Un passo avanti per la Polonia verso l'articolo 7 (che non verrà mai attuato)

Micol Flammini

La Commissione ha deferito Varsavia alla Corte di giustizia europea che potrebbe imporre delle sanzioni. E’ una nuova fase della procedura di infrazione

 

La Commissione europea ha deferito la Polonia alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Era proprio quello che avrebbe voluto fare Frans Timmermans, vice presidente della Commissione, la scorsa settimana, quando uno strano colloquio tra il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, e Jean-Claude Juncker aveva bloccato il provvedimento.

 

 

 
La procedura di infrazione, una nuova fase

Secondo Bruxelles, Varsavia con alcune leggi sta violando lo stato di diritto. Secondo il governo, la Polonia sta esprimendo il proprio diritto a esercitare la sovranità nazionale. Il punto di vista polacco, però non rispetta i princìpi fondamentali sui quali si fonda l’Unione europea. Così, la Commissione ha chiesto alla Corte di giustizia di imporre alla Polonia delle misure cautelari in grado di riportare la Corte suprema polacca a una situazione antecedente all’entrata in vigore della discussa riforma della magistratura che abbassa l’età pensionabile da 70 a 65 anni, imponendo a 27 dei 72 giudici in carica il pensionamento anticipato. La Commissione ha chiesto alla Corte di pronunciarsi sulla legittimità della riforma e, se la sentenza dovesse stabilire che il governo di Varsavia ha violato “il principio dell’indipendenza giudiziaria”, e se la Polonia non dovesse rispettare la sentenza, allora l’Unione europea potrebbe imporre delle sanzioni che, secondo la Commissione, saranno stabilite “in base alla durata e alla gravità dell’infrazione e alle dimensioni dello stato membro”.

 

  

 

La legge

La riforma voluta dal partito nazionalista ed euroscettico, PiS, è entrata in vigore il 3 aprile. Il pensionamento anticipato ha imposto a 27 dei 72 giudici che compongono la Corte suprema di abbandonare l’incarico, tra loro c’era anche Malgorzata Gersdorf  (nella foto sopra) presidente della Corte. Il governo ha spiegato che la legge era necessaria per ripulire la Corte da quelle personalità che, in passato, si erano dimostrate a favore del regime comunista. Un’accusa infondata, senza prove. Anzi, Lech Walesa (foto sotto), leader di Solidarnosc, si è schierato dalla parte dei giudici.

 

 

La Polonia e l’Ue

Il PiS ha vinto le elezioni nel 2015, cambiando radicalmente il volto del governo polacco che fino a quel momento si era dimostrato apertamente europeista. Già nel 2016 la Commissione europea aveva avviato un dialogo con l’esecutivo rimarcando alcune irregolarità sul rispetto dello stato di diritto. Il 29 luglio del 2017, Bruxelles ha deciso di avviare un procedimento di infrazione nei confronti della Polonia per la legge che colpiva i magistrati dei tribunali ordinari. Anche questo caso era stato portato davanti alla Corte di giustizia che, però, ancora non si è pronunciata. Tuttavia la Commissione ha atteso il 20 dicembre 2017 per presentare al Consiglio la richiesta di attivazione della procedura sanzionatoria prevista dall’articolo 7. Dopo diversi richiami e risposte evasive da parte di Varsavia, il 14 agosto di quest’anno, la Commissione ha invitato le autorità polacche a prendere provvedimenti entro un mese. Ma nuovamente, Varsavia non ha manifestato nessuna intenzione di fare passi indietro.

 

  

Il veto di Visegrád

Nella nota pubblicata oggi si legge "La Commissione è quindi passata alla fase successiva della procedura di infrazione, decidendo di sottoporre il caso alla Corte di giustizia." La Commissione ha chiesto alla Corte di prendere dei provvedimenti che riportino la Corte suprema polacca “alla situazione antecedente al 3 aprile 2018”, giorno in cui è entrata in vigore la nuova legge. Il procedimento avviato contro la Polonia, la procedura prevista dall’articolo 7, una volta attuato potrebbe portare Varsavia alla perdita del diritto di voto all’interno delle istituzioni europee. Ma le possibilità che questo avvenga sono nulle, perché a Bruxelles, la Polonia ha diversi alleati, Repubblica ceca, Slovacchia, Bulgaria e l’Ungheria che si è impegnata a bloccare il procedimento.