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Caso Dj Fabo, la Consulta non decide e chiede al Parlamento di intervenire

La Corte rinvia al 2019 la decisione sulla costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale sull’istigazione e l’aiuto al suicidio

24 Ottobre 2018 alle 19:02

Caso Dj Fabo, la Consulta non decide e chiede al Parlamento di intervenire

Marco Cappato (foto LaPresse)

Sul caso di Dj Fabo e di Marco Cappato, la Corte costituzionale ha rimandato al Parlamento italiano il compito di stabilire se la legge che punisce l’istigazione e l’aiuto al suicidio è conforme alla Costituzione. I giudici chiedono quindi ai parlamentari di colmare il vuoto legislativo per i casi previsti dall'articolo 580 del codice penale che punisce col carcere (da 5 a 12 anni) "chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione". La Corte ha così deciso di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell’articolo del codice penale all’udienza del 24 settembre 2019.

 

 

Per la Consulta "l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti". 

 

La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata durante il processo a Marco Cappato che, dopo aver accompagnato Fabiano Antoniani a suicidarsi in Svizzera nel febbraio del 2017, si era autodenunciato. La domanda cui la Consulta era chiamata a rispondere era se avesse senso prevedere il carcere per chi si è limitato ad accompagnare una persona che aveva già deciso, nella sua libertà, di morire. Ora sarà il Parlamento a dovere intervenire.

 

Scienza & Vita: pericolosa deriva

Una prospettiva che secondo Alberto Gambino, prorettore dell’Università Europea di Roma e presidente di Scienza & Vita, presta il fianco a pericolose derive, prima tra tutte quella del collasso di un sistema giuridico - il nostro - che al centro mette la persona, e non la sua mera volontà.

“L’articolo 580 – afferma il docente di diritto privato esperto di tematiche bioetiche – era stato pensato per evitare che davanti a momenti di debolezza e fragilità umana autodistruttivi si trovassero complicità, rompendo appunto quel legame di solidarietà che dovrebbe spingerci a farci carico del problema e non a rimuoverlo, assecondando l’intento suicidiario”.

Diversamente da quanto affermato in aula dai legali di Cappato, Gambino resta fermamente convinto che “non è un articolo del codice penale a isolare i malati, ma piuttosto la riduzione di quest’ultimo a peso, a scarto”. E, poi, non si può certo dimenticare che l’Italia, con la recente legge sul fine vita, “aveva già indicato il bilanciamento tra il rispetto della vita e quello per le scelte individuali”. Una disciplina che la Corte, a pochi mesi dalla sua definizione legislativa, ha voluto stravolgere, e che per il docente “rischia di aprire una strada nuova e dirompente”.

 

Il Centro studi Livatino: "La norma che sanziona l’aiuto al suicidio resta in vigore"

 

Il primo dato certo che emerge dalla decisione della Corte costituzionale, in attesa di leggere l’ordinanza, è che la norma che sanziona l’aiuto al suicidio resta in vigore e non viene ritenuta illegittima: la sua eliminazione avrebbe gravemente compromessomi diritto alla vita. Il secondo è che la valutazione su sue eventuali modifiche compete al Parlamento, chiamato ad assumere piena responsabilità su questioni cruciali come la vita e la morte, e se mai differenziando fra le specifiche situazioni che emergono dalla drammaticità del quotidiano. I tempi che l’approfondimento della Corte ha richiesto testimoniamo complessità e probabilmente posizioni culturali differenti all’interno della Consulta. Su questo terreno non verrà meno l’impegno a elaborare ulteriori spunti di riflessione da parte del Centro studi Livatino, che si è presentato nel giudizio con un suo atto di intervento e nel dibattito relativo col numero speciale di L-Jus, la propria rivista on line.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    24 Ottobre 2018 - 20:08

    Se uno si autodenuncia per aver commesso un reato previsto dal cod.penale ammette di essere colpevole , se non lo ha commesso è autocalunnia, invece Cappato dopo aver ammesso di aver commesso un reato pretende che la giustizia adotti per lui una diversa lettura dell'ordinamento giuridico italiano e visti i giribizzi della Consulta o Cupola( by Pannella) fa benissimo a provare a scamparla come un delinquentello qualsiasi.Pannella ha sparso nell'etere miliardi di parole e a modo suo era genio e matto assieme. Cappato che dice suo allievo ha la spudoratezza di ritenersi tale dimenticando che il suo maestro sosteneva che la disobbedienza civile ha un suo prezzo e spiegava 'io con disobbedienza civile violo la legge ma ne devo pare il fio'.Almeno il vate-guru era onesto intellettualmente nelle sue perigrinazioni mentali.Cappato è un faccendiere del diritto anzi un mariuolo .

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