeguata. Esiste ancora un cattolicesimo liberale?