Legalizziamo la cannabis? Un girotondo di opinioni

Enrico Cicchetti

Radicali in piazza per calendarizzare la proposta di legge. I giovani, il narcotraffico, la ricerca. Un confronto tra pro (“non è un tema che riguarda i vizi, ma malattia e marginalità”) e contro (“l'obiettivo è aiutare chi usa sostanze”)

I Radicali italiani e l'associazione Luca Coscioni hanno organizzato per mercoledì 23 ottobre alle 17, un incontro sul tema della legalizzazione della cannabis in piazza Montecitorio, al quale hanno partecipato almeno venti parlamentari di diversi schieramenti, dal Pd al M5s. A margine della manifestazione, una delegazione ha incontrato il presidente della Camera Roberto Fico per consegnare un appello sottoscritto da 26 mila cittadini che chiede la calendarizzazione della proposta di legge di iniziativa popolare “Legalizziamo”, depositata nel 2016.

   

L'uso di cannabis tra minori

Antonella Soldo, tesoriere dei Radicali italiani che ha promosso la campagna e contribuito alla stesura della proposta di legge, dice al Foglio di credere “che ormai il paese sia pronto alla legalizzazione. Anche grazie alla discussione sulla cannabis medica, che ha fatto comprendere a molti che non si tratta di un tema che riguarda i vizi, ma la malattia, la marginalità, le difficoltà di molti adolescenti, la vita vera delle persone. In questo momento abbiamo una maggioranza formata da due forze politiche che, separatamente, si sono già espresse a favore della legalizzazione. Speriamo intendano assumersi la responsabilità delle posizioni espresse in campagna elettorale”.

 

Secondo Soldo, “l'argomento principale a favore della legalizzazione è lo stesso che usano i proibizionisti: fare il bene dei giovani. Tenerli lontani dal contatto diretto con la criminalità e dall'uso di sostanze che, abbandonate al mercato nero, sono tagliate con un po' di tutto: dalla lacca per capelli alla lana di roccia. E inoltre non criminalizzarli: gli ultimi dati disponibili, che riguardano il 2017, mostrano che il 'proibizionismo all'italiana' ha fatto aumentare del 40 per cento le segnalazioni al prefetto rispetto al 2016 e che negli ultimi tre anni i minori segnalati sono cresciuti del 400 per cento. Quest'estate, l'allora ministro Matteo Salvini ha pubblicato i risultati dell'operazione Scuole sicure. Con una spesa iniziale di 2,5 milioni di euro (per il prossimo anno lo stanziamento è salito oltre i 4 milioni di euro finanziati con il Fondo per la sicurezza urbana, ndr) si sono impiegati 26 mila agenti delle forze dell'ordine per perquisire quasi seicento scuole su tutto il territorio. Il risultato? Meno di 15 chilogrammi di stupefacenti sequestrati, cioè lo 0,01 per cento del totale delle sostanze sequestrate ogni mese nel nostro paese (circa 10 tonnellate, ndr)”.

 

Si potrebbe ribattere che ogni grammo di stupefacente che non entra in una scuola è comunque una vittoria ma per Soldo “ci sono altre vie più efficaci e meno costose per allontanare gli adolescenti dalle sostanze. Di recente, ad esempio, il Consiglio regionale del Lazio ha approvato una mozione che riguarda l’introduzione del drug checking a carico del Servizio sanitario regionale, un'iniziativa per la riduzione del danno, in linea con quanto previsto dalla legge italiana”. In pratica sono presidi vicino a discoteche e luoghi di aggregazione notturna, dove i ragazzi possono portare le sostanze che stanno per consumare per conoscerne in tempo reale la composizione effettiva. “I dati dicono che circa 1 persona su 3, tra quelle che hanno usato il servizio, stava per consumare una sostanza diversa rispetto all’atteso, e che più della metà di questi ha deciso di non consumarle più”.

