Papa Francesco (foto LaPresse)

Il senso del metodo Bergoglio

Redazione

L’accordo con la Cina segue le linee del realismo pastorale e politico

Il Papa sa bene che l’obiezione più ovvia all’accordo siglato sabato tra la Santa Sede e la Cina è relativo alla nomina dei vescovi. Va bene, d’ora in poi l’ultima parola sarà del Vaticano, che sceglierà il pastore attingendo alla rosa dei nomi predisposta dal basso. Ma cosa succede se il Partito interviene per dire la sua? Francesco è stato chiaro, in aereo: “I vescovi li scelgo io”. Punto.

 

Qualche cosa in più sulla genesi e il fine dell’intesa lo si trova nel Messaggio “ai cattolici cinesi e alla chiesa universale” diffuso ieri mattina dal Vaticano. Il Papa dice di sapere delle “tante voci contrastanti sul presente e, soprattutto, sull’avvenire delle comunità cattoliche in Cina”. Sottolinea di essere “consapevole che un tale turbinio di opinioni e di considerazioni possa aver creato non poca confusione, suscitando in molti cuori sentimenti opposti”. Ricorda le sofferenze di chi non si è piegato al regime (non parla di regime, ma lo fa capire), ma chiarisce che è tempo di “camminare insieme”.

 

L’obiettivo dichiarato è di “ricostituire la piena e visibile unità nella chiesa”. E per farlo è necessario mettere una pietra sopra la lacerante divisione tra la chiesa “patriottica” e quella “clandestina”, concedendo la riconciliazione ai sette vescovi scomunicati perché ordinati senza il permesso pontificio. A Bergoglio non basta però una stretta di mano: i sette perdonati dovranno “esprimere mediante gesti concreti e visibili la ritrovata unità con la Sede apostolica”. L’accordo, ribadisce il Papa, è provvisorio e “necessariamente perfettibile”. E’ chiaro – aggiunge – “che un accordo non è altro che uno strumento e non potrà da solo risolvere tutti i problemi esistenti”.

 

Il Messaggio papale è un corollario necessario allo scarno comunicato di sabato, che dava conto dell’intesa senza entrare nel merito, al punto da lasciare più d’un dubbio sulla sua consistenza. Il testo diffuso ieri è un distillato di realismo (pastorale sì, ma anche politico): si inizia un percorso complicato, ci saranno ostacoli, ma si va avanti. Senza conoscere la meta. Niente di nuovo, è il metodo bergogliano ben spiegato nella Evangelii gaudium, il programma del pontificato: “Lavorare a lunga scadenza senza l’ossessione dei risultati immediati”; “sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone”.

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