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Sul fine vita decida il Parlamento, non i giudici

Il realismo impone una mediazione (che c’è). Sbraitare non porta a niente

20 Luglio 2019 alle 06:00

Sul fine vita decida il Parlamento, non i giudici

Come sovente capita in Italia, solo quando la sabbia nella clessidra inizia a scendere a tutta velocità si corre ai ripari. Così, con la chiusura del Parlamento per le ferie estive che s’avvicina sempre di più, un gruppo di parlamentari tenta di portare in Aula una “base di discussione” sul fine vita che possa far convergere deputati e senatori di entrambi gli schieramenti. L’obiettivo è di fare in modo che non sia la Corte costituzionale – come promesso o minacciato, a seconda dei punti di vista – a stabilire se vada o meno sanzionato l’aiuto al suicidio (la fattispecie in esame è quella che coinvolge Marco Cappato e Dj Fabo). La Consulta, peraltro, ha fatto già capire quale sia l’orientamento (favorevole a negare la sanzione), da qui la necessità di intervenire in sede parlamentare prima che sia troppo tardi.

 

La base di discussione, che è un punto di partenza, è la proposta elaborata dal leghista Alessandro Pagano: si prevede clemenza massima ai casi che vedono coinvolti stretti famigliari in una situazione di sofferenza prolungata con prognosi irreversibile (le pene passerebbero dal massimo di dodici anni a due). Rimarrebbe fermo il rifiuto dell’eutanasia e si rafforzerebbe il sistema d’accesso alle cure palliative. Su questa (buona) bozza si lavora, nonostante diversi esponenti della variegata galassia pro life abbiano già alzato la voce, promettendo muri e barricate perché comunque si tratterebbe di cedere qualcosa.

 

Peccato che in politica serva, ogni tanto, dare prova di sano realismo: le condizioni sono quel che sono, così come i numeri parlamentari. Già non è detto che la mediazione passi – Giancarlo Giorgetti, ad esempio, è pessimista – ma è indispensabile andare in Aula anche perché, come ha ricordato Maurizio Lupi, la sola calendarizzazione impedirebbe alla Corte di procedere. E’ un tentativo, una partita che vale la pena di essere giocata. Anche perché l’immobilismo o il futile sbraitare di certo non porteranno la Consulta a cambiare idea.

Redazione

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