cerca

La bolla d'erba

Febbre da marijuana: è partita la grande speculazione finanziaria. Durerà? I dubbi di Big Pharma. In Italia accelera la variante light

8 Gennaio 2018 alle 12:04

La bolla d'erba

Come altri stati che hanno legalizzato la marijuana, la California sta creando una rete di negozi privati, ma strettamente regolati, che offrono un’ampia varietà di prodotti (foto LaPresse)

Lasciate perdere Tesla, i social media, bitcoin: se volete fare i soldi, tanti e subito, mollate il mondo virtuale, già gonfio come un otre pronto a scoppiare e rivolgetevi alla madre terra che produce, quella sì, i frutti del benessere. Più che frutti sono fili d’erba che diventano foglie, piante di canapa arrivate dall’India e diffuse in tutto il mondo. Un tempo i figli dei fiori le arrotolavano alla ricerca del nirvana quotidiano, oggi i loro nipoti le coltivano per creare il nuovo giardino dell’abbondanza. Sì, avete capito bene, è la marijuana o la ganja come si chiama in hindi, e una grande speculazione finanziaria sta nascendo proprio attorno a queste infiorescenze delle piante femminili che contengono il THC, il delta-9-tetraidrocannabinolo, principio attivo in grado di produrre molteplici piaceri: nell’arcadia degli hippie l’amore universale (quello fisico e quello psichico) nella tana dei lupi di Wall Street denaro à go-go. E così anche i più anti sistema entrano nel sistema.

 

In California dove tutto è cominciato per ragioni ideali oggi è diventata una frenesia materialistica. Persino Mike Tyson, l’ex campione dei pesi massimi, la potenza fatta uomo, accarezza con le manone segnate dai colpi le verdi foglie nel suo campo ai confini con la Valle della Morte. Naturalmente lui fa le cose in grande, ha deciso di coltivare solo le specialità migliori e investire in ricerca sui benefici dell’erba, per questo ha anche creato una scuola. La società che gestisce il ranch di Tyson è composta quasi tutta da reduci e veterani dell’esercito, i quali al fronte hanno sperimentato su se stessi quella sospensione dell’essere che arriva con il fumo della canna. Sembrano bizzarrie da star, invece la marijuana (quasi) libera va presa sul serio, anche dal punto di vista economico. Il giro d’affari sfiora i 4 miliardi di dollari, dovrebbe salire fino a 20 miliardi in due anni proprio grazie alla spinta edonistica. Ma le stime degli esperti sono tutte fallaci, perché in realtà non si sa dove porterà la febbre da canapa. Donald Trump si è allarmato e vorrebbe mettere un freno. In realtà non c’è molto che possa fare, perché si tratta di materia lasciata agli stati, anzi spesso alle singole contee. Dunque, il presidente, scrive il Wall Street Journal, si deve limitare a un giro di vite con l’Fbi abolendo la direttiva di Barack Obama che invitava le forze dell’ordine alla tolleranza negli stati in cui l’erba non è proibita.

 

Il giro d'affari sfiora i 4 miliardi di dollari, dovrebbe salire fino a 20 miliardi in due anni proprio grazie alla spinta edonistica

Dal primo dell’anno la California ha legalizzato vendita e consumo non solo per ragioni mediche (ciò è possibile già dal 1996), ma per scopi puramente ricreativi. Basta con l’ipocrisia, nel 2016 il 57 per cento degli abitanti nello stato più popoloso si è espresso a favore della Proposition 64 che liberalizza completamente il commercio. Ma, nonostante quel che si può credere, la California è solo l’ottavo stato ad aprire alla legalizzazione completa, dopo Alaska, Colorado, Maine, Massachusetts, Nevada, Oregon e Washington. Basta avere 21 anni, come per gli alcolici, e si può comprare un’oncia (28,2 grammi) o coltivare in casa sei piante senza richiedere nessuna autorizzazione. Il costo è di 11 dollari a grammo, ma lo stato ha già imposto una tassa del 15 per cento sulle vendite e molti temono che aumenterà ancora. Stando a un calcolo della tv americana Abc, nella sola Los Angeles la somma di tasse e microtasse sul prodotto potrebbe far lievitare i costi anche del 70 per cento. Non tutte le contee consentono ancora di vendere e comprare liberamente erba, tuttavia questo è solo l’inizio.