   

Nessuna legalizzazione potrà mai essere completa”, controbatte Alfredo Mantovano, magistrato e vicepresidente del Centro studi Livatino. “Nel senso che ci sarebbero sempre dei limiti, almeno relativi all'età alla quale è possibile acquistare cannabis, alla sua quantità e alla sua qualità, cioè alla percentuale di principio attivo. Le organizzazioni criminali sposterebbero il loro business un centimetro oltre la legalità: inizierebbero cioè a vendere sostanze a ragazzi più giovani per fare abbassare l'età del primo approccio, a venderne quantità più elevate di quelle permesse o più potenti, quindi con un principio attivo più alto del limite. Che facciamo, per evitare 'contatti' dei giovani con la criminalità, andiamo oltre la proposta di legge e immaginiamo spaccio e coltivazione 'legali' anche verso i minori? Il fulcro della questione e l'obiettivo più importante che una persona di buonsenso dovrebbe porsi non è quindi la legalizzazione come strumento di lotta al crimine ma invece trovare gli strumenti giusti per affrontare le condizioni di quei giovani e meno giovani che assumono sostanze. Altrimenti il rischio è che in seguito alla legalizzazione siano incentivati a consumarne e magari a combinarle con alcol o altre sostanze, rendendo più grave il pericolo di incidenti mortali sulle strade, ad esempio”. 

 

Minori, i dati sul consumo degli italiani

Alcuni dati utili a verificare queste due posizioni possono venire dalle ricerche effettuate dall’Emcdda (“Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze”, un’agenzia dell’Unione Europea) che ha di recente pubblicato lo European Drug Report 2019, con dati e statistiche sul consumo di stupefacenti nei 28 paesi Ue, più Norvegia e Turchia. In Italia circa un terzo della popolazione (il 32,7 per cento) compresa nella fascia d’età 15-64 anni ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella sua vita. La percentuale più alta si trova nella fascia di età 15-24 anni: il 23,7 per cento.

  

Minori, cosa dice la ricerca negli Stati Uniti

Anche dagli stati del nord America che hanno legalizzato la cannabis negli ultimi anni possono arrivare alcune informazioni utili. Il Foglio ha ripreso gli studi più recenti e attendibili per provare a chiarire la questione col campo sgombro da pregiudizi o ideologie. In base alla relazione annuale dell’Onu sul contrasto alla droga, è ancora presto per valutare i risultati di queste legalizzazioni. Anche il condirettore del centro di ricerca della Rand sulle politiche in materia di droghe, Beau Kilmer, in un’intervista del 2016 invitava alla prudenza: “Nessuno sa ancora che esiti avrà la legalizzazione della marijuana, specialmente dal punto di vista della salute pubblica”. Studi riferiti al Colorado – il primo stato a legalizzarle l'uso ricreativo (nel 2012) e quello su cui si hanno i dati più significativi – evidenziano come il consumo tra gli under 18 non aumenta in seguito alla regolamentazione legale mentre tra i maggiorenni sale di circa il 5 per cento. Lo studio annuale del Healthy Youth Survey dello stato di Washington – nel quale la marijuana è stata legalizzata nel 2012 e resa accessibile al commercio per scopi ricreativi due anni dopo – conferma una diminuzione, anche se non particolarmente rilevante, dei consumi negli adolescenti tra i 13 e i 16 anni, mentre rimangono stabili i consumi fra i 17-18enni: ne fanno uso il 26 per cento del campione. Nel 2010 erano il 9 per cento i 13-14enni che consumavano cannabis e il 20 i 15-16enni che lo facevano; nel 2018 sono il 7 per cento i primi e il 18 per cento i secondi. Tuttavia, alcuni studi sempre nello stato di Washington evidenziano che aver escluso i minorenni dalla legalizzazione ha portato al risultato che perquisizioni, confische e sanzioni nell’80 per cento dei casi riguardano loro. Gli ultimi dati relativamente alla guida sotto l’influenza da cannabis registrano un raddoppio di incidenti stradali (anche se mai mortali): si passa dai 16 del 2010 ai 23 del 2014 che, visti i 7 milioni di abitanti di quello stato, in termini assoluti rimangono un fenomeno indubbiamente circoscritto.

