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Il tardivo sconcerto dei vescovi italiani sul suicidio assistito

Matteo Matzuzzi

La dura reazione della Cei, assente e silenziosa per un anno e ora impegnata a denunciare il trionfo della “cultura della morte”

Roma. “Non comprendiamo come si possa parlare di libertà. Qui si creano i presupposti per una cultura della morte, in cui la società perde il lume della ragione. Stiamo assistendo a una deriva della società, dove il più debole viene indotto in uno stato di depressione e finisce per sentirsi inutile. E’ anomalo che un pronunciamento così forte e condizionante sul suicidio assistito arrivi prima che ci sia un passaggio parlamentare”. Toni duri quelli usati ieri da mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, commentando la sentenza della Consulta che ha aperto al suicidio assistito. Già nella serata di mercoledì, non appena il comunicato ufficiale della Corte era stato diffuso, la Cei aveva sottolineato il proprio “sconcerto” per quanto accaduto. Giovedì, poi, diversi vescovi hanno ribadito il concetto, con mons. Bruno Forte che sul Corriere della Sera ha auspicato che il dibattito continui “in Parlamento, nell’opinione pubblica, tra medici, scienziati, filosofi, uomini di fede”. La Conferenza episcopale, insomma, scende in campo: note, comunicati, propositi d’attivismo che sembravano sopiti da tempo. Lasciando magari impreparati antichi consiglieri e intellettuali di riferimento come il professor Francesco D’Agostino, presidente emerito del Comitato nazionale di bioetica, che dalle vecchie battaglie con il cardinale Elio Sgreccia è passato a definire “integralisti” coloro che ritengono che la sentenza della Consulta apra all’eutanasia, definendo la decisione “la migliore possibile nella situazione costituzionale italiana di oggi”.

 

Data la levata di scudi delle ultime ore, l’interrogativo sorge spontaneo: perché per un anno la Cei ha guardato in silenzio la clessidra che si svuotava man mano che s’avvicinava il termine ultimo fissato dalla Consulta? Perché i vescovi, al di là di qualche affermazione molto diplomaticamente corretta e attenta a non urtare le sensibilità di governanti e parlamentari, non hanno sfogato la potenza di fuoco che solo ora, a giochi fatti, mostrano come non accadeva da anni? E’ vero che il cardinale Gualtiero Bassetti, pochi giorni fa, era intervenuto suggerendo una sorta di compromesso e sperando in un rinvio della decisione dei giudici. Ma era ormai troppo tardi, considerato che in Parlamento risultava impossibile perfino accordarsi sulla calendarizzazione delle proposte di legge. Quella subìta dalla Cei non è una sconfitta storica, perché non è neppure scesa in campo per giocare la partita. Ha scelto la retroguardia, tenendo sempre in bella vista la bandiera bianca a simboleggiare la resa. La certificazione dell’irrilevanza, non dovuta a fattori esogeni, ma figlia di una scelta ben precisa: starsene in disparte. Cade il governo? La Cei tace. Si forma il nuovo esecutivo? Dalla Cei non una parola. Perfino Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio e non di certo ostile al corso post Bagnasco, ha rilevato su Avvenire che “qualcuno ha notato un silenzio dei vertici di fronte alla crisi, forse comprensibile perché la chiesa non vuole immischiarsi nel gioco dei partiti, ma una parola in più serve all’umanità italiana”.

 

Giusto o sbagliato che sia – e il cambiamento sarebbe del tutto legittimo – si è cambiata agenda. Niente più battaglie a viso aperto (lo si era già visto sulle unioni civili), ma grandi discorsi sul destino del Mediterraneo e dell’Europa, sulla povertà. Citazioni continue dei padri della patria, di La Pira e don Milani. Risultati, pochissimi, se non uno scollamento sempre più profondo con il popolo cattolico, già di per sé ridotto quanto a numeri e attivismo sociale e politico. Se non altro, la Cei ha evitato per quanto possibile crociate in nome dell’ideologia ambientalista che oggi sembra infilarsi perfino nei confessionali a mo’ di penitenze consistenti in alberi da piantare per combattere le emissioni di anidride carbonica.

 

E’ sembrata, questa, insomma, la soluzione più idonea per risolvere due problemi di non poco conto: il primo risale al 2013, quando il Papa fece intendere che le priorità dovevano cambiare, e così pure il modus operandi. In secondo luogo, la Conferenza episcopale italiana è spaccata tra chi non intende fare della lunga stagione ruiniana un album dei ricordi da confinare in un soppalco e chi invece vorrebbe cogliere la distanza di Francesco dalle cose italiane per invertire la rotta impostata da Giovanni Paolo II nel 1985. In mezzo, Bassetti, che fa quel che può, logorato da chi – anche tra i vescovi che presiede – guarda più ai suggerimenti sinodali della Civiltà Cattolica (prontamente recepiti a Santa Marta, come s’è visto la scorsa primavera) che alla sua agenda, recante al primo punto una grande conferenza sul e per il Mediterraneo da tenersi nel 2020. Intanto, al Consiglio permanente conclusosi ieri, si sono delineati gli orientamenti pastorali per il prossimo quinquennio: “E’ emersa la necessità di una lettura del contesto odierno che – evitando di soffermarsi semplicemente sugli aspetti problematici – recuperi tematiche quali la questione ecologica, la scuola, la comunicazione e la cultura digitale, i giovani, la donna, gli affetti, i migranti, il dialogo ecumenico e interreligioso”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.