 

L’onda sale, l’agenzia che regola il mercato, il Bureau of cannabis control, può rilasciare licenze temporanee per attività interessate a vendita e trasformazione come retailer, distributori, microimprese, laboratori e organizzatori di eventi. Solo il primo gennaio sono stati rilasciati permessi a oltre 400 operatori, che si aggiungono ai più di 1.000 dispensari già attivi tra le varie contee dello stato. Gli spacciatori escono dalle galere ed entrano nelle camere di commercio, anche se la marijuana, a livello nazionale, è ritenuta una droga pericolosa come lo Lsd. Ciò significa che chi la produce non può fare affari con banche o istituzioni economiche nazionali, pena di incorrere nei rigori del Federal bureau of investigation. E la paura dei federali non fa altro che gettare legna nel fuoco della speculazione, come con l’alcol ai bei tempi del protezionismo. Intanto nascono come funghi start up, fondi specializzati in marijuana e società di venture capital che garantiscono investimenti, produzione, ricerca. Le cose oggi si fanno su scala tecnologica, non siamo mica ai tempi di Al Capone.

 

Molti prevedono una nuova corsa all’oro a cominciare proprio dalla California, un oro verde a differenza dal metallo giallo che a metà dell’Ottocento ha segnato il più popoloso stato nordamericano tanto da dargli persino l’appellativo (Golden State). La marijuana legale è il business che cresce più rapidamente negli Stati Uniti, a un tasso del 27 per cento l’anno: puntarci oggi vuol dire fare subito un pacco di quattrini e farne ancora nel prossimo futuro. Grazie alla liberalizzazione sta venendo alla luce un mercato nero che s’aggira tra i 13 e i 14 miliardi di dollari nella sola California. Come in tutti gli affari che hanno un futuro, la cosa più importante è entrare sul mercato al più presto possibile. American Green, società specializzata in cannabis ha comperato un intero villaggio californiano, Nipton, per trasformarlo nella mecca della canapa.

 

Easyjoint, leader italiano nel comparto: da maggio un ordine ogni 30 secondi. Ha dovuto sospendere la distribuzione online

Dalla produzione al consumo. Come altri stati che hanno legalizzato la marijuana, la California sta creando una rete di negozi privati, ma strettamente regolati, i quali offrono un’ampia varietà di prodotti, dal fiore che si può fumare a infusi di canapa, polpette o estratti da vaporizzare per le sigarette elettroniche. Lo stato richiede test molto restrittivi, soprattutto per controllare che per coltivare l’erba non siano stati usati pesticidi o fertilizzanti chimici. Insomma marijuana sì, ma rigorosamente ecologica. Il boom del commercio ha portato con sé anche una criptovaluta, la cannabiscoin dedicata alla comunità di coltivatori e venditori, più un messo di pagamento che una riserva di valore. Comunque, tra il 30 e il 31 dicembre, alla vigilia della legalizzazione californiana, è salita da 10 a 50 centesimi di dollaro, adesso sta attorno a 35 cents.