     

Giustizia e carcere

“Un'altra ragione a favore della legalizzazione - secondo Soldo - è che nel nostro paese non c'è una vera guerra alla droga: più che i narcotrafficanti si aggrediscono i consumatori. Oltre il 35 per cento dei detenuti nelle carceri italiane si trova lì per aver violato la legislazione sugli stupefacenti, a fronte di una media europea del 18 per cento. Quanti di questi sono grandi trafficanti? Solo 900 persone”. Per Soldo, “legalizzare la cannabis libererebbe risorse nel settore della Giustizia, dove – come ha sostenuto anche la Direzione nazionale antimafia proponendo una decriminalizzazione – 'sono decine di migliaia i procedimenti penali che richiedono l’impegno di magistrati, cancellieri e ufficiali giudiziari, con risultati spesso del tutto inconcludenti in quanto vengono irrogate sanzioni che rimangono sulla carta'”. 

 

Secondo Mantovano, invece, la richiesta di legalizzazione “è più formale che sostanziale perché, in realtà, il governo Renzi ha già modificato la più dura legge Fini-Giovanardi bocciata dalla Consulta: con il dl 36/2014 e la sua successiva conversione ha ridotto la pena per il piccolo spaccio a 4 anni, escludendo di fatto la reclusione in carcere. Inoltre, il reato non distingue tra droghe leggere e pesanti, ma è compito del giudice graduare l’entità della pena in base alla qualità e quantità della sostanza spacciata. Sono poi stati reintrodotti i lavori di pubblica utilità nel caso di condanna e prevista la riduzione di sanzioni e l’irrilevanza penale per l’uso personale. Insomma, se non si trova il famoso 'bilancino' è difficile che il giudice propenda per i fini di spaccio. Diverse sentenze sono lì a provarlo. Inoltre dai dati pubblicati nella relazione del dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio, risulta che tra il 2017 e il 2016 le operazioni di polizia sono aumentate dell'8 per cento, la quantità di stupefacente – con la cannabis che fa la parte del leone – sequestrata è salita del 60 per cento ma non c'è un pari incremento di denunce e condanne. Inoltre dire che il 35 per cento di detenuti è in carcere per violazione della legge sugli stupefacenti è impreciso. Ci sono infatti condanne miste per cui – come segnala lo stesso ministero della Giustizia – la numerosità indicata per ogni categoria di reato corrisponde esattamente al numero di soggetti coinvolti. Nel caso in cui ad un soggetto siano ascritti reati appartenenti a categorie diverse egli viene conteggiato all'interno di ognuna di esse. Ne consegue che ogni categoria deve essere considerata a sé stante e non risulta corretto sommare le frequenze”. 
 

Anche in questo caso abbiamo verificato le posizioni, con i dati forniti dal Dap e raccolti da Antigone onlus e confermati della relazione al Parlamento del Garante nazionale delle persone private della libertà. Nel 2018 gli ingressi negli istituti penitenziari sono leggermente diminuiti, ma quelli per violazione del divieto di detenzione di sostanze stupefacenti sono rimasti pressoché stabili, aumentando di circa mezzo punto percentuale rispetto al 2017. D’altro canto, se le presenze in carcere aumentano di circa duemila unità, in un solo anno ci sono 1.300 persone in più in carcere per violazione della legge sulla droga, che così raggiungono il 35,2 per cento del totale della popolazione detenuta. Non disponiamo però, ce lo confermano ricercatori della stessa associazione Antigone (che pure è su posizioni antiproibizioniste e sarà in piazza con i Radicali), di dati scorporati che mostrano quanti sono i detenuti per reati misti e dunque qual è la vera proporzione di persone in prigione per il solo reato di detenzione di sostanze a fini di spaccio (art. 73 del dpr 309/1990). Come segnalato da Franco Corleone sul Manifesto del 23 ottobre 2019, “pesa l'opacità dei dati ufficiali riferiti all' articolo 73, che compare senza distinzione dei commi 1, 4 e 5 nei documenti delle matricole del carcere e nelle rilevazioni delle cancellerie dei tribunali. Ciò in concreto significa non avere la possibilità di distinguere fra traffico, spaccio di rilevante consistenza, piccolo spaccio, cessione e semplice detenzione”.