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Dj Fabo e gli altri: la via italiana all'eutanasia

La sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito di Fabiano Antoniani stravolge il paradigma fondante della funzione medica. Qualche articolo per non dimenticarci di Eluana, Lucio e Piergiorgio

26 Settembre 2019 alle 14:53

Dj Fabo

Dj Fabo

Ieri la Consulta si è espressa sulla legittimità dell'articolo 580 del codice penale che punisce l'istigazione o l'aiuto al suicidio. Con una sentenza storica la Corte costituzionale ha sancito che non è punibile chi procurerà la morte a un “paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. La Corte d'Assise di Milano, nel febbraio del 2018, aveva sollevato il caso davanti alla Consulta nell'ambito del processo all'esponente radicale Marco Cappato, indagato per aver accompagnato il quarantenne tetraplegico milanese Fabiano Antoniani – in arte Dj Fabo – a morire in una clinica svizzera. La Consulta si è espressa nei termini anticipati dall’ordinanza 207 dello scorso anno che già si trovava in coerente continuità con la legge 219 sul testamento biologico, quella che qualche attento osservatore chiamò "la via italiana all'eutanasia", dato che la 219 prevede che alimentazione e idratazione artificiale si possano rifiutare o interrompere come fossero terapie, portando a una morte autoindotta. Con questa sentenza, anche in Italia viene stravolto il paradigma precipuo della funzione medica. Il dottore infatti nasce per combattere la morte, non per procurarla, benché da oggi agevolare il suicidio – all’interno del Servizio sanitario nazionale – sarà considerato un atto medico. 

 

Di seguito, qualche articolo per approfondire i temi del suicidio assistito e dell'eutanasia attraverso le opinioni delle firme del Foglio sui casi mediatici degli ultimi anni: 

 

Fabiano Antoniani (Dj Fabo)

Il 27 febbraio 2017 Fabiano Antoniani decide di morire in una clinica svizzera. Un incidente di tre anni prima lo aveva reso tetraplegico e cieco. Ad accompagnarlo fino in Svizzera fu l'esponente dell’associazione Luca Coscioni Marco Cappato, che il giorno successivo si autodenunciò. Il processo avviato nei confronti di Cappato per aiuto al suicidio è giunto ieri a una svolta con la sentenza della Consulta che sancisce che non sarà punibile procurare la morte a chi si troverà nelle condizioni di Dj Fabo. 

Consulta eutanasica

Agevolare il suicidio diventa un atto medico. La sconfitta della solidarietà umana passa per quella del Parlamento

 

Perché dire di no alla codificazione per legge della cultura eutanasica

Il desiderio di morte non può essere diritto garantito per legge. La tragedia di Dj Fabo resta nell’ambito della sfera privata, Eluana non c’entra

 

Dj Fabo e la difficoltà di porsi domande sul mistero di un’esistenza che sembrava non avere più senso

Parla padre Vincent Nagle, il cappellano che incontrò Fabiano un anno fa. “Avrei voluto dirgli che su quel letto poteva scoprire ancora tantissime meraviglie”

 

La libertà di chi sceglie di vivere

Storie di ammalati che hanno detto di no alla morte assistita

 

Che cosa impedisce di legiferare sulla vita

L’equilibrio tra indisponibilità della vita e autodeterminazione. La nostra esistenza è un oggetto strano: è nostra e non è nostra, non la decidiamo all’inizio ed è frutto di legami

 

Non si può negare la vita per legge

Il caso estremo di Dj Fabo, portato in Svizzera per essere sottoposto a suicidio assistito, riapre il dibattito sul fine vita. Ma introdurre il “diritto” al fine vita nella legislazione non vuol dire riconoscere la libertà individuale

 

 

Eluana Englaro

Eluana Englaro ha vissuto in stato vegetativo per diciassette anni a seguito di un incidente stradale. La famiglia della donna sostenne per via giudiziaria l'interruzione del trattamento. Eluana morì nel febbraio del 2009 a seguito dell'interruzione della nutrizione per vie artificiali.  

Quella neolingua che parla della sorte da riservare ai “diversamente vivi”

Cercasi volenterosi esecutori di sentenza di morte. Astenersi perditempo. C’è in programma la “morte dignitosa” di Eluana Englaro. Basta ricordarsi che “dignità”, nel novissimo dizionario della postmodernità eutanasica, significa soppressione di un disabile, per fame e per sete.

 

Le crudeltà gratuite

La morte imminente di Eluana Englaro a Udine è agghiacciante perché gratuita. Non c’è niente che spinga in quella direzione, tranne l’astratta volontà della legge. Per Terri Schiavo c’era almeno una iraconda contesa familiare.

 

Acqua per Eluana Englaro

Acqua per Eluana Englaro. Da oggi, dai prossimi giorni sul sagrato del Duomo di Milano è decente ed è umano che vengano deposte bottiglie d’acqua. Non c’è da discutere, c’è solo da protestare la compassione. C’è solo da protestare.

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Lucio Magri

Il politico Lucio Magri nel 2011, a 79 anni, decise di suicidarsi. Fu l'amica Rossana Rossanda ad accompagnarlo in Svizzera per porre fine alla propria esistenza. Magri era da tempo depresso per via della morte della moglie Mara Caltagirone, deceduta nel 2009. 

 

Piergiorgio Welby 

Il politico, giornalista e attivista radicale Piergiorgio Welby ha condotto una lunga battaglia a favore dell'eutanasia. La distrofia muscolare contratta in giovane età ha condizionato la sua esistenza. Morì con l'aiuto di un medico nel dicembre del 2006 a seguito del distaccamento del respiratore artificiale dopo essere stato sedato. 

Scioperi per la morte e scioperi per la vita

Non molto tempo fa Piergiorgio Welby, un uomo molto malato e sofferente, scrisse una lettera a Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, in cui chiedeva il diritto di essere aiutato a morire con la desistenza terapeutica, contro ogni accanimento. Il presidente Napolitano si rivolse immediatamente al Parlamento e all’opinione pubblica, esigendo attenzione e riguardo per il diritto di morire. Giornali e televisioni rilanciarono con estrema forza il doppio messaggio, di Welby e di Napolitano, e l’Italia fu inchiodata per mesi a una storia dolente incentrata sul desiderio di buona morte.

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    26 Settembre 2019 - 20:19

    Sono contrario all'eutanasia perché dare la morte ad un malato terminale ,invocando la pietà ,o meglio un recondito egoismo dei parenti e dello Stato ,lo ritengo semplicemente ipocrita . Questo significa abdicare alla vita quando è più necessario uno sforzo comune per accompagnare la vita verso la sua fine naturale. Si dirà che oggi lo stato dell'arte della scienza medica in condizioni estreme riesce a mantenere la vita in uno stato vegetativo , ma questo non significa che questo limite sia invalicabile e non si possa superarlo con un approccio più avveniristico . D'altra parte ci sono tante malattie che menomano il vivere dignitoso come concepito dall'attuale senso comune. Ed allora che si fa ? Per legge induciamo chi sta male a suicidarsi ? Non mi sembra il comportamento conseguente alla sentenza della Cassazione sua inspirato alla speranza di un futuro migliore , come al contrario è stata caratterizzata la storia della vicenda umana.

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  • Minerva

    26 Settembre 2019 - 19:58

    Perche' nessuno ricorda che S. Francesco chiama sorella la morte, e ringrazia Dio anche per lasua esistenza. Dove sta scritto che chi ama profondamente la vita, non ha il diritto di di odiare tutti gli attentati alla dignita' della vita stessa? La tecnolgia non e' per definizione buona, ma abbiamo imparato che dipende da come la si applica e quando. Quindi, ho il sospetto che l'etica del dolore, che qualcuno pensa essere l' ultima trincea da cui difendere la vita, mi sembra che non abbia ne fondamento logico, filosofico o religioso, ma solo un tentativo di esorcizzare la leggittima paura dell'ignoto.

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  • kriszt49

    26 Settembre 2019 - 17:23

    Io penso, ci sia una cosa che è peggio della morte. Quella di assistere un proprio caro che non vuole vivere. Non ce la fa più, a causa di immani, indicibili, insopportabili sofferenze causate da una malattia. Allora crolla tutto all'improvviso, saltano valori, princìpi e viene messa a dura prova anche la fede, per chi crede. Ti rimane il medico, al quale nella disperazione ti attacchi fissandolo, scrutandolo negli occhi in attesa di un segno, un segno di speranza. Ho un profondo rispetto per chi la pensa diversamente, ma nonostante tutto io credo che il messaggio che debba passare sempre e comunque, sia quella per la vita invece dell'accompagnamento alla "dolce" morte. La morte non è dolce. kriszt49

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  • aferro

    26 Settembre 2019 - 16:18

    E' facile parlare di vita quando non si è vissuto una tragedia come quella delle persone elencate, Dj Fabo, Eluana , Welby. O se si è vissuta la stessa tragedia ma con un animo diverso. Siamo tutti figli di questa terra, fatti di carne e sangue ma ogni persona è unica, e la sua unicità deve essere rispettata. Chi critica quiesta sentenza, o le decisioni prese per l'interruzione della vita, non si chiede come mai gli affetti più cari, la fidanzata con cui DJ Fabo ha condiviso la sua vita , la stessa madre, il padre di Eluana del cui amore paterno non ho alcun dubbio e la piccola e indefesa moglie di Welby sostenessero questa scelta? Chi soffre e chi vede soffrire i propri cari capisce delle cose della vita che altri non sanno. Eppure a chi richiama Dio per fermare queste decisioni , dico semplicemente che la morte naturale se li sarebbe già presi ben prima della loro decisione, e che la loro vita era dovuta ad un macchinario. Un semplice respiro indotto da un tubo non è vita.

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