 

L’Italia è un passo indietro, ma sta recuperando in fretta. La legge che consente l’uso terapeutico è molto restrittiva, tuttavia toglie il velo a una realtà più o meno clandestina, anche se nota a tutti. Negli ultimi tre anni l’aumento del fabbisogno nazionale è stato di 100 chili l’anno, con una previsione di 350 chili per il 2017 e 500 per il 2018. La produzione della Fm2, varietà coltivata dallo stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze, che al momento è l’unico ad avere un’autorizzazione, non riesce a soddisfare le richieste dei pazienti. Anche l’alternativa dei Paesi Bassi – i farmaci prodotti dalla Bedrocan, assai più costosi della varietà made in Italy – si è esaurita in fretta. L’Office of Medicinal Cannabis del ministero della Salute olandese ha detto di non poter aumentare l’esportazione oltre i 250 chili. Anche se sono stati assegnati all’istituto fiorentino un milione e 600 mila euro per le nuove coltivazioni, non bastano al fabbisogno nazionale. I consumatori abituali per piacere sono stimati in sei milioni. L’uso è molto diffuso tra i giovani e ciò fa scattare un campanello d’allarme anche se aziende come Easyjoint che è leader nel comparto non vendono ai minori di 18 anni. Il confine tra terapia e vizio è sottile e poroso. Luca Marola, tra gli ideatori di Easyjoint che vende una varietà detta Eletta Campana con contenuto di THC inferiore allo 0,6 per cento fissato come limite di legge, sostiene che da quando la canapa light è stata presentata in grande stile nel maggio scorso alla fiera internazionale a Casalecchio di Reno, l’azienda ha ricevuto un ordine ogni 30 secondi tanto che ha dovuto sospendere la distribuzione online. Ci sono già 350 punti vendita in tutta Italia che espongono marijuana leggera e ogni tipo di prodotto fatto con la canapa, a cominciare dai biscotti. Il Cannabis Store Amsterdam, che in realtà è di Napoli, ha una catena di 38 negozi, più 22 in corso di apertura. In sei mesi sono state acquistate 15 tonnellate di fiore di canapa da 80 aziende agricole, poi rivendute in barattoli da 5 grammi: oltre 125 mila tra smart shop ed erboristerie. Oggi Easyjoint detiene l’85 per cento del mercato (e da questo mese aprirà altri 125 spazi commerciali), mentre il 15 è distribuito tra le aziende agricole che producono fiori e semi, come la piemontese AssoCanapa la quale da oltre vent’anni coltiva la varietà Carmagnola, tra le più antiche e pregiate.

 

American Green ha comprato un intero villaggio californiano, Nipton, per trasformarlo nella mecca della canapa

La febbre da marijuana, tra cura, piacere e profitto, sta per diventare come la bolla dei tulipani caso paradigmatico di crisi speculativa? Nella prima metà del Seicento alla Borsa di Amsterdam il prezzo di un bulbo di tulipano (allora era il quarto prodotto di esportazione olandese dopo gin, aringhe e formaggio) balzò alle stelle, fino a costare 25 volte più di una tonnellata di burro. Venne introdotta per la prima volta in modo sistematico la vendita allo scoperto chiamata “commercio del vento” perché venivano acquistate le intenzioni di piantare i bulbi, cioè promesse, anzi parole pronte a essere spazzate via con la prima folata. Finché il 3 febbraio 1637 i primi commercianti che non riuscivano più a spuntare prezzi elevati, visto il livello iperbolico raggiunto, e avevano impegnato quasi tutte le loro risorse, decisero di vendere per realizzare. E cominciò il tracollo.

 

Con la canapa le cose non stanno così. “Quel che stiamo vedendo non è un cambiamento legale o economico, ma culturale”, sostiene Michael Steinmetz, amministratore delegato della Flow Kana, una compagnia di distribuzione. Steinmetz ha comprato una vigna abbandonata nella contea di Mendocino per usarla come punto di riferimento per piccoli coltivatori. Lui supervisiona decine di produttori insegnando loro come curare le piante, come potarle, come raccoglierle, impacchettarle, distribuirle. Esattamente come si fa con il vino. “Proprio così – spiega Steinmetz – l’industria della canapa deve diventare più simile a quella del vino che alla produzione e al commercio di una materia prima come il grano”. Ciò non mette al sicuro dalla speculazione, né dai sobbalzi dei prezzi, ma dà al mercato una connotazione diversa, più solida e strutturata. Siamo ancora in una fase pionieristica, sia chiaro, però ci sono già segnali che le multinazionali della birra e dell’alcol stanno studiando se conviene entrare in questo nuovo ramo d’affari. Il rischio resta alto e un mercato tanto regolato, dove lo stato può di punto in bianco far saltare le regole di mercato, tiene lontani molti investitori. Brett Roper, cofondatore della Medicine Man Technologies basata in Colorado, mette in guardia dai racconti di facili fortune e avverte che bisogna studiare bene “il paradigma della canapa”. Jimmy Mengel ha elaborato un “manifesto della marijuana” che ha lanciato in rete e ha cominciato a presentare in giro per gli Stati Uniti. Si tratta di una sorta di guida in vista di investimenti in Borsa soprattutto in Canada, a Toronto, e a Wall Street. Dunque, se vogliamo trovare dei precedenti, il boom della canapa assomiglia più a quello delle biotecnologie a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. E la marijuana diventa una vera e propria innovazione che può avere anche un impatto distruttivo. E qui entra in campo Big Pharma.

 

Ci sono già 350 punti vendita in Italia che espongono marijuana leggera e ogni tipo di prodotto fatto con la canapa, come i biscotti

I grandi gruppi farmaceutici stanno alla finestra. Da un lato temono per la loro catena produttiva. Che cosa accadrebbe se l’erba e i suoi derivati rimpiazzassero su larga scala, anche se non completamente, le medicine che calmano il dolore per le quali hanno investito milioni di dollari in ricerca e produzione? Dall’altro stanno valutando anche loro se presidiare comunque questo nuovo mercato. Una scelta ben più difficile rispetto a quella che stanno preparando i big delle bevande o del tabacco: per Diageo o Philip Morris in fondo si tratta di aggiungere qualcosa tutto sommato marginale, tanto da completare il catalogo dei beni da ristoro, per Pfizer o Bayer è molto più complicato. Un rapporto dell’Università della Georgia stima che i grandi della farmaceutica possono perdere almeno 4 miliardi di dollari dalla legalizzazione della marijuana. Per non restare spiazzate, alcune compagnie stanno sviluppando dei pain killers a base di cannabis, per esempio Axim Biotechnoligies, Intec Pharma e Nemus bioscience, scrive l’agenzia Reuters. La difficoltà non è tecnico-scientifica, ma politico-amministrativa: si tratta di ottenere l’autorizzazione dal governo per un prodotto che è ancora considerato anche negli Stati Uniti una droga pericolosa. Dunque, la licenza non è scontata e il processo burocratico si presenta lento e costoso. Ciò trattiene ancora i colossi della farmaceutica i quali, almeno in America, hanno fatto lobbying più contro che a favore della legalizzazione. Soprattutto si sono opposti alla legalizzazione per ragioni “ricreative”. Ma la resistenza passiva non potrà durare a lungo.

 

Gli attivisti radicali che oggi combattono Big Pharma sono naturalmente pro marijuana esattamente come i loro nonni, solo che “spinello libero” non è più uno slogan anticonformista, ma è diventato un lucroso business. I grandi gruppi arriveranno e il loro ingresso farà balzare al centro della scena un fenomeno solo apparentemente periferico il quale, come dice Steinmetz, segna un’altra tappa di quel cambiamento culturale cominciato nell’èra dell’Acquario, che non può più essere considerato soltanto edonistico. E’ il destino di tutte le innovazioni che sposano tecnologia e cultura, innescando nuovi processi produttivi sui mutamenti dei gusti, dei comportamenti, delle idee. Così funziona il mercato e anche chi lo considera l’antro di ogni male, ci sta dentro fino al collo; proprio la febbre della canapa ne offre la più chiara dimostrazione. Canne di tutto il mondo, unitevi.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi